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PIUTTOSTO DEL MAGGIORITARIO SECCO, MEGLIO FARE SECCO IL MAGGIORITARIO

Ciò che ho visto negli ultimi dvent’anni, ossia nella piena stagione politica del maggioritario, non ha potuto che rafforzare la mia iniziale convinzione che il sistema elettorale maggioritario non sia la panacea per tutti i mali, come è stato sbandierato in tutte le salse. Nel sistema proporzionale tutti i voti espressi hanno lo stesso identico peso, mentre in quello maggioritario, o bipolare, solo una parte dei voti espressi concorre all'elezione dei candidati: infatti in un Collegio uninominale dove si presentano due opposti schieramenti il candidato che ottiene il 50% dei voti più uno viene eletto; i cittadini che hanno votato per l'altro candidato, che abbia ottenuto il 50% dei voti meno uno, vedono annullato il loro voto, perdendo così il diritto a esprimere una loro rappresentanza. Un 1 a 1 iniziale diventa in altri termini un 2 a 0 finale. Credo che ciò vada contro i più elementari principi di democrazia, secondo i quali i voti espressi dovrebbero avere tutti lo stesso peso e lo stesso valore. A peggiorare la situazione concorre poi anche il meccanismo con cui vengono scelti i candidati, che sono calati dall'alto, ossia nominati dai vertici, dopo mercanteggiamenti sui quali per carità cristiana è meglio non soffermarsi; il nulla osta, ovvero il sigillo finale, lo dà il capo della coalizione, destinata a diventare partito unico, che ha gli stessi poteri di un monarca. I cittadini non devono avere alcuna parte nella scelta dei candidati, che il più delle volte sono perfettamente sconosciuti all'elettorato (la cosa è reciproca perché spesso anche il candidato non sa alcunché della realtà del Collegio uninominale in cui si presenta): ciò non costituisce affatto un problema ai fini dell'elezione, per il semplice motivo che l'elettore non ha alcuna scelta: o vota il candidato dello schieramento che ritiene il meno peggio, o vota il candidato dello schieramento opposto, oppure decide che è meglio starsene a casa per i fatti propri e non votare. Il sistema maggioritario è una stortura che nasce per correggere i difetti del proporzionale: si sa che spesso per rimediare a un errore si finisce per fare l'errore opposto ("dum vitant stulti vitia, in contraria currunt"). In un proporzionale puro, senza alcuna soglia di sbarramento, si corre infatti il rischio di avere un numero di partiti pari al numero degli elettori: quante sono le teste, altrettanti sono i modi di pensare. E' sufficiente tuttavia porre una soglia del 2 o 3 per cento per passare da qualche milione di partiti virtuali a una più fisiologica cifra di sette od otto partiti. Il maggioritario puro è, di fatto, l'equivalente di una soglia di sbarramento al 50%, che francamente mi sembra esagerata, anche rispetto all'obbiettivo che si propone, ossia quello della stabilità e della governabilità. Del resto un meccanismo maggioritario bipolare non è affatto condizione necessaria, e men che meno sufficiente, a garantire la stabilità o la governabilità: il sistema elettorale tedesco, che, per inciso, rappresenterebbe un buon modello anche per noi, ha garantito lunghissimi periodi di stabilità; il cancelliere Kohl, con i suoi 16 anni consecutivi di governo, resta infatti imbattuto. Per garantire la governabilità, ciò che veramente conta non è la riduzione dei partiti a due soli, ma è piuttosto una intesa chiara su un programma da sottoscrivere di fronte agli elettori. I diversi partiti di una coalizione che si presenti agli elettori possono stilare un programma di governo. Fin che dura l'intesa di programma si governa, quando cade l'intesa si ritorna alle urne. Questo sistema, rispetto a un bipartitismo puro, ha il non trascurabile vantaggio di consentire una modulazione delle linee programmatiche da parte dell'elettorato, che resta così parte attiva e non deve solo subire le scelte del governo, ma può premiare o penalizzare i singoli partiti componenti la coalizione in relazione alle priorità sentite dall'elettorato stesso. Ciò non è possibile invece in un sistema perfettamente bipolare, dove l'elettorato non può premiare o penalizzare singole componenti riconoscibili della coalizione, per il semplice fatto che non esistono; la soddisfazione o l'insoddisfazione rispetto a determinate scelte non potranno essere espresse in maniera articolata, dando attraverso il voto una indicazione precisa all’azione di governo. La dialettica democratica in un sistema bipolare finisce così ridotta ai minimi termini. L'avere più gradi di libertà e poter scegliere tra un numero fisiologico di partiti anziché tra due soli schieramenti che sempre di più tendono ad assomigliarsi tra di loro consente una modulazione più fine ed efficace dell'azione politica: per fare un paragone con la lingua scritta, la capacità di espressione di un sistema bipolare sta a quella di uno proporzionale, con più partiti, come la capacità di espressione di un alfabeto di tre lettere sta a quella di un normale alfabeto di ventuno. In un sistema bipolare l'elettore ha solo tre possibilità di scelta: accettare i programmi del polo "A" oppure del polo "B" preconfezionati a mo' di pacchetti "prendere o lasciare", ovvero rinunciare al voto. Quest'ultima opzione è esercitata con crescente frequenza nei Paesi dove il maggioritario è ormai consolidato e dove, è doveroso dirlo, il bipartitismo è più virtuale che reale, dal momento che per catturare l'elettorato intermedio i due partiti contendenti tendono ad assomigliarsi sempre più tra di loro, fino a dare l'impressione che il sistema sia monopartitico piuttosto che bipolare. Non è difficile capire come in queste condizioni il vero partito maggioritario sia quello degli astensionisti. E' bene allora fare il maggioritario secco, o non è meglio fare secco il maggioritario? Con i più cordiali saluti.

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