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Faida a Milano

Faida a Milano. Ma quanto si danno da fare i poverissimi signorini del sud italiota con le loro emigrazioni! Anche quando non se ne vede la necessità (di emigrare). Come se non gli bastasse il regno delle due Sicilie che dal 1860 lo occupano con prepotente violenza. E già, altrimenti i meridionali italioti se con i loro inutili espatri non invadessero i territori del Centro-Nord Italia non potrebbero neppure esportare l’unica cosa che hanno sempre saputo esportare: le mafie. Insomma la peste dell’associazione a delinquere del cosiddetto Mezzogiorno contagia e si diffonde a macchia d’olio ovunque. Sì, perché nel regno delle due Sicilie i signorini italioti o sono affaccendati con l’abulìa, o sono fortemente impegnati nel fare i pensatori e gli intellettualoidi, oppure sono completamente occupati nel coordinare le varie cosche della criminalità cosiddetta organizzata, e comunque si sono sempre ben guardati dall’unica cosa che in effetti dovrebbero e avrebbero dovuto fare per cambiare la secolare e quanto mai falsa questione meridionale: cioè lavorare. Fino a qualche tempo fa piangevano per la povertà del cosiddetto profondo sud, adesso invece si sono emancipati perché al pianto per la povertà hanno aggiunto anche quello per la disoccupazione. Povertà e disoccupazione sono solo due fattori dei problemi sociali italiani (e mondiali) che però sembrano riguardare e affliggere da sempre esclusivamente i meridionali italioti: è un privilegio e una prerogativa da cui possono trarne vantaggi e benefici unicamente loro. Si capisce, perché i veri italiani del Centro-Nord lavorano e pagano le tasse mentre i “poveri” signorini del sud non fanno altro che aspettare le provvidenziali elargizioni delle varie casse del Mezzogiorno (poi Agensud) e adesso dei cosiddetti Fondi strutturali europei riservati unicamente agli indigenti italioti del regno delle due Sicilie, perché secondo lo scaltro ragionamento dei furbi meridionali comunque sono soldi degli italiani e quindi gli spettano (a loro) di diritto e per direttissima: ecco, appunto, sono soldi degli italiani del Centro-Nord che lavorano e pagano le tasse. Infatti l’unica attività che i poveri del sud italiota hanno sempre svolto con diligente impegno e massimo profitto è ed è stata quella della criminalità organizzata. Secondo la definizione di uno dei tanti pensatori, filosofi, teorici (come sono bravi a enunciare illuminanti deduzioni!), ideologi, politici, saggisti, scrittori (e chi più ne ha ne metta) meridionali italioti che si sono avvicendati in italia negli ultimi centocinquanta anni, la mafia (o le mafie nel regno delle due Sicilie) è un sistema che contiene e muove interessi economici e di potere di una classe borghese, non sorge e si sviluppa nel vuoto dello Stato (come i cittadini del sud furbescamente vorrebbero far credere) ma dentro lo Stato. La mafia non è altro che una borghesia parassitaria che non imprende ma soltanto sfrutta, un'associazione per delinquere, coi fini di illecito arricchimento che si impone come intermediazione parassitaria e imposta con mezzi di violenza tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato. Ricordo anche che sugli ingenti proventi annuali “in nero”, pari a una manovra finanziaria, delle organizzazioni mafiose e con cui si è arricchito il regno delle due Sicilie, i poveri signori del sud non ci hanno mai pagato un millesimo di tasse. Aggiungo e sottolineo da ultimo ma non per ultimo che i meridionali hanno il grande onore e privilegio (non ho mai capito in base a quale legge o regola) di poter andare a vivere dove vogliono e più li aggrada senza che nessuno gli dica o faccia nulla, ma guai se un italiano del Centro-Nord si azzarda ad andare a vivere nel Mezzogiorno senza rischiare di subire minacce, estorsioni, soprusi, violenze, gambizzazioni, liquefazioni nell’acido, ecc. ad opera dei simpaticissimi del sud: bene (anzi, molto male), questo, a mio avviso, oltre che criminale è certamente un comportamento razzista. L'organizzazione mafiosa trae profitti da numerosi tipi di attività