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lettera aperta al Ministro per l'Integrazione

Egregio Direttore, Le inoltro una lettera aperta che ho scritto al Ministro per l'Integrazione sperando che la trovi degna di pubblicazione. La ringrazio e La saluto Egregio Ministro , sono mamma di giovani laureati migranti, nonna di bambini nati all’estero ed insegnante di sempre più numerosi ragazzi che dopo l’università, spesso anche avendo conseguito masters e specializzazioni accademiche di prestigio, si trovano costretti ad emigrare. Lei è Ministro per l’Integrazione, parola che andrebbe considerata e soprattutto applicata a 360 gradi. Per questo io credo che la missione del Suo Dicastero dovrebbe estendersi a tutelare e garantire l’integrazione nel nostro tessuto socioeconomico anche e (mi permetta) prima di tutto delle decine di migliaia di giovani italiani che – a causa non solo della crisi ma di politiche scolastiche, sociali e di sviluppo totalmente sbagliate - se ne sono andati dall’Italia e continuano ad andarsene per trovare una realizzazione che qui viene loro pervicacemente negata. Paradossalmente nel nostro Paese ci preoccupiamo di integrare persone che senza nessun tipo di preparazione, di educazione, nessun mezzo di sostentamento, nessuna abilità sbarca sulle nostre coste (cosa che dal punto di vista umanitario approvo) ma nessuno sembra guardare in prospettiva alle conseguenze di medio e lungo termine di questo strano e preoccupante fenomeno cui assistiamo ormai da anni.. Non vorrei essere fraintesa, non sono tra coloro che vorrebbero abbandonare alla loro sorte le persone che si mettono su una barca per raggiungere le nostre coste, ma Le chiedo quali sono i Suoi progetti per il futuro di queste migliaia e migliaia che arrivano incessantemente. Lei, Signor Ministro ha chiaro che cosa faranno, dove andranno a vivere, quali prospettive potranno avere questi migranti? Ha qualcosa di buono da offrire loro, delle concrete possibilità ed opportunità di vita dignitosa? Ciascuno di loro chiede questo approdando in Italia, ma Lei, o meglio noi, siamo in grado veramente di garantirglielo senza ombra di dubbio? Prendiamo il caso di un bambino che arriva da noi in tenera età con la sua famiglia. Lui, come i suoi, sono bisognosi di tutto: assistenza medica, assistenza linguistica, alloggio, sussidi, possibilmente lavoro, sostegni di varia natura. E questo è solo il primo passo. Integrare significa dar loro la possibilità di entrare dentro la nostra cultura, la società ed esserne parte attiva, così come è successo a Lei. Ma Lei, in tutta onestà, crede veramente che sarà possibile per quelli che oggi approdano in Italia, in Europa entrare appieno nella nostra realtà e attivamente contribuire a costruire un futuro comune? Chi sosterrà economicamente e finanziariamente il peso di questa integrazione? Quanti anni di istruzione (che da noi è gratuita per tutti), quanti sforzi della nostra società dovranno essere messi in campo prima che quel bambino e i suoi possano veramente sentirsi italiani e dare il loro contributo alla nazione? Nella migliore delle ipotesi, ci vorranno almeno due generazioni. Lei che vive da anni in Italia, che ha studiato nelle nostre scuole e nelle nostre università ha comunque (e comprensibilmente) un occhio sempre rivolto alle Sue origini e si preoccupa di chi sta seguendo lo stesso percorso, cioè in qualche modo sente come missione prioritaria quella di favorire in ogni modo un futuro “italiano” a chi arriva. La Sua unica, grande preoccupazione è quella di far approvare lo ius soli senza veramente pensare alle conseguenze concrete a breve e medio termine di questa pesante concessione. Si immagina quanti barconi di donne incinta arriverebbero da noi? E come si farebbe a dare assistenza a tutti? Lo ius soli se lo possono permettere paesi, come ad esempio gli USA, dove ben altro è il concetto di immigrazione, così come nella stragrande maggioranza dei paesi del mondo. Integrare significa non solo dare diritti a queste persone, ma anche insegnare quali sono i loro doveri. E anche la concessione della cittadinanza non è uno scherzo, qualcosa