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Falso Nazionalismo

Premessa La scrittura nasce senza dubbio con la pratica utilità di comunicare ai propri simili, anche lontani per spazio e tempo, questioni che riteniamo importanti. Lungi dal ritenere utile agli altri questo mio scritto, mi sono avventurato nell’esporre alcune mie idee circa questioni generali che coinvolgono la vita degli esseri umani, limitandole al paese che meglio conosco e cui mi sento legato soprattutto da un profondo vincolo e debito culturale: l’Italia. Le mie non accademiche conoscenze di politica, economia e sociologia e la mia abbastanza giovane età non mi consentivano di addentrarmi in precise e complete analisi tecniche sullo Stato; mi sono perciò venuti in aiuto l’Etica, quel poco di ragione e fantasia, il mio amore per i classici greci e latini, la filosofia e i miei studi in medicina e sulle malattie neurologiche, nonché la stessa pratica medica. Così alcune convinzioni maturate dentro di me hanno visto la luce nella sincera e violenta necessità più di parlare che di essere ascoltato. Se poi qualcuno vorrà sottrarre un po’ di tempo alla sua vita per leggere queste mie speculazioni e, interrogandosi sugli argomenti, troverà migliori soluzioni o anche ulteriori problemi, allora si che questo mio voler scrivere sarà stato utile. 1) Osserviamo come lo stato italiano arranca claudicante in un sistema generale condiviso, una situazione comune a molti altri stati. Sistema destinato, come tutte le cose umane, a subire mutamenti molto repentini verso il basso più che verso l’alto. Questo perché, per ragioni estrinseche alla sua stessa logica e bontà, all’apice del suo successo comincia a non funzionare e morire (Brecht, Livio e Tucidide ci insegnano come la massima grandezza porti con sé già l’inizio della fine), impedendo allo stato di attuare la massima ambizione cui deve tendere, la concordia tra i cittadini. Ma non è ancora troppo tardi. Cambiamo il sistema. Le conseguenze della crisi di un sistema si evitano solo se prima di essa si è costituito e iniziato a mettere in atto un diverso modo di concepire e gestire le cose. Onore all’attuale sistema: dopo due guerre disastrose ha mantenuto la pace in un’Europa (purtroppo troppo spesso a scapito di altri continenti) che in trentuno anni aveva ricevuto più concime umano di quanto la storia dell’uomo le avesse concesso fino ad allora. La pace. Questo deve garantire un sistema. Innanzitutto. 2) Ma la pace non ci deve bastare. Se sono gli antidepressivi e gli inibitori di pompa protonica (che io ho imparato a conoscere sui libri di farmacologia durante i miei studi in medicina, per poi accorgermi che erano notissimi a tutti) i farmaci maggiormente in uso in questo paese, chiediamoci se la pace non possa avere una compagna di avventura in questa sola e unica vita: la felicità ovvero l’unico senso della vita. Se sei felice, la tua vita assume un valore, altrimenti ne avrà comunque uno ma più basso. In questo sta la sola differenza tra gli uomini. Come raggiungerla? Chi crede di averla trovata la condivida raccontandola agli altri. Non ci sono trucchi, semplicemente un aiuto può essere utile per chi non l’ha trovata. Torniamo alla felicità. Come può fare uno stato che amo più degli altri stati ad aiutarmi a raggiungerla? Felicità che magari io non raggiungerò mai; perché ci ho ragionato troppo con Platone che la cercava tanto assieme al suo maestro Socrate, perché, leggendo le Tusculanae disputationes, ho creduto che Cicerone l’avesse trovata, rendendomi poi conto dalle lettere Ad Atticum che ci ingannava, perché, forse, mi illudo di essere un epicureo ma non posso o non voglio esserlo fino in fondo. Perché la rassegnazione nascerà in me solo con la mia morte, quando sarò seppellito con il mio De Rerum natura, che ho violentato con la penna in una corrispondenza di amorosi sensi e da cui ho tratto, indicandolo ai miei fratelli, gli unici esseri viventi cui spero di non sopravvivere, il mio epitaffio. 