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La casta delle pubbliche amministrazioni

La casta delle pubbliche amministrazioni C’è la crisi economica. Si perdono posti di lavoro, le famiglie sono in difficoltà, i giovani e ultra-giovani (30-40 enni) in cerca di una prima occupazione che non c’è. Imposte, tasse, bollette che massacrano lo scarso reddito dei cittadini. Questa è la condizione in cui stiamo vivendo e da cui non si intravvede una via d’uscita. Tuttavia ci sono categorie di persone che la crisi la osservano dall’esterno e non ne sono minimamente toccate. Certo la casta politica con tutta la corte di nani e ballerine (molto affollata) e di persone che vivono di rendita sulla pelle dei cittadini che pagano le tasse. Ma c’è una altrettanto numerosa folla di soggetti che godono di privilegi, senza che se ne possa comprendere un giusto motivo. E’ il caso dei dirigenti delle Regioni, nel nostro caso di quelli della Regione Marche. Queste persone oltre allo stipendio da dirigente, come previsto dal contratto di categoria percepiscono una “retribuzione di posizione” e una “retribuzione di risultato”, che raddoppiano la retribuzione base. Tutto nel rispetto delle leggi. Ma qui sorge spontanea una domanda: la retribuzione dei dirigenti non è sufficiente per compensare il lavoro(!?) che svolgono? E’ necessario che venga loro riconosciuta una indennità di risultato? E sulla base di quali parametri di valutazione? L’aumento della produttività aziendale? L’incremento delle vendite? L’apertura verso nuovi mercati? Come avviene per i dirigenti del settore privato che vengono premiati se raggiungono risultati effettivamente valutabili in relazione ad obbiettivi prefissati. Ma lorsignori di quali risultati parlano? Di quale produttività, di quali meriti? Perché svolgono il proprio lavoro “coscienziosamente”? E che, sono pagati per non fare niente e se fanno qualcosa ricevono i premi? La loro vita non è minimamente scalfita dalla crisi. Forse “crisi” è una parola di cui nemmeno comprendono il significato. Lo devono cercare sul vocabolario, come tutto il resto della malefica casta che infesta il nostro Paese. Fuori dagli enti pubblici non è proprio così. Si deve ringraziare il cielo se si riesce a percepire uno stipendio. E adesso si comincia a dover rinunciare a parti importanti di stipendio perché altrimenti le imprese se ne vanno all’estero. E diventa difficile pensare di sopravvivere. E’ ora di smetterla con i privilegi chiamati diritti, o peggio diritti acquisiti. Il lavoro è un elemento fondamentale della Costituzione. “L’Italia è una repubblica democratica (?) fondata sul lavoro (!)”. Ma su quale lavoro? Le persone che lavorano davvero sono punite e sfruttate da una miriade di parassiti che si permettono anche di parlare, valutare, criticare e soprattutto prendere decisioni e provvedimenti sempre sulla pelle degli altri. E’ ora che tutti paghino gli effetti della crisi perché sia più sopportabile per chi ne soffre davvero. E’ ora di smetterla con i privilegi chiamati diritti. I privilegi non sono diritti e tanto meno diritti acquisiti da conservare a vita. Proprio come i lauti vitalizi! Ed è ora di cominciare ad essere più trasparenti su incarichi, compensi, enti e strutture partecipate dagli enti pubblici nei quali troppa gente (ma è sempre meglio dire parassiti) rubano legalmente. E a proposito di trasparenza, non sarebbe il caso che le società e le associazioni partecipate dagli Enti pubblici espongano chiaramente i compensi di direttori, presidenti, collaboratori, criteri di assunzione (possibilmente non parentali di antica tradizione). E qual è il compenso di presidente e direttore dell’AMAT? Nel sito, alla voce Trasparenza c’è il vuoto!

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