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Tieffini: quale destino?

Diventare insegnante. Un’aspirazione che mi ha accompagnato fin da piccola e per raggiungere la quale posso affermare, con certezza e senza rimpianti, di aver fatto tutto quanto fosse nelle mie possibilità, come molti dei miei compagni di avventura (o disavventura?) d’altronde. Non intendo soffermarmi sui particolari della mia storia personale, perché è del tutto simile a quella degli altri abilitati TFA. Di quei pochi che, come me, si sono prima preparati seriamente, poi, con altrettanta serietà, si sono messi alla prova per superare le selezioni d’accesso, per tentare di raggiungere il loro obiettivo e realizzare le proprie ambizioni professionali. A fronte di altri che si sono presentati alle selezioni, svogliati, con l’aria di sufficienza di quelli che «tanto aspettavano un percorso agevolato» che lo Stato ‘doveva’ assolutamente attivare, che si vantavano di non aver perso tempo sui libri e del fatto che nessuno, tanto meno il loro sogno e la loro amata (così sostengono) professione, avrebbe tolto loro il piacere «di farsi le vacanze al mare». Certo presentarsi dovevano presentarsi, anche solo per potersi poi lamentare di aver buttato alle ortiche dai 300 ai 450 euro per i test d’ammissione! Alla fine solo quei pochi che hanno superato le dure selezioni, indifferentemente dal motivo - fortuna, bravura, merito o qualsiasi altra motivazione si voglia addurre – hanno potuto iniziare e completare un impervio percorso di abilitazione. Non occorreva indagare le ragioni che avevano portato a superare le selezioni, bisognava solo che tutti prendessero coscienza del fatto che fortunatamente, dopo anni di assenza, esisteva un percorso abilitante, che qualcuno l’aveva svolto e superato e quindi aveva diritto nell’assegnazione delle supplenze ad un ovvio vantaggio rispetto a chi non aveva avuto accesso a questo percorso. Gli altri avrebbero tentato di nuovo al prossimo ciclo tfa. Qualcosa però in questo meccanismo si deve essere bloccato, perché si sono via via materializzati i PAS, percorsi abilitanti speciali risevati a chi ha almeno tre anni di servizio, di cui uno specifico (solo uno!) sulla classe di concorso in cui intende abilitarsi. Il tempo per maturare questi requisiti è a dir poco irragionevole, dato che considera anni (almeno 9) in cui era presente un canale abilitante tradizionale, la SISS. I PAS non possono apparire agli abilitati TFA (sia quelli con esperienza, che quelli senza) che come una bella manciata di sabbia negli occhi. Ma ormai ci sono, quindi bisogna tenerseli. Bisogna accettare il fatto che eccezionalmente, per alcuni anni, un percorso abilitante speciale si è aggiunto (o ha sostituito? non è stato infatti attivato al momento un secondo ciclo TFA) al percorso tradizionale. E’ indubbiamente difficile però accettare in primo luogo l’alto numero di abilitati PAS, che scardina la programmazione del fabbisogno, tanto vantata dal Miur nel decreto istitutivo del TFA; secondariamente è difficile concepire che i Passini possano conseguire lo stesso punteggio d’abilitazione dei Tieffini e quindi superarli in virtù del loro servizio. Se infatti il loro accesso a un percorso speciale, privo di selezione in ingresso, è possibile in considerazione dei tre anni di servizio, non pare corretto che lo stesso servizio venga valutato due volte: una prima volta per l’accesso ai PAS e una seconda nelle graduatorie d’istituto di II fascia, destinazione (al momento) risevata sia ai TFA che ai PAS. Le soluzioni ragionevoli sono almeno due: creare due fasce diverse per abilitati TFA e abilitati PAS, con una priorità per chi ha svolto il primo percorso selettivo; differenziare in modo serio (di un punteggio corrispondente a tre anni di servizio, in base al ragionamento sopra esposto) il punteggio di abilitazione. Almeno sulla seconda, se l’onestà guidasse i pensieri degli insegnanti (di tutte le categorie che si sono volute creare) e dei legislatori, non ci sarebbe nulla da eccepire.

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