3) Lo stato può magari non ostacolarmi? Altrimenti a che servono le conquiste del genere umano? Non mi riferisco a quelle che uomini hanno avuto su altri uomini con le guerre, attività che il genere umano sa fare benissimo da sempre e in cui è insuperabile, parlo del fatto che solo cento anni fa per sopravvivere sessantacinque anni dovevi avere due testicoli o due ovaie enormi (leggi per regola di lingua italiana che maschile più femminile si semplifica in maschile, quindi due palle quadrate) mentre oggi se muori a sessantaquattro anni sei considerato giovane. Conquista del genere umano. Le malattie che hanno ispirato le descrizioni di Tucidide, Lucrezio, Boccaccio, Manzoni, Camus, sono facilmente arginabili se non già debellate. Abbiamo la luce con minor rischio d’incendi rispetto al fuoco, la possibilità di camminare nudi in casa in pieno inverno, la speranza di procreare esseri umani (questo solo “importa” alla natura) che non siano massacrati da altri uomini e vivano alla ricerca della felicità. Questo sempre nel rispetto di un puro egoismo che è l’amore più alto che esista. L’uomo più felice è chi prima di tutti ama se stesso. Anzi, se mentre ama se stesso più di tutti gli altri non impedisse agli altri di essere felici o almeno fosse convinto, in buona fede e a coscienza, di non averlo fatto, quella sarebbe per me la superumanità. Ma a me piace l’umanità e spero che rimanga tale, solo un po’ più felice se possibile. Mi posso difendere da una bestia, non mi posso difendere dalle cose naturali sovraumane, non mi voglio difendere dagli uomini. E neanche voglio viziare un figlio per farne soffrire e morire altri di fame o di tubercolosi. Non entrerò (spero di non aver subito troppo l’effetto retorico giovenaliano dell’”Indignatio facit versum”) in un ulteriore modo di illustrare i vizi umani che ho amato in numerosi autori (tutti deceduti tranne Paolo Villaggio), ma tratterò del modo contingente per avvicinarsi a quella che noi chiamiamo virtù, da vis, la forza che respira nell’uomo. 4) Cominciamo a capire cose semplici: non si può cambiare di colpo la strategia di politica economica. Si tratta d’interventi programmati che richiedono un fisiologico lasso di tempo per essere attuati e dar benefici. Molto più semplice, invece, intervenire sui comportamenti umani e sulle regole che li disciplinano. In un sistema basato sul libero commercio, sulle tassazioni degli scambi commerciali, delle prestazioni professionali e delle proprietà, sullo sfruttamento d’idee e merci ad ampia diffusione, lo stato italiano perde, a favore di Istituzioni entro cui non vigono i suddetti principi, grosse fette di mercato. Mercato che potrebbe essere introdotto nel circuito legale (e qui intendo non perseguito e quindi sfruttabile dalla comunità stato). L’etica corrente (scrivo etica in minuscolo perché l’Etica è libera e irrazionale) persegue la condanna di comportamenti che si ritengono dannosi per l’uomo: due su tutti l’abuso di sostanze stupefacenti (come se leggere il trattato dell’anonimo “Sul sublime” fosse meno psicoattivo della cocaina) e il sesso, che, in effetti, l’uomo ha sempre ritenuto una pratica abbastanza piacevole. Sì, ci manca pure rinunciare al sesso se non scatta l’amor cortese, così solo e represso! Grazie stato. Tutto questo a prescindere da questioni etiche facilmente confutabili secondo il principio per cui se il proibire alcune pratiche si è rivelato inutile e controproducente (alcool, scommesse), colpevolmente miopi appaiono anche le altre forme di proibizionismo: droga, prostituzione, contratti tra uomini (leggi matrimoni secondo tutte le diverse combinazioni cromosomiche, tipo XX-XX, XY-XY, XX-XY-XX, XXXY-XY, 1X-1X2). E qui sono costretto ad aprire una nuova