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l'insostenibile irrilevanza di Matteo Renzi

L’INSOSTENIBILE IRRILEVANZA DI MATTEO RENZI Per farvi un’idea della ‘dimensione’ di Renzi, della sua nomina a premier, della sua possibilità di impennare il futuro del nostro disgraziato paese, giova qualche paragone storico. Di quale indipendenza godeva il vicerè dell’India ai tempi dell’impero britannico? Che autonomia vantava il governatore di una provincia nell’era di Augusto? Quanta sovranità spettava al governo di Vichy nella Francia occupata? Ecco, la risposta a questi elementari quesiti vi darà la cifra esatta dell’epopea prossima ventura (che tutti già celebrano come la nostra estrema, non sprecabile, risorsa). Matteo Renzi è un amministratore delegato, cioè amministrerà per delega, ma non del popolo italiano. E non è così importante che lui lo sappia, quanto piuttosto che lui ci stia. Non lo sa, chiaro che non lo sa. Ci sta, eccome se ci sta. Per ambizione personale, in primis, ma anche per qualità indiscusse di leadership, piglio e carisma. Il neo presidente del consiglio è ‘buono’ come l’ha definito Grillo nell’ormai leggendario faccia a faccia. Nel senso che non c’è malizia nelle sue intenzioni. Molta sfrontatezza, certo, un filo abbondante di arroganza, persino il cinismo spietato dei politici di razza. Lo hanno accusato di essere sleale, incoerente e voltagabbana, ma non sta qui il vero problema. Ogni politico lo è, per vocazione o per necessità. Sono le virtù machiavelliche che hanno permesso ai migliori di fare la storia. La politica non è uno sport per signorine, per così dire, e quindi è perdonabile (forse addirittura auspicabile) che chi vi si cimenta brilli per spregiudicatezza e cattiveria. Diremo di più. Forse Renzi è davvero un predestinato, probabilmente è il miglior fico del bigoncio, il giovanotto più attrezzato e capace che il belpaese abbia mai partorito dal dopoguerra in poi. Ma tutto questo non cambia di un ette i termini della questione. E cioè che resta un amministratore delegato. E parliamo di un epiteto dove l’aggettivo fa premio sul sostantivo. Potrà anche amministrare bene lo stato italiano, come ha fatto (dicono) con la provincia e il comune di Firenze, ma avrà sempre e solo la forza risibile e la statura nana di un presidente provinciale o di un sindaco. E non per colpe solo proprie, ma perché è stato messo alla guida di una struttura statuale di cui è rimasto men che lo scheletro. La polpa sostanziosa del potere, che qualche beota si ostina a definire sovrano, è stata divorata da altre entità. Da cupole che rispondono al nome di Europa Unita, BCE, Fondo monetario internazionale. Per quanto si ostini a dilettarci col suo aspirato fiorentino, per quanto si sforzi di compiacere gli elettori a colpi di battute e savoir faire, a Matteo Renzi è stata consegnata un’automobilina telecomandata a distanza. Potrà lucidarla, togliere i pilucchi dalle gomme, riverniciarla con colori fiammanti persino. Ma la pulsantiera per guidarla non ce l’ha e nessuno gli permetterà mai di metterci le mani. Lui è un inno alla gioventù gagliarda che ipoteca l’avvenire, ma parole e musica sono ideate altrove. Dovrà intonarle e recitarle come uno scolaro dabbene. E c’è da credere che lo farà alla grande perché il ragazzo è portato e si applica. Solo che ha studiato sui libri sbagliati, quelli scritti da chi la stangata fraudolenta e criminale l’ha concepita e realizzata e non da chi cerca di smontarla. Inoltre, si è macchiato di una colpa incancellabile per uno con le sue qualità. E cioè essere cresciuto a pane e politica senza accorgersi di come andava il mondo e, peggio ancora, di dove lo stavano portando. Da quello che dice e da come lo dice, Renzi non sa cosa sia la sovranità monetaria. Non sa che gran parte delle leggi cui noi obbediamo, come conigli sottomessi, sono partorite da un soviet di ventotto (dicesi ventotto) membri non eletti (la famosa commissione) e recepite dal nostro parlamento con l’annuale, e sconosciuta, legge di delegazione europea. Non sa che le cause della crisi sono da ricercarsi nella mitologia della globalizzazione e del mercatismo sfrenato. Non sa che di tali miti è impastata l’ideologia su cui l’euro si regge. Non sa da dove arrivi il denaro, e infatti non fa che salivare, tipo il cane di Pavlov, la ricetta di chi finge di ignorarlo: tagliare la spesa pubblica. Non sa che l’unico modo per far ripartire un’economia è spendere a deficit battendo moneta. Non sa che le pozioni avvelenate dagli euroburokrati ci impiccano, mani e piedi, ai capricci dell’alta finanza. Non sa che i famosi mercati (cui già si rivolge col peloso rispetto dei suoi predecessori) si riducono a pochi poli bancari multinazionali che trattano gli stati da colonie. Non sa neppure che l’Italia è una colonia. Come una provincia di Roma antica, come l’India della Regina, come la Francia occupata. E’ un’ignoranza comprensibile, ma imperdonabile. Comprensibile perché Matteo Renzi non si è formato fuori da un sistema marcio, ma ci è cresciuto in mezzo. E quindi ne ha bevuto le menzogne, accettandone le regole. E’ imperdonabile perché si è preso tutti gli onori di una personalità magnetica, nata per fare politica, senza farsi carico degli oneri (di anticonformismo, di ribellione, di temerarietà) che la situazione contingente esigeva. Poteva essere l’attivatore di un cambiamento epocale. E invece si è messo al servizio del Sistema che ci sta distruggendo. Il giorno in cui ha giurato fedeltà alla Repubblica, c’era un’assenza, nei ranghi ministeriali, che valeva più di tutte le altre insignificanti presenze. Un convitato di pietra, pesante tanto quanto il premier era (e resta) leggero. Ci riferiamo al neo ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, già vice segretario dell’Ocse, già dirigente del Fondo Monetario Internazionale, già responsabile dei negoziati italiani per l’agenda di Lisbona. Uno a cui l’occhialuto finlandese Olli Rehn, icona vivente dello scempio comunitario, commissario cooptato della ghenga di fenomeni cui abbiamo ceduto lo scettro della nostra povera patria, ha subito gelidamente ricordato: ‘sa cosa deve fare’. Un finlandese, comprenez vous? Capita l‘antifona? Questo è il governo di Renzi. Tutto chiacchiera e distintivo. Per distrarre i tonti del villaggio, gli serviva un animatore brillante e han preso il Matteo. L’ultimo segmento della traiettoria storica che ci ha portato dove siamo. Il nuovo governo è bello, moderno, gioviale, veloce, atipico, femminile, gggiovane, smart. Ma, soprattutto, insostenibilmente irrilevante. Francesco Carraro

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