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ANZICHE' IMPORTARE AFRICANI, ESPORTIAMO PROFILATTICI

La popolazione del continente africano si vorrebbe trasferire in Italia, dove sembra più facile trovare pane e lavoro. Qui si garantiscono diritti per tutti e doveri per nessuno e d'altra parte anche la nostra televisione fornisce questa immagine di Paese felice, dove tutti mangiano le merendine al cioccolato, dove c'è posto per tutti e dove, anche se il lavoro a volte è precario, si riesce sempre a sbarcare bene il lunario. Se qualche rischio c'è, è quello di diventare obesi proprio con le merendine della pubblicità. Essere ospitali per noi è un dovere, un imperativo categorico, senza se e senza ma. Come dice la canzone, "aggiungi un posto a tavola, che c'è un amico in più; se sposti un po' la seggiola, stai comodo anche tu." Forse però il sistema ha dei limiti: la canzone parla di un posto a tavola, non di centomila. E forse anche i problemi del continente africano non si potranno risolvere con l'esodo in massa verso quella terra di nessuno che è l'Italia, anche perché, se passa il concetto che tutto è di tutti, si va dritti filati alla guerra di tutti contro tutti, al "bellum omnium contra omnes" di cui parla Hobbes nel De Cive, con tutte le necessarie conseguenze. Magari non c'è bisogno di essere filosofi come Hobbes per comprendere che il sistema non si può dilatare all'infinito e che i diritti e la libertà dell'uno finiscono dove cominciano i diritti e la libertà dell'altro. Il problema è essenzialmente di numeri, ovvero è un problema demografico: l'espansione demografica di alcune popolazioni non è più sostenibile. Per evitare un futuro caos totale e un ritorno alle leggi della giungla, bisognerà, prima o poi, meglio prima che poi, perseguire una crescita zero. Che cosa significa? Significa che la popolazione umana deve mantenersi numericamente stabile nel tempo e, nella fattispecie, non aumentare in maniera esponenziale come sta avvenendo ora. Non tutti gli africani si ritrovano con 38 fratelli in famiglia, ma con una decina magari sì e senza fratelli nessuno. Là non usa il figlio unico. Un sicuro vantaggio, oltre a quello di potersi espandere a spese altrui, è quello di avere una popolazione giovanissima. Non altrettanto dicasi per quella espressione geografica che è l'Italia, ormai in avanzato stato di decomposizione, dove degli autoctoni in età fertile è rimasto il 30% di quanti erano presenti cinquant'anni fa. Fuori dall'Italia, anziché diminuire del 70%, sono invece cresciuti del 300%. In Italia i superstiti autoctoni a malapena arrivano ad avere un figlio per famiglia e non è difficile prevedere che ciò porterà in breve alla scomparsa di un intero popolo di santi, eroi e navigatori. La popolazione dell'Iraq, per fare un esempio, è cresciuta di oltre 25 volte nel corso dell'ultimo secolo: se la stessa cosa fosse avvenuta in Italia, a questo punto, quanto a popolazione, potremmo competere sia con l'India che con la Cina. Che fare dunque? La soluzione di traghettare in casa nostra tutti i popoli africani non mi pare così geniale e forse non risolverebbe neppure tutti i problemi dell'Africa. Credo invece che una politica di aiuti concreti a casa loro dia maggiori benefici, a patto che si associ a un ragionevole progetto di contenimento demografico: se a casa nostra dobbiamo bandire l'uso del profilattico, a casa loro dobbiamo dotare tutte le famiglie di televisione e di anticoncezionali. Tale politica può essere solo rimandata nel tempo, ma, dal momento che il pianeta non cresce con noi, di certo non evitata. Con i più cordiali saluti.

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