digressione. La cultura classica greco-romana ha prodotto il pensiero occidentale, l’ha guidato e l’ha innalzato a magnifico. Solo in una cosa i greci difettavano più manifestamente persino dei romani, sull’uguaglianza tra gli esseri umani (ci vorrà la rivoluzione francese a sancire l’égalitè). Prima il concetto non era stato teorizzato nemmeno dai più illuminati filosofi (eccezione fatta per il martire della libertà Giordano Bruno). Superiori erano i ricchi, i vincitori, i più grandi, gli uomini (i maschi). Inferiori i poveri, le donne, gli schiavi, i bambini, sui quali abusi sessuali erano non solo tollerati ma decantati e incoraggiati come atti trasmissivi di conoscenza. Oggi consideriamo l’individuo come tale da quando apre gli occhi sul mondo sino a quando gli sono chiusi, la donna come femmina del genere umano, gli schiavi un ricordo del passato, la povertà di denaro come una condizione temporanea spesso dettata dalla sorte o da un sistema economico incapace perché al collasso. 5) Consideriamo quelli elencati come dei traguardi raggiunti, poi consentiamo che le Ferrari (ma non solo) sfreccino a duecento chilometri orari non sulle piste (e lì è fantastico) ma su strade con limite cinquanta perché è previsto un collaudo su strada, ed impediamo a persone legate da vincolo affettivo e capacissimi di agire di contrarre matrimonio (un contratto la cui risoluzione ha il vantaggio di ingrassare il mercato dei divorzi) o ad altre di trovare a trenta euro dieci minuti di sesso con una donna o un uomo. Lasciamo che si curi l’ansia con fiumi di amitriptilina, diazepam, zolpidem, lansoprazolo, clonazepam, lorazepam, e non concediamo l’uso del THC. “Tabaccaio (e non spacciatore), 2 gr di erba, si quel tipo lì, quant’è? Venti euro?” Basta scrivere sul pacchetto gli effetti: può provocare: allegria ingiustificata con abbondanti risate, dipendenza, disinteresse temporaneo per i problemi, logorrea, battute di dubbio gusto. “Ok, sono a piedi, fumo, mi faccio una passeggiata, faccio sesso, bevo una birretta, dormo otto ore e domani mattina tornerò a programmare perfettamente tutti gli scambi dei treni alla stazione Termini”. E tasse allo Stato, evasione azzerata, aumento del consumo azzerato (i giovani amano di più il proibito o comunque non subiscono le regole stupide), mercato tolto quasi completamente alla criminalità (quanto incide il contrabbando di sigarette sugli introiti della malavita e sulle perdite per lo stato?). Ritengo che per questi attuali mercati tax-free il sistema più adatto per il momento, come per le sigarette, sia il monopolio di stato che sposterebbe i proventi verso attività su cui lo stato ha il dovere di investire (istruzione, sanità, ambiente ed infrastrutture in primis). Analogo discorso vale per la prostituzione legalizzata: scriviamo sui bordelli in grassetto ”può causare eiaculazione precoce o qualsiasi cosa tu voglia” e mettiamoci a posto la coscienza, magari dopo aver anche attuato sistemi di controllo per la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili. Libertà del proprio corpo e della propria anima, libertà (non omnia licet) come aspirazione continua di uno Stato che avrà il coraggio di sporcarsi e di puzzare di marijuana e lupanari e non ostenterà solo una fittizia, compiacente e sterile pulizia istituzionale. 