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Nella coppia, NON si tratta di violenza e di stalking di genere. Sono "vittime" entrambi i partner e

Gent.mo Direttore Maurizio Belpietro, ho tanta stima di lei, anche perché non si ferma alla superficie della notizia ma l’approfondisce. Mi scuso per la lunghezza del mio scritto, ma la complessità della questione richiede un minimo di spiegazioni altrettanto complesse, suffragate da esperienze ed elementi di supporto. Sono Michele Russo, psicoterapeuta e ricercatore di psicologia delle personalità. Negli ultimi quindici anni ho condotto una ricerca che mi ha portato ad analizzare tanti singoli soggetti e rapporti di coppia sia in Italia che all’estero, e sia in alcune popolazioni tribali dell’India e del Messico. Uno dei risultati più importanti scaturito dalla mia ricerca mi porta ad affermare, senza ombra di dubbio, che nella coppia NON si tratta di violenza e di stalking di genere. Averla classificata come tale è stato fuorviante. A causa probabilmente del fatto che nell’80% dei casi le vittime di violenza siano donne e trascurando che l’altro 20% siano invece uomini. Già questo fatto da solo avrebbe dovuto suscitare delle perplessità e spingere gli addetti a ricercare diversamente le vere cause e i veri meccanismi che provocano tale tipo di violenza, cosa che il sottoscritto, modestamente, ha effettuato in questi ultimi quindici anni. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, dove affrontano questi problemi da molti più anni di noi, i dati sono comunque diversi: ? in Gran Bretagna, 57% donne e 43% uomini ? negli Stati Uniti, 50% donne e 50% uomini Le associazioni che si occupano di questi problemi sia per le donne sia per gli uomini, tutte indistintamente, agiscono, lamentano e chiedono le medesime cose. Le associazioni che ho preso come riferimento sono: l’associazione Mankind in Gran Bretagna e l’associazione del nosocomio di eccellenza Mayo Clinic negli Stati Uniti. In più, queste associazioni anglosassoni lamentano che i loro assistiti, quando denunciano la violenza, non sempre vengono creduti e presi nella giusta considerazione dalle autorità. Ma ecco qualche stralcio delle loro raccomandazioni alle potenziali vittime, che noteremo sono del tutto simili alle associazioni relative alle donne: ? It might not be easy to recognize domestic violence against men. Early in the relationship, your partner might seem attentive, generous and protective in ways that later turn out to be controlling and frightening. Initially, the abuse might appear as isolated incidents. Your partner might apologize and promise not to abuse you again. ? Health care providers and other contacts might not think to ask if your injuries were caused by domestic violence, making it harder to open up about abuse. You might also fear that if you talk to someone about the abuse, you'll be accused of wrongdoing yourself. Remember, though, if you're being abused, you aren't to blame — and help is available. Inoltre occorre annotare che lo stesso tipo di violenza viene perpetuato nella coppia costituita da omosessuali, transessuali ecc. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, la maggiore vicinanza tra le percentuali di vittime uomo-donna, 57-43 e 50-50, ha un po’ allontanato l’ipotesi che si potesse trattare di violenza esclusiva contro le donne, portando a registrare le persone che commettono violenza, come persone violenti. Anche se istituzioni autorevoli, la BBC e altre, reclamano che non succede ancora abbastanza, nonostante siano stati forniti da loro e da altri, studi in merito ben documentati. Tuttavia, per quanto ci riguarda in questa occasione, così come in Italia e nel resto del mondo, neanche loro conoscono ancora i motivi veri che sono alla base di tale tipo di violenza e i meccanismi che la provocano, limitandosi a classificarli, vittime e violenti. Le cause e i meccanismi sono in verità complessi, ma una volta scoperti