Cerca

Quando la pericolosità è soggettiva...

Egregio Direttore, Gentile Redazione, Sono Luca Imbimbo, cittadino italiano. Alla luce di quanto accaduto al giovane di Lecco ucciso nei giorni scorsi nel Kent, Vi invio una lettera da me inviata al Ministero degli esteri italiano nella persona del ministro Emma Bonino del direttore centrale per i servizi agli italiani all'estero Francesco Saverio Nisio - senza, tra l'altro, ottenere risposta - per segnalare quanto accaduto a me e al mio fidanzato, Luca imbimbo, durante la nostra, ahimè, breve permanenza in Gran Bretagna. Siamo entrambi profondamente colpiti e addolorati per quanto accaduto al povero Joele Leotta perché, lo sottolineo, al suo posto ci saremmo potuti essere noi. Non voglio dilungarmi ulteriormente, capirete meglio leggendo la mia lettera. Vi lascio con un solo amaro interrogativo: Cosa fanno in nostri rappresentanti all'estero, quelli del Consolato intendo, quando un "cittadino" che si sente in pericolo di vita chiede loro aiuto? Spero possiate essermi, esserci d'aiuto, dare voce a chi troppo spesso voce non ha mentre i "soliti privilegiati" continuano sereni a poltrire sulle loro comode poltrone... Distinti saluti, Agata Pignatiello Egregio Ministro degli Affari Esteri Emma Bonino Piazzale della Farnesina, 1 00135 Roma Egregio Direttore Centrale per i servizi agli italiani all'estero Francesco Saverio Nisio presso: Direzione generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie Piazzale della Farnesina, 1 00135 Roma Buonasera, Con la presente i sottoscritti Luca Imbimbo e Agata Pignatiello Vi scrivono per informare il Ministero degli Esteri Italiano di quanto accaduto presso il Consolato Italiano di Londra (sezione Assistenza Sociale) lo scorso venerdì 20 Settembre 2013. Andiamo per gradi. Il giorno 7 settembre siamo partiti dall’Italia con l’intenzione di stabilirci nella capitale inglese per un periodo non inferiore ai sei mesi al fine di fare un’esperienza lavorativa che ci consentisse anche di migliorare la nostra conoscenza della lingua. Il primo obiettivo, ovviamente, è stato quello di trovare una casa. Dopo due giorni di ricerca in loco abbiamo ritenuto opportuno spostare la nostra attenzione su Luton, piccola città distante soli 25 minuti di treno dalla stazione centrale di Kings Cross. I prezzi più competitivi e abbordabili, nonché la maggiore disponibilità di spazio, ci hanno convinti a scegliere quella come nostra meta finale. Dopo esserci rivolti all’agenzia The Property Shop, una delle dipendenti ci ha mostrato un monolocale situato proprio su George Street, il corso principale. Al momento della visita il palazzo era soggetto a pulizia così come i singoli appartamentini siti ognuno su un piano differente. La casa ci è sembrata perfetta: parquet, cucina separata, bagno con finestra, riverniciata di fresco, pulita (così perfetta in realtà poi non era ma questo esula dal nostro discorso). Insomma… Caratteristiche introvabili a Londra con il budget a nostra disposizione. Abbiamo deciso di affittarla firmando un regolare contratto e pagando due mesi anticipati più le quote relative all’assicurazione e alla percentuale-agenzia. Questo è accaduto martedì 10 e ci saremmo dovuti spostare il successivo venerdì 13. Come da accordi, abbiamo preso possesso della casa il pomeriggio trascorrendo la prima giornata a comperare il necessario per poter vivere: dagli utensili da cucina ai cuscini... Tutto nella norma, o quasi. La sera del sabato (14 settembre) è iniziata la nostra avventura, o meglio, disavventura... Intorno alle 23:00 un frastuono ci ha fatti sobbalzare. Il rumore si è protratto dentro e fuori le mura condominiali per tutta la notte non consentendoci di chiudere occhio. L’indomani mattina il portone si era trasformato in una disgustosa discarica: bottiglie di alcolici, residui di sostanze