6) Una precisazione è opportuna per quel che riguarda sostanze ad azione farmacologica prevedibile come eroina, cocaina, mescalina, allucinogeni vari. Proibirne la diffusione ha portato a sottrarre il controllo di tali sostanze a coloro che meglio le conoscono in termini scientifici, il medico e il farmacista, per gettarle in balia degli spacciatori che hanno il profitto e non la salute del paziente come primum et unicum movens. Un medico conosce la dose letale, gli effetti collaterali, sa esattamente quello che il farmacista consegnerà al paziente e sa che 10 mg di eroina, se non tagliata con fenobarbitale, ketamina, benzodiazepine, digitale, merda e veleno per topi, non saranno letali per quel paziente psichiatrico (tali sono definiti i dipendenti da droghe nel DSM IV). Vi è dubbio forse che il più diffuso antidepressivo, la cocaina, possa essere controllato al meglio da un medico che può al momento opportuno shiftarlo con sicurezza con altri antidepressivi. O forse i malati psichiatrici meritano di morire più degli altri malati? Attenzione, i nazisti hanno sacrificato i pazienti psichiatrici secondo una loro logica scientifica con lo scopo di comprendere le malattie della mente (Hallevorden, i.e.). Qui mi preme evidenziare la loro colpa, gravissima per un medico, di aver dimenticato la sofferenza e il dolore degli esseri umani. I principi “classici” della medicina (sanare et sedare dolorem) valgono per tutti i pazienti di tutti i tempi. Non è comunque colpevole questo nostro abbandono dei pazienti psichiatrici a loro stessi, alla malattia, al dolore, alla morte? E’ grave colpa per i medici di oggi non protestare contro questo stato di cose. 7) Poche parole merita la posizione del Vaticano in merito alle questioni etiche: è ovvio che tragga vantaggio -questo da sempre- dalla limitazione delle libertà altrui. Annettiamolo subito all’Italia (finiamo l’opera del Risorgimento) a ricordo delle vittime della chiesa cattolica (e sono tantissime, ma prendiamo il solo Bruno come esempio) e come parziale risarcimento, consegnando l’etica della fratellanza e del dono a un’istituzione più pulita, integra, collettiva, meno caritatevole, meno gerarchica, più giusta, libera, trasparente, illuminata, meno sacrificante per il corpo e per lo spirito. Se la mafia va combattuta con l’astuzia economica (io Stato mi faccio “mafioso”), la chiesa si vince facilmente con un’azione bellica lampo, ma senza spargimento di sangue (non saranno le crociate, né il martirio di un uomo). Le guardie svizzere si arrenderanno come quelle guidate dal Marchese Onofrio del Grillo, una breccia simbolica aprirà da un lato il colonnato di San Pietro con un’iscrizione in latino ”l’ultimo colpo che lo Stato italiano ha sparato è stato questo, contro le pietre di San Pietro” e qui il gioco con Petrus verrebbe meglio di “ Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam et tibi dabo claves regni Caelorum”. Naturalmente a tutti sarà concessa piena libertà di parola. Caro Benedetto XVI, pontefice assoluto, anziché dimetterti dal soglio papale avresti fatto meglio ad abdicare in favore del nostro Presidente della Repubblica! Questo non è lo stato ideale che, come la stessa parola evoca, rimane nelle idee e non nei fatti, ma uno migliore di passaggio, com’è l’uomo su questa terra. 8) Questa sarebbe l’unica prova di forza da attuare, simbolica, rivoluzionaria. I restanti cambiamenti dovrebbero passare sotto il semplice nome di riforme, aggiungiamo costituzionali per esser più chiari e circoscrivere il problema che voglio affrontare. Partiamo dal concetto di democrazia (il popolo governa, ha il potere) ma chiamiamola repubblica in termini latini, è la stessa cosa. Il solo termine repubblica non ne chiarisce affatto il tipo, e anche qui facciamoci aiutare da altri termini: costituzionale, partitica, parlamentare, sociale, illuminata (cosa vuol dire poi se non si specifica da dove viene la luce?). Tutti termini che denotano una mancanza di risposta ad una fondamentale domanda: chi governa il popolo? Chi si assume la responsabilità politica, economica e soprattutto etica del paese? Solo una democrazia presidenziale guidata da un capo del governo che abbia la responsabilità e la possibilità di prendere decisioni può farlo, possibilità che alcune “attuali” leggi contenute (dal 1948) nella Costituzione italiana non concedono nostri primi ministri. La Costituzione Italiana è stata concepita come un mezzo