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Il “Viaggio” del TFA Proverò a raccontarvi il mio percorso relativo al Tirocinio Formativo Attivo, con la speranza che l’Italia intera venga a conoscenza dell’ingiustizia che 11.000 docenti stanno subendo in questo momento. La mia esperienza come insegnante è iniziata a ventisei anni, subito dopo la laurea, con un bagaglio fatto solo di conoscenze teoriche, di paura di essere inadeguata, di sogni ancora da realizzare. E sono stati proprio questi desideri a spingermi a partire, a sperimentare nuove strade. Ho iniziato il Tirocinio Formativo Attivo (TFA) sulla soglia dei quarant’anni, dopo un’esperienza decennale in ambito aziendale, con la piena consapevolezza che l’insegnamento era il lavoro che avrei voluto fare davvero. Non è stato facile rimettersi in gioco, ricominciare tutto da capo, reinventarsi. Ma sono stati i ragazzi che ho seguito negli ultimi anni a darmi la spinta per proseguire, a farmi capire quanto sia importante questa professione e quanto bisogno ci sia di insegnanti preparati e motivati, che non solo conoscano la loro materia, ma siano in grado di proporla con entusiasmo agli allievi e di trasmettere loro la passione per la disciplina. Dopo 10 anni di lavoro a Roma, ho avuto l'esigenza di rientrare in Sardegna. Ho deciso di ritornare all'insegnamento, non come ripiego, ma perché in tutti quegli anni avevo sentito quello che io chiamo "il richiamo dell'aula". Per poter riprendere ad insegnare in un periodo così critico, mi sono data da fare, ho studiato ininterrottamente dal 2010 a luglio 2013. Nel frattempo ho avuto degli incarichi come supplente e lo scorso anno scolastico ho avuto anche una nomina annuale. Sono riuscita a superare senza problemi le prove di selezione del TFA per la classe di concorso A042(Informatica) e sebbene fossi la terza per i punteggi conseguiti nelle tre prove, nella graduatoria finale sono risultata solo ottava, essendo stata superata dai precari che avevano alle spalle diversi anni di insegnamento. Le lezioni di scienze dell’educazione mi hanno impegnato tutti i pomeriggi per cinque giorni a settimana. Ma ne valeva la pena, perché per la prima volta ho avuto modo di affrontare tematiche a me fino ad allora sconosciute. Durante questa esperienza, ho avuto modo di capire che un buon insegnante di discipline scientifiche deve adoperarsi per formare delle menti brillanti, pronte ad elaborare loro stesse delle soluzioni ai problemi, senza commettere l’errore di elargire delle lezioni esclusivamente nozionistiche. Determinanti sono state le lezioni di Pedagogia Didattica, di Tecnologie Didattiche, che mi hanno dato modo di conoscere metodologie, strumenti e strategie differenti. Ho trovato particolarmente interessante il corso di Pedagogia e didattica dei processi inclusivi che mi ha dato modo di conoscere e comprendere meglio le problematiche legate agli allievi in situazione di disabilità o con bisogni educativi speciali (BES). Mi sono resa conto che il cammino da percorrere per giungere alla completa inclusione di questi ragazzi è ancora molto lungo e che troppi insegnanti ignorano, o preferiscono ignorare, le misure messe in atte dal Ministero per agevolarli e consentire loro di potersi esprimere al meglio. Ci sarebbe bisogno di ulteriori corsi di formazione per gli insegnanti curricolari e soprattutto una maggiore sensibilità. Dopo il superamento delle cinque prove relative a queste discipline, sono iniziati i corsi disciplinari e il tirocinio diretto e indiretto. Ed ho smesso di vivere.. La mattina tutte le ore che non trascorrevo nelle mie classi erano dedicate al tirocinio nella scuola. I pomeriggi, dalle 15 alle 20 ero impegnata con le lezioni all’Università o con il tirocinio indiretto. I week-end erano totalmente dedicati allo studio e alla stesura delle relazioni per il tirocinio indiretto. Tuttavia, ho sempre pensato che ne valesse la pena, perché quotidianamente mi venivano offerti degli strumenti per essere un insegnante migliore. I corsi disciplinari hanno rappresentato un forte elemento di scoperta, perché ho avuto modo di vedere per la prima volta l’aspetto didattico di alcune tematiche. Imparare sperimentando e divertendosi è sicuramente il modo migliore per apprendere nuovi contenuti, acquisire nuove competenze ed abilità e appassionarsi alla disciplina. L’Informatica, così come la Matematica, la Fisica e le materie scientifiche in genere, ha il privilegio di incuriosire ed affascinare i discenti se sottoposta nel modo giusto. Ma questo avviene solo quando sia gli allievi che l’insegnante sono predisposti a questo processo. Fondamentale è sfruttare l’empatia che si crea tra professore e allievi, per riuscire a costruire un rapporto basato sulla stima e il rispetto reciproco. Importantissima, in questo percorso, è stata la fase del tirocinio diretto che mi ha consentito di osservare la realtà scolastica da un’altra prospettiva, di carpire le strategie del tutor accogliente, di sperimentare quanto appreso durante le lezioni teoriche. Il Tirocinio Indiretto si è rivelato essere uno dei momenti più utili e interessanti dell’intero corso, perché mi ha dato modo di rielaborare alcune delle tematiche affrontate durante i corsi di pedagogia e di didattica delle discipline, di approfondire la conoscenza della normativa che regola il mondo scolastico e di condividere con gli altri colleghi e il tutor coordinatore le