corporee, sangue, resti di sostanze stupefacenti (di ogni genere, lo sottolineo) e utensili utilizzati per la relativa preparazione e consumo, cartacce… Spaventati ma testardi, abbiamo deciso comunque di non demordere. La situazione è, ahinoi, repentinamente precipitata. Dalla domenica pomeriggio in avanti sono iniziati ad avvicendarsi incontri con spacciatori e personaggi loschi all’interno del palazzo mentre proprio il nostro pianerottolo si trasformava nel fulcro di un’attività frenetica: decine di giovani, e meno giovani, riuniti davanti la nostra porta (a qualsiasi ora ma con maggiore intensità al calar del giorno) per trafficare e consumare “i loro prodotti”. Uscire ed entrare dal/nel nostro appartamento è diventato, come dire, complicato. Approcciarci direttamente con questi individui era per noi impossibile perché, lo capirete, avevamo paura; paura, certo, non potendo immaginare la reazione di persone evidentemente sconvolte o in quel luogo per aiutare altri a sconvolgersi. Quelle tra il mercoledì e il giovedì notte sono state le ore probabilmente più dure… Dopo ripetuti colpi, la porta d’ingresso stava per essere sfondata: la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Terrorizzati (direi!) abbiamo finalmente deciso di recarci in agenzia chiedendo la possibilità di rescindere il contratto per gravi motivi di sicurezza e per omesse informazioni con la relativa restituzione dei soldi anticipati (l’unica nostra possibilità per restare in Inghilterra e cercare un’altra casa). Era giovedì 19 settembre. Ci è stato detto che non era possibile e che, al massimo, avremmo potuto cambiare quell’abitazione con una proposta da loro. Ci è parso un ricatto, inaccettabile. Ovviamente non potevamo riporre ancora la nostra fiducia in quelle persone. Abbiamo ringraziato ma detto loro che avremmo cercato un’abitazione altrove e che saremmo andati via nei giorni a seguire. Ci è stato dato un bigliettino riportante il numero telefonico di David, manager dell’agenzia, e quello della polizia da contattare in caso di emergenza (emergenze delle quali non ci è parso poi si stupissero). Tornati a casa, arrabbiati e delusi, ci siamo seduti al tavolo in cerca di soluzioni: non potevamo arrenderci. Solo quindici minuti dopo il nostro arrivo davanti la porta d’ingresso è iniziata a radunarsi la solita folla… Erano circa alle 18:00… Noi dentro esasperati e impauriti, loro fuori sempre più molesti finché, e c’era da aspettarselo, la porta non si è aperta e un giovane presumibilmente di origini nordafricane ha fatto irruzione in casa. Con prontezza di spirito, un pizzico di imprudenza e fortuna siamo riusciti a farlo retrocedere tra i suoi “compagni” e a barricarci in casa. Abbiamo chiamato prima David che a sua volta ci ha detto di contattare la polizia ma quel numero fornitoci risultava irraggiungibile dai nostri telefoni cellulare. Quando lo abbiamo richiamato per farglielo notare lui ha esclamato (riferendosi ad Agata): STUPID WOMAN… Al danno anche la beffa, mi verrebbe da pensare. Ad ogni modo... Da lì a poco è giunto in loco insieme alla polizia (evidentemente chiamata da lui). Tra urla e inseguimenti sono riusciti a sgombrare il portone (non sappiamo con esattezza se qualcuno è stato arrestato perché troppo spaventati per mettere il naso anche solo fuori dalla finestra). Ad ogni modo, nessuno si è premurato di verificare come stessimo. C’è però da dire che la polizia è rimasta di guardia nelle tre ore successive. La notte è arrivata ed è stata tremenda, un vero incubo: stranamente silenziosa eppure terribile. Noi barricati in casa, con un divano incastrato dietro la porta, gli occhi spalancati e la certezza di dover andare via. L’indomani mattina (venerdì 20 settembre) eravamo pronti alle 7:30 per essere in Consolato a Londra il prima possibile ed è a questo punto che, in qualche