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Tredicimila euro per 16 mesi alla regione siciliana La spending review che non c’è

Contro di lui, il segretario generale dell’Ars, Giovanni Tomasello che dal 1 novembre andrà in pensione lasciando il posto al capo di gabinetto della presidenza, Sebastiano Di Bella, aveva parlato insediandosi a palazzo d’Orleans, il presidente della Regione Rosario Crocetta. Paragonandolo, per stipendio, al segretario generale dell’Onu. Una “battaglia” che non ha sortito effetti. Di spending review all’Ars si parla per il taglio degli stipendi dei parlamentari che, in un ddl approvato in un batter d’occhio dal nuovo presidente della commissione speciale, Riccardo Savona hanno mostrato di non volersi – unici in Italia – adeguare ai tagli previsti dal decreto Monti. Se in aula, le cose andranno diversamente, sarà storia da raccontare e consegnare alla cronaca. Fino a qui resta il dato di una classe politica incapace di “sganciarsi” dai privilegi – non solo stipendi ma tutti i benefit collegati al ruolo – che il Parlamento gli offre. Offre ai politici-parlamentari e a quella vastissima platea di burocrati che tutti criticano ma che sono il vero snodo di potere dei palazzi istituzionali. Tomasello andrà in pensione a 57 anni per effetto di una riforma previdenziale che azzanna i cittadini confinandoli nel ruolo di esodati mentre per i dipendenti “pubblici” di serie A non prevede grosse limitazioni. Anzi. Andrà in pensione avendo maturato una liquidazione di 1 milione e mezzo di euro, diretta conseguenza dell’applicazione – impossibile ormai per tutti gli altri comuni mortali dipendenti - di una legge che prevede il calcolo retributivo della pensione agganciato allo stipendio percepito durante il periodo di attività: la bellezza di 13 mila euro al mese per sedici mesi in una singolare partizione temporale del calendario gregoriano tutto scritto nelle segrete stanze dei Palazzi. Scandaloso? Oggi non più degli anni prima della crisi. Solo che oggi fa certamente più “specie”. Come dovrebbe colpire al cuore di chi legge una notizia passata sotto silenzio qualche mese fa e ribadita da Repubblica ancora un paio di settimane addietro: il contributo di solidarietà richiesto e sottratto dalle buste paga dei dirigenti regionali e dell’assemblea che superavano la quota dei 90 mila euro annuali, nella misura del 10% – 1300 euro nella busta paga da 13.000 euro del segretario Tomasello – è stato dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale. Ars e Regione dovranno restituire le somme. Al danno la beffa, insomma. Un calcolo, oggi, sulle somme sontuose riservate al pagamento dei superstipendi lo fa Sergio Rizzo che dedica alla buonissimuscita di Tomasello un articolo sul Corriere della Sera: la Corte dei Conti della Sicilia ha calcolato che nel 2010 la liquidazione meda di un direttore generale siciliano aveva raggiunto la somma di 420.113 euro. Di dirigenti con questo “diritto” acquisito i magistrati contabili ne hanno quantificati 16.337 per un costo pubblico – questo sì, nelle tasche di tutti i siciliani anche quelli che non sanno cosa sia una tredicesima altro che sedicesima – di 656 milioni di euro. “Costo medio, il doppio rispetto a quello di un pensionato dello Stato” scrive Rizzo. Un paradiso quello garantito in Sicilia ad una platea minima di privilegiati che non può avere più vita. Non può averla quando i problemi all’ordine del giorno delle attività di governo sono i fondi che mancano da destinare ai progetti di sviluppo, spesso inesistenti. Non può averla quando le vertenze – pubbliche non private nel senso di aziende – riempiono le cronache dei giornali e colpiscono i lavoratori. Non può più averla perché il periodo delle vacche grasse è finito. Vacche grasse dimagrite pesantemente dall’abuso di questi superstipendi, superliquidazioni, superprivilegi. E proprio mentre il governo Letta ipotizza la rateizzazione delle liquidazioni per i lavoratori statali. Questo no.

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