per realizzare quella concordia che la guerra civile aveva negato ai cittadini, e tale è stata per lunghissimo tempo. Ma i problemi, le paure e i progetti che lo stato oggi deve affrontare non sono quelli del secondo dopoguerra e limitare a un capo di governo l’esercizio dell’attività politica decisionale significa rimanere indietro rispetto agli altri Stati. I dodici principi fondamentali, e perciò universali per tempo e spazio, e la forma repubblicana (il popolo sceglie una guida con scadenza di mandato), che si è rivelata, dalla lezione della storia e della filosofia, sempre auspicabile e da ricercare, saranno sufficienti a proteggere lo Stato dall’infestazione tirannica. Del resto non c’è da aver paura se per cinque anni anziché un governo sterile, che accusa i precedenti di non aver governato bene o le frammentazioni dei partiti di non permettere la governabilità, ne troveremo uno produttivo. A quel punto potremo fare le giuste considerazioni e valutazioni su un operato e confermare o sostituire il capitano e l’equipaggio. E qui non posso non citare la lezione della democrazia ateniese che ha trovato in Pericle e nel suo governo la massima espressione. Come ci racconta Tucidide: “Per tutto il periodo in cui egli fu a capo della città in periodo di pace, continuò a guidarla con moderazione e la protesse con sicurezza, e così acquistò in questo periodo la massima potenza;…egli, d’altronde, …incorruttibile al denaro, controllava la massa dei cittadini compatibilmente con la libertà; non era guidato da essi, ma piuttosto era lui a guidarli, perché non cercava di compiacerli acquistandosi il potere con mezzi inadatti ma, sfruttando la propria reputazione, era capace di contraddirli fino alla collera”. La morte gli impedì di completare il suo progetto politico e segnò il declino di Atene fino ad adesso, ma l’imprevedibilità del futuro (bisogna cedere alla fortuna) non ci impedirà di aver fiducia nelle azioni degli uomini. Solo dall’azione può nascere l’errore, ma a cosa e a chi serve uno stato che non agisce? 9) Ma uno stato diverso è uno stato in grado di modificare anche i legami che regolano la vita sociale. La trasformazione dettata dalla logica dell’etica prevede la dissoluzione e l’apertura di tali legami, protetti dalla giurisdizione, dalla religione, dalla chiusura. Attraverso la porta dell’etica entriamo in una società migliore nel rispetto dell’interesse dell’evoluzione della specie e della felicità umana. La famiglia è un mercato chiuso e spregevole, contro natura. E qui mi preme chiarire il ruolo primario della donna nell’evoluzione della specie, l’importanza che ha assunto e che continua ad avere nella civilizzazione umana. Senza i caratteri che distinguono la donna dall’uomo e la donna stessa dalle femmine di altre specie, l’uomo, il maschio, sarebbe rimasto a spulciarsi sull’albero per tutta la sua storia. La donna è scesa, si è rasata, lavata, ripulita e ha costretto l’uomo, per interagire con lei, a fare altrettanto. Solo la natura ferale del maschio riesce a sottomettere la donna, in un instabile equilibrio che oscilla tra fine e sozzo, tra ragione e istinto, asciutto e bagnato, riflessi e luce, in un continuo scambio tra di loro. E questo è bello perché naturale; innaturale sembra invece compiere scelte che limitano non solo la possibilità di effettuarne altre, ma anche quella di continuare il suddetto scambio tra esseri umani, secondo la logica dell’interesse di alcuni a discapito di altri (gli altri sono quelli al di fuori della famiglia e perciò non beneficiano delle attenzioni che questa riserva ai suoi elementi). Nei sistemi biologici della natura la cellula scambia, muore, si rigenera, si riprogramma. Ricostituiamo un organismo sano. Perchè il legame matrimoniale nasce dalla paura di rimanere abbandonato dalla società e non dalla gioia che procura lo stare assieme. La donna