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Unicredit: l’Italia in un microcosmo

In questi giorni la stampa nazionale ci ha riportato l’ennesima brutta pagina sindacale nel Gruppo Unicredit. Il Fatto quotidiano pubblica, con tanto di nomi e cognomi, l’elenco dei sindacalisti Fabi, Sinfub e Uilca “risparmiati” dall’accordo di un anno fa sui pensionamenti “volontari”, che poi tanto volontari non erano. A casa 600 bancari anziani e costosi con il sistema del prepensionamento. A casa senza il loro consenso ma con la benedizione di tutte le organizzazioni sindacali; quelle stesse organizzazioni però che hanno risparmiato da quell’esodo forzato proprio alcuni dei loro dirigenti. Da quell’articolo di Daniele Martini compare l’immagine di un’Azienda che rispecchia, in tutto e per tutto, l’Italia dei nostri giorni. Opportunismo, arrivismo, nepotismo, menzogna, ricerca assoluta del benessere e dei valori individuali, non più mediati dalla consapevolezza che, come sosteneva Aristotele, l’uomo è prima di tutto membro di una società, di un gruppo. Un decadimento morale a 360 gradi. Ciò che si compie sotto i nostri occhi è il paradigma della crisi etica e politica del nostro Paese. Così come la politica tradisce le aspettative ed i bisogni dei cittadini, i sindacalisti tradiscono le aspettative ed i bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori. Tutti. Nessuno escluso. Già perché se è vero che qualche sindacalista, o sigla sindacale, ha tenuto un comportamento, diciamo così, poco disinteressato, dove erano i tanti sindacalisti che invece vivono questo impegno con passione e dedizione e lo fanno senza interesse di parte? Perché hanno accettato di voltare lo sguardo dall’altra parte facendo finta di nulla? Perché hanno accettato di rendersi complici di chi ha voluto tradire la fiducia ricevuta dai lavoratori? Certo non si può fare di tutta l’erba un fascio; di sindacalisti onesti e preparati ce ne sono, ma come i fatti dimostrano, una tendenza generalizzata è più forte delle singole, poche persone. Ora quello che preoccupa non è, per quanto grave, il fatto in sé, quanto piuttosto lo spettro che questo sia il preludio allo sviluppo di nuova cultura dominante, quella che premia i più furbi a danno degli altri. E quando questi sindacalisti firmeranno un accordo, quante lavoratrici e lavoratori di Unicredit si chiederanno se lo avranno fatto senza un “secondo fine”, se avranno fatto di tutto per tutelare i dipendenti? E mentre l’Azienda “gongola” nel riuscire a rendere i Sindacati “ricattabili”, cosa ne pensano i lavoratori? Forse anche loro vorrebbero voltare la testa dall’altra parte, fare finta di nulla, non vedere ciò che accade, perché ciò che non si vede non esiste. Forse non c’è più neppure la voglia di indignarsi. Ma in fondo, come dar loro torto? Orami anche indignarsi è diventato un lavoro a tempo pieno, da fare 24 ore su 24. Bisogna diventare selettivi anche su ciò verso cui indirizzare il nostro sdegno. Ma il pericolo è che alla fine ci sia un’assuefazione e ci si abitui, nostro malgrado, a faccende di questo genere. Quando il sindacato era autorevole, bastava uno sciopero generale per produrre le dimissioni di un intero Governo, oggi non è più così. Segno dei tempi. Ma se non vogliamo accettare che la decadenza diventi inarrestabile, nel Paese come in Azienda, non basta più indignarsi e mostrasi scandalizzati da comportamenti che giustamente troviamo inopportuni. Dobbiamo essere noi gli artefici del nostro destino cominciando col ricordare a questi signori che esistono dei doveri dai quali non si devono esimere. Occorre riaffermare i principi base che garantiscono la vita virtuosa di ogni collettività. Sarebbe bello che un primo gesto di riconciliazione tra lavoratori e sindacato nascesse proprio dalle Segreterie di Gruppo, che si assumessero la responsabilità politica di quanto accaduto ed offrissero spontaneamente le loro dimissioni. Siamo sognatori? Che ci volete fare, in questo inverno umido e freddo noi vorremmo cambiare il clima, il “clima umano”.

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