modo, siete entrati in gioco (mi scuso per il “gioco” di parole) Voi. Già il pomeriggio precedente avevamo chiamato la nostra Rappresentanza in Inghilterra per chiedere indicazioni sul nostro possibile modus operandi. Con gentilezza e garbo ci è stato detto che ci saremmo dovuti recare l’indomani mattina presso i loro Uffici per ricevere assistenza. Così abbiamo fatto. Alle 9:35 eravamo all’interno dell’Harp House sita al numero 83 di Farringdon Street (sede del Consolato da Luglio 2013). Alle 9:40 circa eravamo nella saletta d’attesa del secondo piano dove sono collocati gli uffici preposti all’assistenza sociale. È qui che pochi minuti dopo ci ha accolti una donna di mezza età dall’accento toscano e con una fasciatura alla caviglia: il Funzionario (della quale purtroppo non conosciamo il nome)… Quello che ci ha fornito è stato tutt’altro che assistenza... In maniera distaccata, con fare frettoloso, ha “ascoltato” brevemente la nostra storia. A metà racconto ha però deciso di smettere di prestare attenzione schernendoci e meravigliandosi della nostra presunta ingenuità. La pericolosità del luogo in cui avevamo scelto di vivere era, a suo dire, “soggettiva”, noi eravamo i soli responsabili della nostra incolumità. Alle nostre domande incalzanti ha deciso di non rispondere. Della nostra evidente paura ha deciso di infischiarsene. Della nostra sorpresa dinanzi a quell’inaspettato atteggiamento ha deciso di farne un’arma per liberarsi di noi il più velocemente possibile. Questo è un passaggio emblematico - riportato per come lo ricordo (avrei registrato ogni cosa se avessi potuto avere il cellulare acceso) - della conversazione: Agata: “Noi in quanto cittadini italiani che si sentono in una situazione di pericolo abbiamo deciso di rivolgerci a Voi per avere un supporto.” Funzionario: “Signorina, o signora… Che vuole da me? Io non posso fare proprio nulla!”* Agata: “E se stasera dopo essere stata qui a denunciare il fatto mi accade qualcosa?” Funzionario (infastidito): “Ehhhh… Chiami la polizia… Noi non c’entriamo!” Poche parole che hanno minato uno stato d’animo già afflitto. Avevamo un video da mostrare a testimonianza: non è stato visto. Un contratto da far visionare per ricevere un parere: non è stato letto. Parole serie, per tanti sconvolgenti, meritevoli di essere udite ma che tali non sono state. Ci chiediamo allora… Che significato ha dunque per i nostri funzionari all’estero la definizione CITTADINO ITALIANO? Qual è il loro ruolo, quale il loro lavoro (pagato, meglio ricordarlo, con i soldi di noi contribuenti ITALIANI), quale il loro compito se non quello di assistere e tutelare la nostra incolumità al di fuori dei confini nazionali? Ecco, questo è il punto… Che diritti ha un CITTADINO ITALIANO quando si trova all’estero? Chi è preposto a ricordare lui tali diritti (e i relativi doveri)? Cosa deve fare quando chiede asilo in terra italiana all’estero (il Consolato lo è) ed è invece cacciato in malo modo senza aver potuto illustrare e motivare le sue ragioni? Si è pensato probabilmente a un capriccio, a una leggerezza… Non è così! Nessuno più arrogarsi il diritto di pensarlo se non conosce i fatti, se non lo appura scrupolosamente (quanto è importante questa parola!). Siamo persone adulte, dei seri professionisti arrivati a Londra con l’intenzione ferma di lavorare per iniziare a costruire il nostro futuro insieme. Abbiamo scelto quella casa dopo lunghe riflessioni, ci saremmo rimasti fino alla fine ma di certo non potevamo prevedere quanto poi è accaduto. Non potevamo permetterci (non provo vergogna scrivendolo) di spendere una settimana del nostro tempo “per conoscere meglio il luogo” come avremmo dovuto fare secondo il suddetto Funzionario. Non eravamo obbligati, quel maledetto pomeriggio, a chiuderci dentro casa poco dopo il nostro arrivo perché chiunque avrebbe potuto arrogarsi il diritto (sempre secondo il Funzionario) di entrare. In Italia mi sembra che esista l’articolo 614 del codice penale - la violazione di domicilio - valevole anche quando si è con la porta “spalancata” e un estraneo (pur se non pericoloso e non era quello il caso) si introduce all’interno. Avremmo peccato di ingenuità non chiudendo, lo ammettiamo… Eravamo nel pallone, non abbiamo scuse… Ma: 1 - NESSUNO HA IL DIRITTO DI ENTRARE IN CASA D’ALTRI. 