rispondono a criteri logici ed empirici perfettamente dimostrabili. Un esempio concreto, tratto dalla mia ricerca, potrà forse iniziare a rendere meglio l’idea: «So bene che lei non è la persona che vorrei, non è capace di amare veramente… eppure mi sarei accontentato, mi sarebbe stato sufficiente un po’ di comprensione in più […] Mi aspettano giorni difficili… Dio dammi la forza di superarli, dammi Ti prego l’intelligenza e la chiarezza per affrontare i prossimi giorni e mesi… Devo staccarmi da lei. […] Ho le traveggole! Il pensiero fisso di lei me la fa vedere ovunque… ho i miraggi, come l’assetato nel deserto […] Eccomi qui a dibattermi… la ragione mi consiglia di lasciarla perdere e di pensare ad agire come se non esistesse… ma questa forza indecifrabile che mi sospinge verso di lei… chiamarla a telefono anche quando so che non c’è… cercarla in giro per la città nei luoghi in cui potrebbe trovarsi…qual è la medicina per non pensarla? …ecco, non riesco più a scrivere, la possibilità di trovarla in casa mi spinge a correre da lei… è ciò che farò subito! […] Non vedo alternative al momento, devo accettare il rischio…e, se non riuscirò a sopportare il dolore, invocherò Dio di chiamarmi a sé, così porrò fine alle mie angosce…mi abbandonerò nelle braccia dei miei morti… che si prendano cura di me, di me incapace di affrontare la vita com’è, di me debole, ignorante, stupido, bambino! …se continuo a lasciarmi andare così, farei meglio a suicidarmi». Queste sono solo alcune delle frasi tratte dal diario di un uomo lasciato dalla moglie. E sono esempi di frasi pronunciate quotidianamente da centinaia di uomini e di donne abbandonati dai loro rispettivi mariti, mogli, fidanzati, amanti. Altri soggetti reagiscono in modo più estremo, con violenza. Per una comprensione migliore delle reazioni violente che potrebbero scatenarsi quando si diventa preda dell’inconscio (ovvero, delle due funzioni inconsce preposte - fattori decisivi) invito a leggere il racconto di Leon Tolstoj, La sonata a Kreutzer. Di esso riporto qui qualche frammento significativo che reputo, non solo pari a una testimonianza reale, ma più utile per riuscire a comprendere i meccanismi come agiscono. Infatti, Tolstoj descrive magistralmente il conflitto e l’alternarsi della collaborazione e della sottomissione che si sprigiona tra le funzioni coscienti e le funzioni inconsce in quei particolari momenti: «Mi misi in ascolto, ma non riuscii a capir nulla. Evidentemente il suono del pianoforte aveva lo scopo preciso di coprire le loro voci, i loro baci, forse. Mio Dio! Che cosa non mi prese! Il solo ricordo della bestia che allora mi si agitava dentro mi fa orrore. Il cuore mi si strinse in una morsa, si fermò e poi riprese a battere, come un martello. Il sentimento più forte, come sempre quando si è in preda alla rabbia, era l’autocommiserazione… «Che devo fare?» mi domandai. «Entrare? Non posso, Dio solo lo sa cosa potrei fare». Ma non potevo nemmeno andarmene. […] La prima cosa che feci fu di togliermi gli stivali, poi, rimasto con le sole calze, mi avvicinai alla parete sopra il divano, dove tenevo appesi i fucili e i pugnali; presi un pugnale ricurvo di Damasco, mai usato e terribilmente tagliente. […] Giunto sul posto senz’essere stato notato, spalancai la porta di colpo. Ricordo l’espressione sui loro volti, la ricordo perché mi procurò una gioia tormentosa. Era un’espressione di terrore. Era proprio quello che mi occorreva. Non dimenticherò mai il terrore disperato dipinto sui loro volti al primo istante, non appena mi videro. […] Il suo volto (di lui) esprimeva inequivocabilmente soltanto terrore. Su quello di lei c’era la medesima espressione di terrore, ma assieme ve n’era un’altra. Se quella fosse stata l’unica, forse non sarebbe accaduto quel che poi accadde; ma sul suo volto si leggeva, almeno mi parve nel primo istante, anche il dispiacere, la contrarietà che la sua passione amorosa e la sua felicità fossero