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USA & Siria

L’attuale Ministro degli Esteri, Emma Bonino, riconosce (o dovrebbe riconoscere) che l’ONU non funziona. Infatti l’ONU, nata per sostituire le guerre con il dialogo, non è riuscita ad evitare una sola guerra. Per questo tutti vorrebbero, a parole, riformarla. Nella pratica nessuno lo fà. Sta di fatto che siamo di fronte ad un’ organizzazione che non funziona (ma ci costa un sacco di soldi). Poi scoppia il caso Siria, con il dittatore che usa il gas contro la sua stessa gente. Gli Usa vogliono intervenire. L’ONU è paralizzata dai veti. Ebbene la Bonino che fà? Io capirei che dicesse: Sì, effettivamente, Bashra Assad meriterebbe una lezione per quel che ha fatto, ma siccome non tocca a noi giudicare, l’Italia non interviene. Oppure potrebbe dire: Si, effettivamente quel dittatore meriterebbe che noi intervenissimo accanto agli alleati per degradare la sua capacità bellica, ma siccome siamo poveri, ci asteniamo, rimanendo pronti ad assumere una funzione di supporto secondaria e poco costosa. Invece il nostro Ministro degli Esteri non dice né l’una né l’altra cosa, ma si limita a dire “che non partecipa alla guerra perché manca il timbro dell’ONU”. Dov’è finita la logica? E poi ci lamentiamo se Obama, prima di consultare i nostri governanti, consulta quelli del Togo! Intendiamoci: anche la posizione USA non è chiarissima. Ieri ho assistito, tramite CNN, all’incontro di John Kerry con i membri della Com- missione Esteri del Congresso. E non tutto, nelle dichiarazioni del Se- gretario di Stato, mi è apparso chiaro. Per esempio non ho capito se quella che hanno in mente è: a) una spedizione punitiva, b) un’operazione diretta a degradare la forza bellica siriana, c) un mix delle due cose. In tutti i casi non si capisce chi abbia dato agli USA il mandato di compiere questa missione. Essa potrebbe trovare giustificazione solo nell’ipotesi che essa fosse di origine divina (il che ovviamente non è), oppure che gli USA fossero la sola superpotenza esistente. Un gigante circondato da nani. Il che non è, o non è più. L’ipotesi di spedizione punitiva nasce da considerazioni di ordine morale. Nel senso che il divieto di usare gas letali (sancito in apposito patto) costituirebbe impegno morale così forte da prevalere su ogni altra considerazione, compreso il via libera dell’ONU. Ma basta la gratificazione morale? Non finirà che, alla soddisfazione di aver fatto il proprio dovere, si accompagnerà poi il rimorso di aver aggiunto vittime alle vittime, sofferenze a sofferenze? Difficile che un’operazione telecomandata, per chirurgica che sia, possa risultare indolore. Nell’ipotesi, invece, che l’intervento sia volto a degradare la capacità bellica siriana, trovo abbastanza insolito che il nemico venga informato con largo anticipo sui tempi e le modalità dell’azione militare. Infatti gli si sta dicendo che 1) non ci sarà intervento di terra (niente “boots on ground”) e che 2) l’operazione non avverrà prima dell’ok congressuale. Cos’altro serve ad Assad per preparare le sue contromosse? Gli manca solo l’indirizzo dei luoghi che saranno colpiti. I depositi di gas? Ma allora che garanzie abbiamo che i gas liberati nell’aria dai bombardamenti non uccideranno altre persone? Magari a migliaia? Le postazioni “di comando e controllo”? Chissà. Quali che siano le motivazioni, è l’intera capacità bellica siriana che sarà indebolita e di questo se ne avvantaggerà l’opposizione. Il che però contraddice le dichiarazioni di Kerry di voler essere neutrale tra le parti in causa. Anche perché non c’è alcuna garanzia che, rovesciando il regime di Assad, quello che ne prenderà il posto sarà migliore. In alcuni Paesi della medesima area il rimedio si è rivelato peggiore del male. Insomma, è un bel pasticcio. Forse è bene che l’Italia si tenga fuori, a patto che la signora Bonino adduca motivazioni migliori di quelle fornite sinora.

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