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Lo scandalo vero delle colf all’Ars Quando la casta non demorde

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La notizia degli assistenti personali dei parlamentari, assunti con contratto di colf, ha fatto il giro dei quotidiani d’oltre Stretto restituendo l’immagine di una casta- quella siciliana- sempre impegnata a trovare l’escamotage giusto per incassare denari e non perdere privilegi. La trovata – candidamente ammessa dalla deputata Udc, Alice Anselmo – è servita essenzialmente per continuare a intascare il contributo di 3180 euro durante il regime transitorio fino al 2017, che consentirà ai parlamentari di attingere ancora da professionalità esterne – amici, raccomandati e segnalati vari – preferendoli ai poco meno dei 100 stabilizzati fra assistenti parlamentari e addetti stampa che l’Ars paga mensilmente e che spesso vagano senza mansioni effettive o comunque non sempre potendo giustificare – ammesso che qualcuno glielo chieda – la loro permanenza al lavoro. Lo scandalo nello scandalo sta in questo: non semplicemente nel “cattivo gusto”, per dirla con le parole del presidente Crocetta di aver inquadrato assistenti che non ramazzano sotto le terga della Anselmo – che pare sia una fra i tanti deputati ad aver usato questo espediente contrattuale – come colf. E non reggono le giustificazioni di chi sostiene che fra tfr e contributi i due assistenti sono garantiti. Lo scandalo sta nell’improntitudine di un ufficio di presidenza all’Ars che non è stato in grado, dopo un anno a rimarcare la necessità, anzi l’obbligo di applicare i tagli del decreto Monti anche in Sicilia, di dare ordine alla materia. Sta nell’imbarazzante corsa dei deputati siciliani a mantenere piccole sacche di privilegio e appesantire – 3180 euro a testa - i bilanci di un parlamento e di una Regione che non ha bisogno di attingere alle professionalità degli amici degli amici. Lo scandalo sta nella resistenza pervicace e idiota di chi, fra i parlamentari, non vuole capire che da questo clientelismo da strapazzo si ricava solo un costo aggiunto per i siciliani e nemmeno qualche decina di voti in più per loro, i deputati tanto cari che trattano i propri personali collaboratori – non attingendo agli stabilizzati – come colf.

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