state turbate. […] Mi trattenni sulla porta per un istante, nascondendo il pugnale dietro la schiena. In quello stesso momento, lui sorrise e, con un tono indifferente fino alla comicità, cominciò: «Ecco, noi stavamo facendo un po’ di musica…». «Proprio non ti aspettavo» cominciò a dire contemporaneamente anche lei, adeguandosi al tono di lui. Ma né l’uno né l’altra conclusero la frase: la stessa rabbia che avevo provato una settimana addietro s’impadronì di me, ancora una volta provai quell’esigenza di distruzione, di violenza e d’estasi del furore, e mi abbandonai ad essa.» Quando si viene abbandonati dal partner le reazioni sono sempre forti, anche se variano a seconda dei tipi psicologici e delle singole personalità coinvolte: c’è chi incassa il colpo in modo apparentemente tranquillo, chi si chiude in casa a disperarsi, chi si concentra completamente sul lavoro, chi cerca conforto negli amici, chi va alla spasmodica ricerca di una sostituta (o di un sostituto), e c’è chi non resiste alla disperazione, esplode e lascia che precipiti tutto in tragedia. In questi e in tutti gli altri casi, a scatenare le reazioni più incontrollate sono le due funzioni inconsce. Così come precedentemente queste sono state determinanti nel suscitare l’attrazione e nel costituire il legame inconscio dell’innamoramento, poi, nel momento in cui avviene l’abbandono, queste stesse funzioni inconsce reagiscono in maniera più o meno esasperata e sconvolgente, con la loro forza primitiva, rozza e brutale, bloccano e impediscono alle funzioni coscienti di contrapporsi, liberando i loro desideri e le loro azioni. Alcuni professionisti del settore sostengono che quando la reazione all’abbandono è di tipo violento non si debba parlare di rescissione di un legame d’amore, perché in quei casi non si tratta di amore ma di reazione scomposta alla perdita dell’oggetto che si desidera e che si vuole possedere, causata da una patologia di fondo come ad esempio la depressione. Mentre concordo col dire che la reazione (in parte) è dovuta alla perdita dell’oggetto del desiderio e del possesso, non è affatto vero invece che dipenda da una condizione patologica, sono persone normalissime come tutti noi, e a tutti noi potrebbe accadere una cosa del genere. La reazione infatti è determinata dalle due funzioni inconsce preposte, che sono fattori naturali complessi costitutivi della psiche di ognuno di noi e che contribuiscono, in positivo e in negativo, a determinare quotidianamente la vita di ciascuno di noi, e, ahinoi, anche della violenza. L’amore – perché è di ciò che stiamo parlando, anche se poi ad esso si associano altri fattori – coinvolge sia le funzioni coscienti che le funzioni inconsce: quando il rapporto d’amore è sereno le funzioni inconsce continuano ad alimentare il sentimento d’amore o rimangono dormienti, pertanto le funzioni coscienti predominano e i comportamenti rimangono razionali, normali; quando invece il rapporto d’amore va in crisi e uno dei due partner lascia l’altro, le funzioni inconsce del partner lasciato, abbandonato, prendono il sopravvento e determinano i comportamenti che producono pensieri, sentimenti e sensazioni di qualità elementare, primitiva e rozza, simili a quelli che mostra un bambino verso la madre che lo abbandona e della bestia ferita che si sente sconfitta e perduta: il "bambino e la bestia" insieme non sentono ragioni e quell’amore dell’individuo sereno e maturo della coscienza che ragiona, cede il passo al desiderio e al possesso del "bambino e della bestia" nel suo inconscio. Per ottenere ciò che desiderano il "bambino e la bestia" (cioè le sue funzioni inconsce) esercitano il loro potere prepotente sulle funzioni coscienti, sfuggono al loro controllo, prevalgono e costringono queste a collaborare, a partecipare alla ricerca del modo per ricontattare e riprendersi la "madre" perduta o a finire il tutto insieme ad essa. Per dirla con Goethe: «A chi sordo è al passo mio, con un