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Cattiva politica o cattivi politici?

Si dice che la politica sia sempre più distante dal paese reale, dalla gente. Sono d’accordo ma è un’affermazione che merita un’interpretazione più approfondita. Infatti, utilizzando astrattamente e impersonalmente il termine politica, si rischia di fare un’operazione che mistifica la verità sottesa da un’affermazione che descrive bene una consapevolezza diffusa ma non coglie l’essenza del problema. Non è la politica che non si dimostra più in grado d’interpretare la società, di ascoltare le istanze e rispondere ai bisogni dei cittadini, di infondere speranza nelle persone, di dare prospettive nuove e positive per il futuro di tutti noi. Le responsabilità hanno sempre nomi e cognomi. Sono dunque i politici, i deputati, i senatori, i consiglieri dei vari livelli istituzionali, i singoli amministratori, che dimostrano tutta la loro inettitudine nel comprendere le dinamiche, oggi più che mai drammatiche ,che attraversano le famiglie, i lavoratori, i giovani, le donne. La gente ha iniziato ad utilizzare il termine casta, riferendosi ai politici, da sempre classe privilegiata in quanto classe dirigente, solo nel momento in cui si è resa conto che gli “eletti”, non solo non erano più tali perché nominati dalle segreterie di partito, ma soprattutto da quando non si sentono più rappresentati. Rappresentare significa svolgere le proprie funzioni in nome e per conto di altri. Da troppo tempo i nostri politici rappresentano solo loro stessi, i loro interessi, le loro lobbies. I cittadini che vivono le tragedie quotidiane che derivano dalla perdita del lavoro, della speranza, della dignità, non tollerano più di assistere al teatrino della politica dove va in scena un’aristocrazia di personaggi che hanno trasformato la res publica in un affare privato. Ecco è proprio questo che è avvenuto: i politici si sono appropriati della cosa pubblica che di conseguenza non è più di tutti e i cittadini si sentono lontani, abbandonati, scoraggiati in ultima analisi non rappresentati.

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