da sbandierare così alla leggera per far vedere quanto siamo buoni noi italiani. E poi, di quali italiani crede di rappresentare il sentire? Forse di quei politici che sperano di attingere in futuro ad un rinnovato serbatoio di voti, ma se andasse per strada, nei supermercati, nei reparti degli ospedali, dalla parrucchiera di periferia, nelle scuole, nei bar e in tanti altri posti prestando bene le orecchie sentirebbe il vero polso dell’umore popolare sulla questione. Le garantisco che la gente certe domande se le pone e ha ben chiaro di quale entità sia il problema. La verità dolorosa è che gli italiani si sono veramente stancati e serpeggia un profondo e inquietante malumore che fino a qualche tempo fa non era nemmeno pensabile. E non facciamone la solita questione di razzismo! Gli italiani non sono razzisti, ma le politiche sociali cieche e senza alcun criterio o buon senso stanno esasperando tutti noi. Potrei farle centinaia di esempi di discriminazione al contrario che io stessa vivo quotidianamente, certo non nei palazzi dove risiede Lei, ma negli uffici, nelle corsie degli ospedali, nei negozi dove ci si sente dare brutalmente del razzista quando si prova a far notare la necessità di un comportamento minimamente civile che queste persone non hanno mai imparato da nessuno. Non hanno chiaro che l’Italia sta dando loro ospitalità anche perché tutte le istituzioni fanno credere loro di avere solo diritti. Voi politici dovreste fare molta, molta attenzione a questi segnali. Chi Le scrive ha figli adottivi di colore e quindi non sa nemmeno cosa sia la xenofobia. Quando abbiamo adottato i nostri due figli sapevamo bene cosa potevamo offrire loro e siamo orgogliosi di aver dato loro la possibilità di realizzarsi come persone. Il problema ora è capire a chi tanto conviene un’immigrazione di massa, senza alcun criterio, dove le prime vittime sono proprio i migranti: viene creata un’aspettativa e poi la realtà è totalmente diversa. Ho in mente i vu cumprà che affollano tutti i luoghi della nostra quotidianità, i vu lavà dei semafori, quella massa che cerca disperatamente di sopravvivere ogni giorno e che ha prospettive per il futuro pari a zero. E’ proprio sicura di essere portatrice di un atto di amore e benevolenza illudendo tutte queste persone facendo loro credere che qui troveranno l’eden? Non sarebbe più onesto e moralmente corretto aiutare questa gente a sopravvivere nella propria terra con programmi di sostegno forte perché restino là dove sono le loro radici? E perché, invece di lavorare tanto alacremente per cambiare le leggi italiane e introdurne di nuove che attirino sempre più gente dai paesi terzi non fa sentire alta la Sua voce in Europa e in ambiti internazionali perché questo si realizzi con urgenza? Io credo che Lei dovrebbe ripensare seriamente al Suo ruolo e a come aiutare la Sua gente. Tralascio volutamente la solita (ma reale) tiritera della criminalità che rischia di essere l’unico datore di lavoro per questi derelitti. Le sottopongo un’ultima questione che mi sta particolarmente a cuore: quando di italiani ce ne saranno rimasti veramente pochi chi avrà interesse a prendersi cura del nostro patrimonio culturale, dei nostri luoghi storico-artistici, di fede, di tradizione? Il Presidente Letta ha di recente ricordato che l’unicità dell’Italia nel panorama mondiale è legata ormai quasi esclusivamente al nostro patrimonio artistico e culturale. Come potranno un Ghanese, un Albanese, un Marocchino, un Ucraino, un Cinese, un Rumeno o un Senegalese avere a cuore questo patrimonio? Cosa importerà a queste persone – una volta giunte al potere – curare i nostri centri storici, i musei, le chiese, le cattedrali, i palazzi e tutto quanto costituisce il nostro millenario retaggio culturale che non ha eguali nel mondo? Difficilmente troveranno dentro di sé l’urgenza di mantenere viva la nostra civiltà, civiltà che è destinata a scomparire grazie alla Sua e Vostra cieca azione. Per tutto questo non posso augurarLe buon lavoro, ma solo di porsi onestamente e urgentemente tali domande. Distinti saluti RM

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