cupo brontolio io rintrono dentro il cuore: e nel cuore, a tutte l’ore, in mutevole parvenza truce esercito potenza.» In altre parole, il partner abbandonato si sente perduto, incapace di agire normalmente con la ragione della coscienza, il mondo gli crolla addosso e a reagire rimangono soltanto le sue due funzioni primitive e inconsce, incontrollabili dalla volontà della coscienza, che iniziano e poi continuano a scatenare la loro natura di reazioni e a determinare il calvario personale suo, di persecutore, e purtroppo del partner, della vittima. Nella psiche di questo partner persecutore, ormai schiavizzato, come in quella di qualunque altro partner in simili circostanze, le funzioni della coscienza, della ragione, s’indeboliscono e diventano succubi, totalmente incapaci di opporsi alla forza bruta delle funzioni inconsce. Così, non rimane più una questione su cui ragionare o di cui attendere che il tempo faccia il suo corso: la ragione, ovvero la volontà, da sola non ce la fa, non ce la può fare a controllare le reazioni delle due funzioni inconsce. La ragione, ossia l’attività della coscienza, non ha potere sull’inconscio, perché questi è autonomo, indipendente e decide ciò che desidera, incurante delle volontà della coscienza. Come la volontà da sola non può arrestare i battiti del cuore (e di tutte le altre funzioni biologiche autonome: fame ecc.), così la volontà da sola non può arrestare i desideri, i sentimenti, i pensieri primitivi, provocati dalle funzioni inconsce. Così come le stesse funzioni inconsce prima lo avevano indotto a innamorarsi, formando al contempo il legame d’amore inconscio col partner, poi, per ottenere il contrario, cioè che l’amore termini e il legame si sciolga, occorre che si innesti il percorso inverso: o spontaneamente, se questo accade, oppure occorrerà che il legame venga sciolto con gli strumenti ad esso disposti che per fortuna ci sono e che ho applicato e applico. Fino a quando il legame inconscio nel partner che si sente abbandonato rimane, tale partner rimarrà soggetto alle azioni delle sue funzioni inconsce e si comporterà di conseguenza. Sono queste funzioni inconsce che provocheranno in lui o in lei, inizialmente la ricerca spasmodica del partner, lo stalking, e poi tutto il resto, tra cui, in tanti casi, la tragedia dell’omicidio, del suicidio, della strage familiare. In tutte le mie esperienze di analisi dei rapporti di coppia il meccanismo descritto è sempre stato lo stesso e non si è MAI rivelato il contrario o diverso. Per fortuna, quindi, sulle funzioni inconsce si può intervenire e con successo nella quasi totalità dei casi. Col mio dire con successo, intendo dire che i due partner arrivano finalmente a comprendere: innanzitutto i motivi che li hanno condotti a quella situazione d’incomunicabilità e poi i meccanismi che agiscono e quali comportamenti adottare per "sgonfiare" l’inconscio di tutta quella energia psichica che si è nel frattempo accumulata – ovviamente lungo da spiegare in questa sede. In altre parole, bisogna aiutare "vittima e persecutore" insieme. Separarli, è l’errore più grande che si possa fare. Questo è e rimane l’unico modo per cercare di salvare queste persone dalla tragedia. Naturalmente, meglio sarebbe prevenire o intervenire il prima possibile. Se si vogliono ottenere risultati su larga scala, come sarebbe necessario fare (I casi che affiorano alla ribalta sono solo una modesta percentuale), occorrerà istituire e diffondere apposite strutture specialistiche in grado di applicare i nuovi paradigmi, nonché realizzare canali informativi ove possibile (vedi proposta operativa). Mi auguro di essere riuscito, in questo spazio ristretto, a dare un’idea di quanto all’incirca accade in tanti rapporti di coppia. Spero mi aiuterà a far conoscere le cose come stanno davvero e possibilmente ad applicare la mia proposta operativa riportata di seguito. Michele Russo

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