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Un esecutivo per governare sé stessi

Non c’è da meravigliarsi degli episodi da “scherzi a parte” di questo governo perché, essendo nato per garantire la tutela di coloro che hanno pesantemente contribuito a portare il Paese al degrado, non può fare niente di buono. Addirittura, il non fare niente di buono è il suo lasciapassare per la conclusione della legislatura e se appena appena manifestasse il serio proponimento di voler approvare una sola delle riforme tanto necessarie e invocate, l’esecutivo sarebbe immediatamente sfiduciato. Questo è un governo per i parlamentari e le larghe intese non sono null’altro che degli accordi trasversali per la conservazione delle prerogative acquisite. Un governo per i parlamentari è un governo soprattutto per sé stessi, che non si prefigge l’obiettivo di ridurre il debito pubblico o aumentare l’occupazione, ma persegue principalmente lo scopo di garantire, agli attuali membri delle due Camere, il massimo delle possibilità di essere rieletti alle prossime elezioni. Più o meno le considerazioni dei parlamentari saranno queste: “Le riforme si devono fare, se si continua così, va tutto a catafascio, bisogna ridurre i costi della politica anche con una significativa diminuzione del numero dei seggi in parlamento e in più è necessario il ricambio ma, poiché le riforme - che per molti di noi sancirebbero la fine della carriera politica e degli associati privilegi - saremo noi a doverle approvare, difenderemo con i denti le norme addomesticate che racchiudono la prelazione alla riconferma”. Un’azione indegna e disonesta, quando è rivolta verso altri, è una porcata; rivolta verso gli elettori, diventa un Porcellum. Questo meccanismo di voto alle politiche era di per sé già insuperabile nel garantire, ai rappresentanti in carica, il più alto numero di probabilità di essere rieletti e, in assenza dell’ostinata testardaggine di un fiducioso avvocato, sarebbe bastato litigare, manifestare il deciso proposito di voler cambiare restando però in ferreo disaccordo con ognuna delle proposte di riforma avanzate dalle altre formazioni politiche. Non c’è astuzia più sottile del litigio per conservare qualcosa che tutti vogliono cambiare e l’attuale legge elettorale, perlomeno in questa legislatura, non avrebbe subito nessuna modifica se i giudici della Consulta non avessero dichiarato incostituzionali il premio di maggioranza senza soglia e le liste bloccate. Con la decisione della Corte Costituzionale non si torna al Mattarellum, ma a un sistema proporzionale puro con preferenza, che da sempre raccoglie i favori dei gruppi politici specializzati nell’esercitare un ruolo di sostegno condizionato nella formazione di un governo. È un regalo inaspettato o uno stimolo a riformare l’ultima legge elettorale? Io propenderei per la prima ipotesi e se i parlamentari non si metteranno d’accordo per cambiare il sistema di voto, avrò (spero di no) avuto ragione. Sono prepotenti questi rappresentanti, antepongono le loro esigenze a qualsiasi cosa e sono anche baciati dalla s(C)orte perché una provvidenziale sentenza ripristina, di fatto, il proporzionale puro che, pur esplicitamente sostenuto soltanto da qualche sparuto gruppo parlamentare, è intimamente tanto gradito a molti politici. Il Porcellum è un sistema di voto che evita il disastro delle due diverse maggioranze solo in caso di vittoria, meglio se riportata in ogni regione, conseguita con un ampio margine. Renzi, candidato premier in pectore e dato per vincente con distacco di sicurezza alle prossime consultazioni, avrebbe fatto melina e rinviato alla prossima legislatura la riforma della legge elettorale. Naturalmente i partiti di centrodestra, per difendersi dalla pronosticata schiacciante vittoria della sinistra, si sarebbero affannati per approvare qualche variante finalizzata a indebolire la stabilità governativa nel dopo voto, ma senza l’appoggio del PD non ci sarebbero stati i numeri per approvare nessuna modifica. Con la decisione della Consulta gli intenti si sono ribaltati: Renzi e i suoi (e non l’intero PD) hanno la necessità di cambiare la legge elettorale, tutti gli altri per niente. E anche in questo caso i numeri sono insufficienti per riformare il sistema di voto. È difficile che un solo partito riesca ad aggiudicarsi alle prossime consultazioni nazionali più della metà dei seggi e, senza premio di maggioranza, per governare bisogna coalizzarsi. Un invito a nozze per i Casini, i nostalgici socialdemocratici e i cespugli filo-proporzionali che, racimolati un pugno di consensi per lo più di origine clientelare, vedranno spalancarsi le porte di Palazzo Chigi. Quando si è certi di essere perdenti in una competizione elettorale, si spera che i vincenti possano non essere autosufficienti per fiduciare un governo o almeno che una compatta opposizione riesca a indebolire il potere decisionale della nuova maggioranza; il sistema di voto proporzionale concretizza queste speranze comuni a molti parlamentari e forse allontana, almeno di un’altra legislatura, la ragionevole aspettativa di avere finalmente un governo che non abbia altro compito all’infuori della buona amministrazione del Paese.

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