è patrimonio dell’umanità, e come tale di tutti. Riconoscere una donna e il figlio che essa ha donato al genere umano come propri significa che le altre donne e gli altri figli sono individui cui sottrarre protezione, beni, servizi (perché limitati) e felicità. Solo il dubbio sulla paternità biologica può portare ad una condivisione di donne, uomini, vecchie e nuove generazioni, che si mescolano in un interesse collettivo secondo le “regole” dell’indeterminazione quantistica (fisica è natura). Onora il padre e la madre, recita uno dei dieci comandamenti. No, onora tutti perché non sai e non t’importa chi sia tuo padre o tua madre, perché tutti concorrono alla tua felicità. Un figlio è lo strumento dell’evoluzione e tutti devono volere la sua educazione, siano essi uomini o donne in vario stato di temporaneo accoppiamento. Richiamo lo stato di comunione/comunismo di donne e figli di Platone. Le buone idee hanno il vantaggio di dover essere semplicemente rievocate. 10) La schiavitù non si è conclusa ma solo trasformata in termini formali. Oggi siamo schiavi del successo economico e peggio ancora delle banche. Nulla a che vedere, tanto per non introdurre un’inutile proposizione iperbolica, con la vera schiavitù del passato, Vergogna vera, autentica, imperdonabile. Basterebbe questo per non rimpiangere mai nessun tipo di passato, ma capire che i nostri figli staranno sicuramente meglio dei nostri padri e di tutti i loro padri. Faccio un altro esempio per confermare la vittoria del presente nella “querelle” tra antichi e moderni: la Medicina. Quale paziente cefalalgico preferirebbe le purghe di Ippocrate ai triptani, che prevengono alcuni tipi di cefalea quando ci sono avvisaglie, prescritte dal proprio medico di famiglia? Quale iperteso una sanguisuga o una rasoiata sul polso a una pasticchetta insapore? Quale medico preferirebbe assaggiare le urine di un paziente piuttosto che leggere su un foglio il valore della glicemia/glicosuria per porre diagnosi di diabete mellito (che vuol dire dolce, buongustai i miei fratelli predecessori!). Torniamo alla schiavitù (devo forse scusarmi per la digressione medica? No, sarebbe un’ulteriore pesantezza). Siamo diventati schiavi di uomini ingiusti che, oltre a perpetrare ingiustizie, si sforzano di sembrare giusti. Partendo dai primari di medicina che fanno gli interessi dei “loro”, nel rispetto ossequioso degli interessi di altri, e vedono gli altri fratelli medici come atleti da superare e i loro pazienti come rimborsi regionali, fino ad arrivare ai gestori degli istituti di credito. Gli uni sono detti “luminari della medicina” (sono spregevoli Baroni), gli altri si proclamano strumenti “per il tuo futuro” (in realtà lo scopo programmato è solo quello di migliorare il loro attraverso il profitto). Per non far confusione, ma solo analogie, procrastiniamo un’eventuale invettiva (come Dante contro Firenze per cattiveria, non per stile ahimè!) contro la sanità e torniamo alle banche. 11) Le banche, l’ossigeno dell’economia, si potrebbe pensare. Il comburente attraverso il quale avvengono le reazioni di ossidazione dell’economia dico io, ormai arrivata al punto della ruggine irreversibile. Prevedibile esito di una cosa umana. Istituti non controllabili dalla legge, in quanto tesi al raggiungimento di obiettivi superiori a quelli che la legalità permetterebbe loro. Esse sì perseguono una propria politica economica, che però non ha come interesse i bisogni dei cittadini. E per bisogni intendo quelli naturali e quelli creati dalla mente umana: mangiare, procreare, ripararsi dal freddo e dal caldo eccessivo, leggere, dipingere, curarsi (da sani e da malati), e molti altri che non elenco perché neanche conosco. Il privato dovrebbe fare gli interessi pubblici, secondo l’economia di mercato, e lo stato sostenere tale paradosso (e non concettualmente, ma finanziariamente). Ce