2 - IL REATO RESTA. Saremmo potuti andare immediatamente alla polizia ma abbiamo voluto aspettare, avere fiducia… Prima nella possibilità di cavarcela da soli senza sollevare polveroni, poi nella nostra agenzia, poi, ancora, nello STATO ITALIANO a Londra… Abbiamo sbagliato ed è questo il nostro unico errore! Quel giovedì pomeriggio quel Consolato rappresentava per noi un’ancora di salvezza, un punto di riferimento certo. Quella notte abbiamo atteso che passasse, terrorizzati ma speranzosi. È difficile da raccontare, trasmettere le emozioni provate in quei giorni, ci sembra sempre di minimizzare. Ci trovavamo in una situazione difficile, PERICOLOSA… Lo urlo!. Un pericolo oggettivo... Lo ribadisco! Aprire la porta solo per assistere a spettacoli degradati e degradanti. Sentirsi rassicurati nel trovare, magari, solo degli schizzi di sangue e le bustine d’imballaggio della marijuana dicendosi a vicenda: “Però hai visto, ieri era molto peggio!”. Sentirsi sopraffatti. Avere 24h/24h nel naso l’odore acre dello sporco, delle feci, della droga. Restare svegli per un’intera settimana. Essere infastiditi. Incontrare tossici e spacciatori sul tuo stesso piano. Sentirsi prigionieri in una casa, la tua, dalla quale sai che sarai costretto a scappare (ma non puoi!)… Insomma… Può questo essere definito soggettivo? Non è facile… Il 29 settembre io, Luca, sarei rientrato momentaneamente in Italia per un periodo più o meno lungo. Quale uomo avrebbe avuto l’indecente coraggio di lasciare sola la sua compagna in situazione del genere? Noi non chiedevamo al Consolato Italiano sostegno economico e affini… A noi bastava un consiglio (come muoverci, cosa fare, cosa non fare), una parola gentile… Noi avevamo bisogno si sentire elencati i nostri DIRITTI in quanto, lo ripeto ancora una volta, CITTADINI ITALIANI… Solo dei diritti insieme a una pacca sulla spalla… “Prendete un’altra casa o fate il biglietto e tornate in Italia”, ci è stato detto mentre venivamo “spazzati” fuori dalla stanza… Non possiamo accettarlo. Qual è lo scopo di tali Uffici e dei suoi dipendenti? Organizzare party per i poveri privilegiati italiani all’estero? Esigiamo delle risposte, delle scuse per il trattamento subito! Domenica 22 settembre alle 6:10 eravamo su un aereo che da Londra Gatwick ci riportava in Italia. Ora che - parafrasando Primo Levi (citazione azzardata che mi accingo a fare chiedendo venia) - siamo al sicuro nelle nostre tiepide case non ci resta che meditare. Meditare su noi stessi. Su quella sfortunata vicenda. Sulle nostre scelte, giuste o sbagliata. Sulla nostra imprudenza, se di imprudenza si può parlare. Sulla nostra ferma volontà di non abbatterci dinanzi alle difficoltà. Sulla voglia di tornare per sognare un futuro. Vorremo, anzi pretendiamo, che anche altri potessero meditare… E a Lei, irreprensibile funzionario che ci ha accolti, non possiamo che augurare di trascorrere una sola notte della sua vita nelle medesime condizioni in cui noi ne abbiamo trascorse sette per capire quanto, in talune circostanze, la cosiddetta pericolosità soggettiva possa tanto pericolosamente diventare oggettiva. Avellino, 02/10/2013 In Fede, Luca Imbimbo Agata Pignatiello *Nota a margine - Noi a Lei in quanto singolo individuo non chiedevamo nulla. Ci siamo rivolti a Lei in quanto rappresentante dello Stato Italiano.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog