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Poi un giorno ti accorgi che detesti la tua città

Dalla politica all'ambiente, dal lavoro allo sport: alcuni motivi (soggettivi) per disinnamorarsi di Palermo. Poi un giorno a 50 anni suonati ti accorgi di detestare la tua città, quella stessa città che ti sei rifiutato di lasciare quando, pur avendo ricevuto una bella offerta di lavoro al Nord, hai deciso che la tua vita non poteva essere solo sudore e nebbia. Detesti quella città che hai conosciuto, quasi indagato, per via di un mestiere nel quale si conosce e si indaga sempre meno, ma che resta comunque l’unica cosa che sai fare. Sì, ti va stretta la tua città, perché è la piccola capitale della politica arruffona, quella che promette di sacrificarsi e invece s’imbosca, quella che trucca i numeri affinché i conti non tornino mai. Quella città in cui molti corrono per sport ma non c’è una maratona degna di questo nome, la stessa città in cui per paradosso la panza è popolarmente ancora simbolo di potere, come se fosse un requisito di esperienza, e invece è solo orribile, pericoloso, adipe. Una città in cui comunque bisogna prendersela col sindaco – chiunque esso sia – perché la storia ci ha consegnato sindaci fannulloni e lestofanti, ma non è detto che sia sempre così. La stessa città in cui nessuno è profeta in patria e anzi il dazio da pagare ai concittadini, se malauguratamente ci si trova ad aver successo, è quello di passare comunque per un quaquaraquà. Una città in cui per presentarti non devi dire chi sei, ma a chi appartieni. Quella stessa città in cui si cerca un lavoro qualunque, quando la Confartigianato cerca disperatamente lavoratori non qualunque. Una città che trabocca di immondizia perché gli addetti non puliscono, ma soprattutto perché gli abitanti sporcano. Una città che ha consegnato un immenso, meraviglioso, parco urbano a prostitute e a truppe di incivili banchettatori domenicali che non distinguono un pino marittimo da un cestino dei rifiuti. Una città costruita sui luoghi comuni, dove chiunque ha la presunzione di essere un padreterno senza accollarsene le responsabilità. Una città che non premia, ma al limite – e con qualche decennio di ritardo – commemora.

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