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LEGGE ELETTORALE: PER NON DOVER FARE COME L'ASINO DI BURIDANO

Sistema elettorale maggioritario o proporzionale? Non ho dubbi sulla risposta e credo che un buon esempio, senza dover molto inventare, possa venire dalla vicina Germania, il cui sistema elettorale potrebbe essere esportato anche da noi. Mentre nel sistema proporzionale tutti i voti espressi hanno lo stesso identico peso, in quello maggioritario, o bipolare, solo una parte dei voti espressi concorre all'elezione dei candidati, mentre una grossa parte, che potrebbe in teoria essere di poco inferiore alla metà dei voti viene di fatto annullata, o, se si preferisce, attribuita d'ufficio ai candidati dell'opposto schieramento. I votanti, loro malgrado, si ritrovano ad essere, a posteriori, distinti in due categorie, che si potrebbero definire degli "elettori" e dei "non elettori". Il meccanismo ricorda il gioco del "lascia o raddoppia": infatti in un Collegio uninominale dove si presentano due opposti schieramenti il candidato che ottiene il 50% dei voti più uno viene eletto; i cittadini che hanno votato per l'altro candidato, che abbia ottenuto il 50% dei voti meno uno, vedono annullato il loro voto, perdendo così il diritto a esprimere una loro rappresentanza ed entrando a buon diritto a far parte della categoria dei "non elettori". Un 1 a 1 iniziale diventa in altri termini un 2 a 0 finale. Credo che ciò vada contro i più elementari principi di democrazia, secondo i quali i voti espressi dovrebbero avere tutti lo stesso peso e lo stesso valore. Anche il porre una soglia di sbarramento, come avviene nel proporzionale "corretto" è, in sé e per sé, una stortura, ma può essere considerato un male minore quando tale soglia sia ragionevolmente bassa. Infatti in un proporzionale puro, senza alcuna soglia di sbarramento, si corre il rischio di avere un numero di partiti pari al numero degli elettori: quante sono le teste, altrettanti sono i modi di pensare ("tot capita, tot sententiae"). E' sufficiente tuttavia porre una soglia del 2 o 3 per cento per passare da qualche milione di partiti virtuali a una più fisiologica cifra di sette od otto. Il maggioritario puro è, di fatto, l'equivalente di una soglia di sbarramento al 50%, che francamente mi sembra esagerata, anche rispetto all'obbiettivo che si propone, ossia quello della stabilità e della governabilità. Del resto il meccanismo maggioritario, o, se si preferisce, bipolare, non è affatto condizione necessaria, né men che meno sufficiente, a garantire la stabilità o la governabilità: il cancelliere Kohl, eletto con il sistema proporzionale tedesco, governò per 16 anni e avrebbe potuto continuare a farlo per un tempo ancora più lungo, se solo l'avesse voluto. Ciò che veramente conta, a questo scopo, è invece una intesa chiara su un programma da sottoscrivere di fronte agli elettori. I diversi partiti di una coalizione che si presenti agli elettori possono stilare un programma che tenga conto delle priorità espresse da ciascun partito e che sia con esse compatibile (ovviamente non si può voler tutto e il contrario di tutto, e del resto la Politica è l'arte della Mediazione). Una volta concordato il programma, il suggello può essere posto, per così dire, dagli elettori che, votando per i singoli partiti, decretano quale coalizione sia maggioranza e debba governare e quale invece sia opposizione. Fin che dura l'intesa di programma si governa, quando cade l'intesa si ritorna alle urne. Questo sistema, rispetto a un bipartitismo puro, ha il non trascurabile vantaggio di consentire una modulazione delle linee programmatiche da parte dell'elettorato (e non mi pare poco), che resta così parte attiva e non deve solo subire le scelte del governo, ma può premiare o penalizzare i singoli partiti componenti la coalizione in relazione alle priorità sentite dall'elettorato stesso. Ciò non è affatto garantito, anzi è difficilmente ottenibile, in un sistema perfettamente bipolare, dove l'elettorato non può premiare o penalizzare singole componenti riconoscibili della coalizione, per il semplice fatto che non esistono; la soddisfazione o l'insoddisfazione rispetto a determinate scelte non potranno essere espresse in maniera articolata, dando attraverso il voto una indicazione precisa all'azione di governo. La dialettica democratica in un sistema bipolare finisce così ridotta ai minimi termini. L'avere più gradi di libertà e poter scegliere tra un numero fisiologico di partiti anziché tra due soli schieramenti che sempre di più tendono ad assomigliarsi tra di loro consente una modulazione più fine ed efficace dell'azione politica: per fare un paragone con la lingua scritta, la capacità di espressione di un sistema bipolare sta a quella di uno proporzionale, con più partiti, come la capacità di espressione di un alfabeto di tre lettere sta a quella di un normale alfabeto di ventuno. In un sistema bipolare l'elettore non ha altra scelta che quella di accettare supinamente quale programma del polo "A" o del polo "B" quanto già preconfezionato a mo' di pacchetto "prendere o lasciare". E' del tutto verosimile che l'elettore si possa riconoscere in una parte del programma elettorale del polo "A" (per esempio la politica economica) e in una parte del programma del polo "B" (per esempio la politica sull'ordine pubblico); con solo due schieramenti tra cui scegliere, avendo pari motivi che indirizzano verso l'uno piuttosto che verso l'altro, per evitare la crisi schizofrenica lo sfortunato elettore potrebbe fare come l'asino di Buridano, e cioè decidere di non operare alcuna scelta, standosene a casa anziché andare a votare. E' appunto ciò che succede nei Paesi dove il maggioritario è ormai consolidato e dove il bipartitismo è più virtuale che reale, dal momento che per catturare l'elettorato intermedio i due partiti contendenti tendono, come ho detto, ad assomigliarsi sempre più tra di loro, fino a dare l'impressione che il partito sia uno solo. Non è difficile capire come in queste condizioni il vero partito maggioritario sia quello degli astensionisti. Con i più cordiali saluti.

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