criminali: traffico d'armi, contraffazione, contrabbando di sigarette, tabacchi ed altre merci, traffico di stupefacenti, droghe pesanti e leggere (principalmente), traffico di profughi clandestini, gioco d'azzardo, prostituzione, sequestri di persona, racket delle estorsioni (pizzo), furti, appalti, traffico di scafi, frodi agricole ai danni della UE e dell'AIMA, usura, ecc. ecc. Organizzazioni criminali: Cosa nostra – Sicilia (e Cosa nostra americana – USA), Camorra – Napoli, 'Ndrangheta – Calabria, Basilischi – Basilicata (Potenza, Matera, Policoro), Sacra Corona Unita – Puglia, Remo Lecce libera – Puglia, Stidda – Sicilia. In Italia, negli ultimi centocinquanta anni, sono stati molti i personaggi politici, pensatori, teorici e filosofi che hanno sostenuto il federalismo come unico sistema per risolvere la secolare e fantomatica questione del mezzogiorno ma, caso strano, non è mai stato possibile realizzarlo. Per ultimo lo stesso Umberto Bossi, presidente della Lega Nord, quando disse che era sua convinta intenzione realizzare il federalismo italiano, di nuovo non a caso, i politici e il popolo meridionale italiota al solo sentir nominare quell’agghiacciante parola, federalismo, reagirono con gravi disturbi psico-cardiocircolatori. Saluti Roberta Da un articolo del Fatto Quotidiano del 31 ottobre 2013: Quarto Oggiaro, è faida a Milano: ucciso il boss Pasquale Tatone. Il capo della famiglia che ha fatto la storia criminale del quartiere freddato nella notte mentre era al volante della sua Ford Fiesta. Il 27 ottobre era toccato al fratello Emanuele. Ora gli investigatori temono una guerra per il controllo dello spaccio. Tre giorni fa era stato ammazzato suo fratello Emanuele, stanotte è toccato a Pasquale Tatone, considerato l’attuale capo della famiglia di origine campana che ha fatto la storia della criminalità mafiosa a Quarto Oggiaro, quartiere “duro” della periferia di Milano. Pasquale Tatone è stato colpito da due, massimo tre pallettoni, probabilmente calibro 12, anche alla testa, mentre era al volante della sua Ford Fiesta, tra via Pascarella e via Trilussa. L’agguato è avvenuto nei pressi di una pizzeria, al momento chiusa. Secondo una prima ricostruzione, gli assassini si sono affiancati in auto e hanno fatto fuoco. Sul posto è arrivato anche il pm Alessandro Gobbis. Già l’omicidio di Emanuele aveva fatto temere l’esplosione di una faida, non tanto per lo spessore criminale della vittima, limitato, quanto per il peso del cognome che portava. Ma questa volta il cadavere piegato sui sedili dell’auto è quello di un boss. Il controllo dello spaccio di droga è con ogni probabilità all’origine della doppia esecuzione (anzi tripla, dato che tre giorni fa era stato assassinato insieme a Emanuele anche il pregiudicato Paolo Simone), ma per gli investigatori non è semplice capire quale sia il gruppo avversario che ha ordinato ai killer di muoversi. Era dal 2009 che a Quarto Oggiaro non si sparava, e anche allora a morire fu un personaggio dal cognome di rispetto, Franco Crisafulli, fratello di Biagio, altro boss storico della zona, ramo Cosa nostra però. La famiglia Tatone, originaria di Casaluce in provincia di Caserta, fino ai primi anni Novanta ha dominato lo spaccio nella zona, dal quartier generale di via Lopez 8, a pochi passi dal luogo dell’agguato di stasera. Nel 1992, nel pieno della prima stagione di grandi inchieste antimafia a Milano e dintorni, finirono in carcere non solo i cinque fratelli, ma anche la madre Rosa Tatone. Da lì il potere della famiglia inevitabilmente si appannò, e tra i palazzoni popolari di Quarto Oggiaro si fece strada il ragusano Biagio Crisafulli, detto “Dentino”, già luogotenente di Gerlando Alberti e in ottimi rapporti con la ‘ndrangheta “nordica” dei Sergi e dei Papalia, radicati a Buccinasco. Ma vent’anni dopo, quel nome continua a pesare e a esigere “rispetto. Dei fratelli Tatone un tempo regnanti nel quartiere, Nicola è in carcere, Mario è libero, Emanuele e Pasquale sono stati assassinati a tre giorni e poche centinaia di metri di distanza.

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