esperienze vissute durante il Tirocinio Diretto. La presenza in aula non solo di tirocinanti della classe di concorso A042 (Informatica), ma anche delle classi A049 (Matematica e Fisica) e A071 (Tecnologie e Disegno Tecnico), mi ha dato modo di collaborare nelle diverse attività anche con colleghi di altre discipline e di osservare come alcune problematiche che si riscontrano nell’insegnamento dell’Informatica siano comuni a quelle che si riscontrano nelle altre materie. Durante gli incontri in presenza abbiamo avuto modo di analizzare diversi temi proposti dal tutor coordinatore. Pur avendo insegnato per l’intero anno scolastico ed avendo avuto la fortuna di incontrare dei colleghi molto disponibili, ho trovato utile avere maggiori ragguagli sulla normativa che regola il mondo della scuola. In particolare ho molto apprezzato la ricerca e analisi della legislazione relativa agli Organi Collegiali, che mi ha permesso di conoscere meglio i compiti di questi organi di governo e gestione delle attività scolastiche e di comprendere quali siano i compiti di alcune figure, come quella del coordinatore di classe. Altrettanto istruttiva si è rivelata l’analisi di un patto di corresponsabilità, del quale ho sentito parlare per la prima volta proprio durante il tirocinio indiretto, del Piano dell’Offerta Formativa, che mai mi ero soffermata ad esaminare con cura. È stato interessante approfondire la conoscenza dei diversi documenti che un docente deve produrre nel corso dell’anno scolastico, qual programmazione disciplinare, relazione finale, documento del 15 maggio. Spesso, infatti, ci si ritrova ad insegnare senza avere la più pallida idea di quali siano i contenuti di questi documenti e si deve fare affidamento sulla disponibilità dei colleghi più esperti o sul materiale presente in rete. Particolare rilevanza ha rivestito l’analisi della documentazione relativa alla progettazione e valutazione per competenze, prevista nel biennio della Scuola Secondaria Superiore. La tutor mi ha spinto a riflettere sul fatto che progettare percorsi didattici funzionali al perseguimento di traguardi di competenze significa capovolgere l’usuale azione didattica che ha sempre avuto come punto di partenza i contenuti disciplinari e le abilità/conoscenze ad essi sottese. I saperi codificati ed i contenuti tradizionali devono, al contrario, diventare oggetti a partire dai quali l'alunno costruisce le proprie competenze. A luglio 2013 ho conseguito l’abilitazione. Nel mentre, ero anche riuscita a superare le 6 prove concorsuali per la classe di concorso A049 (Matematica e Fisica). Ero felicissima.. Speravo di poter finalmente realizzare il mio sogno e poter svolgere la professione per cui sento di essere nata. Illusa.. Al concorso non sono risultata tra i sette vincitori perché non avevo titoli (sarei stata sesta se avessero valutato i soli risultati delle prove). Tanta fatica per ritrovarsi con un pugno di mosche. Non ho perso le speranze, avendo conseguito anche l'abilitazione. Finalmente avevo il titolo che mi era mancato al concorso. Ero convinta che avrei lavorato.. Doppiamente illusa.. Le supplenze sono state assegnate ai non abilitati, che magari mi superavano per mezzo punto, che non hanno fatto alcun sacrificio per formarsi come insegnanti, che non hanno mai sentito parlare di BES (Bisogni Educativi Speciali) o di Programmazione per Competenze, che non hanno studiato Pedagogia Speciale, Didattica, e tutte le altre discipline che ho avuto modo di conoscere o approfondire durante il corso TFA.. Ad oggi sono a casa, a sperare che mi chiamino per qualche supplenza, sforzandomi di non perdere l'ottimismo. E quelle stesse persone che mi hanno superato attendono l’ennesima sanatoria all’italiana, i PAS, che darà loro il diritto di conseguire l’abilitazione senza aver superato nessuna selezione e nessun concorso pubblico, solo perché ha già insegnato in passato. Inoltre, l’abilitazione che ho conseguito con il TFA, a differenza di quella che si conseguiva con la SSIS (analogo percorso di formazione per i docenti), non consente l’accesso alle graduatorie permanenti, dalle quali si attinge per l'immissione in ruolo, in quanto convertite a esaurimento prima dell'avvio del TFA. Questa è la mia storia.. E se da un lato provo amarezza perché non mi è data la possibilità di svolgere il mio lavoro e rabbia quando sento dire che noi Tieffini siamo neolaureati senza esperienza e che è giusto assumere chi già insegna da anni, dall'altra penso ai nostri ragazzi, che rappresentano il futuro di questa Nazione.. Li vedo demotivati, senza sogni, pieni di paura.. E vedo insegnanti, "precari storici" che hanno scelto l'insegnamento perché non sono riusciti a fare altro, che ogni giorno entrano in classe sbuffando.. Cosa potranno dare ai nostri ragazzi? Quando i figli di amici mi dicono che studiare è inutile, perchè si arriva come me ai 40 anni senza avere un posto di lavoro, sapete cosa rispondo? Che è valsa la pena di fare tutti quei sacrifici, perché il mio è il lavoro più bello del mondo.. Questa è la mia storia e quello che vorrei è di essere messa nelle condizioni di insegnare, per poter trasmettere ai ragazzi la passione per la mia disciplina, per portare nelle scuole la mia esperienza in azienda, per poter far capire loro l’importanza della cultura, per aiutarli a riprendere a sognare e a guardare lontano.

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