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Precari, ecco come la Sicilia a distrutto i suoi giovani

il testo di un disegno di legge che vede la luce dopo l’incontro fra Crocetta e le rappresentanze sindacali. Stabilità triennale per circa ventimila precari, salvo complicazioni. Impossibile ottenere di più, ammettono anche i sindacati. La finanziaria in Parlamento e il rischio di sforamento del patto di stabilità imposto dall’Ue non lasciano spazi alla stabilizzazione. L’esecutivo ha affrontato un’autentica gimkana, fra le rivendicazioni dei lavoratori (“basta con il precariato”) sostenuti da Cgil, Cisl e Uil, i veti romani, europei e l’angustia delle risorse. Le giornate del precariato sono ormai un appuntamento fisso, si ripetono ormai da venti anni, forse di più, alla vigilia di Natale. Puntuali come un orologio svizzero e le occupazioni nelle scuole pubbliche. Nessuno avrebbe voglia di rappresentare lo stesso spettacolo – precari, sindacato, governo ed Assemblea regionale - ma alla “prova” non si sfugge, è un castigo divino. Dramma per migliaia di famiglie, inquietante ammissione di impotenza per governo, parlamento (e il convitato di pietra. il commissario dello Stato, giudice unico delle scelte di Palazzo sei Normanni). Si va avanti così da una vita, il precariato è una malattia cronica, assunta al tempo in cui i malati erano giovani, in buona salute e contenti di fare ingresso, seppure con paghe di fame, nella pubblica amministrazione. Meglio di niente, pensavano. Con il passare degli anni, la contentezza è andata a farsi benedire. Il “giovane” precario si è fatto una famiglia e la paga è rimasta di fame. E’ diventato un “privilegiato”, avendo varcato le soglie dell’impiego pubblico senza colpo ferire, impedendo a migliaia di altri giovani di accedere al posto pubblico con un concorso, e la sua maggiore preoccupazione è stata rimanere aggrappata alla paga di fame, in assenza di alternative. Nel corso degli anni il lavoratore precario si è trasformato in un “cliente”, appeso alle decisioni della politica ed alle griglie istituzionali. Piuttosto che sgomitare per raggiungere la parità con il resto dei dipendenti pubblici, hanno fatto le divine e umane cose per restare dove erano, in balia agli eventi. Ci sono colpe e responsabilità che gridano vendetta. Generazioni di giovani senza arte né parte, letteralmente rovinati dal “solidarismo clientelare”, promosso e guidato da loschi figuri che si battevano il petto ogni mattina. Lasciamo perdere per carità di patria. Consideriamo che il precariato nel resto d’Europa, e non solo, si chiama mobilità, è una scelta, mentre in Italia è una condanna ed in Sicilia un incaprettamento: più ci si muove per ottenere la stabilità. Più la corda al collo si stringe ed il futuro si fa incerto. Nei paesi in cui esistono le alternative al posto di lavoro che si lascia (o si è costretti a lasciare), la mobilità è un incentivo a misurarsi con la propria volontà, attitudine, professionalità: chi vuole stare meglio, vuole avere di più trova nella mobilità il modo per scalare le proprie ambizioni e misurare le proprie capacità. La Sicilia è la terra del precariato. Nessun altro luogo al mondo può vantare un fenomeno così ampio. Non ci sono soltanto i 20 mila precari cronici, la cui sorte viene decisa nelle stanze delle istituzioni. I forestali – braccianti, antincendio, guardie – sono 28.542 (per sei mesi sono pagati dalla Regione gli altri sei dall’Inps; ogni ettaro di bosco costa in Sicilia 1.455 euro contro i 597 in Calabria, 410 in Campania, che insieme alla Sicilia spendono il 75 per cento di tutte le regioni italiane). Lo screening più recente sul precariato è stato realizzato dalla Cisl. Stando ai dati della Cisl i precari della pubblica amministrazione sono 24.754 con contratto a tempo determinato, 5.611 lavoratori socialmente utili negli enti locali, 646 in servizio alle dipendenze della Regione siciliana. 15.417 unità prestano la loro opera negli enti locali (comuni e province), 3080 sono “contrattisti” impiegati in altri enti. I dipendenti delle 34 società controllate o partecipate da enti locali e Regione sono 7.291 Alcuni comuni hanno al loro servizio più precari che dipendenti regolarmente assunti a tempo indeterminato. Gli organici della pubblica amministrazione sono “saltati” da quasi trenta anni. L’impossibilità di bandire concorsi, veti legislativi alle assunzioni, ha creato anomalie enormi. In trenta anni il numero dei dipendenti pubblici si è quintuplicato, grazie all’escamotage del precariato. I dipendenti regionali assunti sono 17.157, meno dei precari, cui però vanno aggiunti gli stabilizzati (4.857, dal 2011). I dipendenti delle nove province regolarmente assunti sono 5.600, i dipendenti comunali 40.000. Il pubblico impiego in Sicilia conta su 352.153 dipendenti, uno ogni quattordici abitanti (in Lombardia 1 su 23, la media italiana è di 1 su 18). Il precariato provoca guai anche fuori dal suo ambito. I giovani disoccupati – e affatto organizzati, al contrario dei precari – stanno in stand by in attesa di concorsi che non arrivano. E quando i concorsi arrivano restano ugualmente al pali. Sono almeno duemila i candidati (aspiranti pompieri, restauratori, vigili urbani ecc) che nel 2013 hanno superato gli esami e non sono stati assunti. E c’è chi attende e spera da una decina di anni. Che fine fanno i giovani siciliani? Hanno smesso di cercare lavoro alcuni, sono andati al Nord altri, si trovano all’estero altri ancora. Non è l’emigrazione degli anni Cinquanta di braccianti e operai sradicati alla disperata ricerca di un lavoro qualsiasi, ma di una diaspora di giovani professionisti, in possesso di titoli e di volontà

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