l’ha fatta? Per buona parte sì, ma non ce la farà più, o già non ce la sta facendo. Non solo; così facendo (se ancora si può dire così, che lo stato conti ancora qualcosa nel mercato) aumenta il divario tra i cittadini, tra chi vive e chi sopravvive, tra chi è creditore e chi è debitore, cementificandolo secondo la legge del successo economico strettamente personale. Così le attività sono promosse solo se redditizie e non se utili all’umanità. Nessuna ricerca medica se il farmaco non procura ai finanziatori gli introiti previsti, nuove ricerche se il brevetto di un farmaco è scaduto. Nessuna cura migliore di altre su una malattia, anche il farmaco più inutile trova riscontro di necessità da uno studio promosso dalla stessa casa farmaceutica produttrice. Perché sono cattive? No, con questo sistema possono funzionare solo così. E l’ingiusto avrà sempre maggiori vantaggi rispetto al giusto, con la protezione della politica, dell’economia e della giurisdizione, a dispetto e disprezzo dell’Etica, della Libertà, della Vita. 12) Ma chi è Italiano? Naturalmente sono Italiani tutti coloro che lo stato identifica come tali. Ma come si scelgono gli Italiani? Come riconoscerli tra chi potrebbe esserlo? Ecco le caratteristiche che possono contraddistinguere gli Italiani dai “barbari” nel senso innocuo del termine, naturalmente, perché in fondo siamo tutti semplicemente cittadini del mondo. Saranno Italiani tutti coloro con una buona conoscenza della lingua italiana o disposti ad impararla (Dante ancora non è stato superato da nessun autore nella storia dell’uomo), coloro che avranno come interesse il benessere dei propri concittadini prima di quello degli altri (io sto usando cittadini come nazionalità, non abitanti in città, non vorrei che i rurali si sentissero esclusi). Saranno Italiani se dedicheranno il loro tempo parte a se stessi e parte a migliorare il paese, se si sentiranno cellule sane di un organismo in continua evoluzione e non cellule tumorali. L’epatocita, il linfocita, il neurone concorrono al benessere dell’organismo, non la cellula melanomatosa che fa l’interesse proprio e delle sue pari a prezzo della distruzione dell’organismo. E di se stessa. Perché non capisce, e non può più se sfuggita all’equilibrio dell’organismo, che anche le cellule tumorali faranno la stessa fine quando avranno tratto il massimo vantaggio da un organismo corrotto. Italiano è chi ha come fratelli tutti gli Italiani (se ha una cugina svedese meglio), chi conosce completamente almeno un articolo della Costituzione del 1948; ne basta uno solo, ma completo, non “L’Italia è una repubblica […] fondata sul lavoro. […………….]”. Chi difende le proprie idee ed i propri interessi a prezzo solo della propria vita e non di quella degli altri (quanto avrei voluto che Socrate, Giordano Bruno, Cristo stesso si fossero sentiti Italiani!). Chi rispetta le regole che ci sono, ma si impegna come può per cambiare quelle che ritiene dannose. E anche chi vuole la fantasia dallo sport, non i trucchi di prestigio, e considera vittoria la sintesi di fortuna, impegno, preparazione, attitudini, rispetto delle regole del gioco. Ma l’Italiano sarà anche chi avrà il diritto alle migliori cure possibile che la scienza e non il denaro gli consentirà di avere, chi avrà la possibilità di provare ciò che crede opportuno e di scegliere, chi saprà che se non farà nulla per se stesso nessuno farà nulla per lui, ma se lo farà troverà negli altri dei compagni irrinunciabili in quest’avventura meravigliosa e imprevedibile che chiamiamo vita. Se qualcuno, anche nato cresciuto e residente al di fuori dei “sacri” confini italiani e di stirpe d’oltralpe o d’oltremare, pensasse di avere queste poche caratteristiche e di volere contribuire al Bene, potrebbe di diritto essere accettato e considerato Italiano.

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