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L'editoriale

Il pacco di Roma: vendere o fallire

Se l’allegro chirurgo non privatizza le municipalizzate e liberalizza i servizi, meglio il default. Su questo il premier si gioca molto: imponendo i tagli agli sprechi e stoppando i soliti aiuti pubblici dimostrerà di non essere un bluff

28 Febbraio 2014

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Matteo Renzi ha un’occasione straordinaria per dimostrare che fa sul serio e le sue non sono solo chiacchiere. L’occasione si chiama Roma e per coglierla il presidente del Consiglio non deve fare altro che lasciar andare la Capitale verso il suo destino, che è il fallimento o la vendita dell’argenteria comunale. Se lo farà, se cioè non muoverà un dito per salvare Ignazio Marino e la sua giunta, il Rottamatore proverà a tutta Italia che la musica è davvero cambiata e chi si candida ad amministrare una città o una Regione deve farsi carico dei problemi dell’ente, senza cercare scorciatoie o «aiutini» di governo. Il caso Roma è la migliore opportunità a cui Renzi potesse aspirare all’inizio del proprio mandato: se non ce n’è per Roma, se cioè non c’è Pantalone che paga gli errori della Città eterna, non ce n’è per nessuno. Neanche per la Sicilia di Rosario Crocetta, la Napoli di Luigi de Magistris o la Genova di Marco Rossi Doria. E allora sì che si cambia verso.
Inutile minacciare di bloccare la città, fermare autobus e metro lasciando i cittadini a piedi, come ha fatto ieri il sindaco della Capitale. Né serve mandare in piazza la gente o i lavoratori socialmente utili per costringere l’esecutivo a capitolare e aprire il portafogli. Le proteste, le manifestazioni «spintanee», i blocchi delle autostrade sono un’arma caricata a salve se la politica dei tagli agli sprechi e alle spese folli si dimostra inflessibile. Gli amministratori locali non possono e non devono pensare che alla fine arriverà qualcuno a salvarli: nonostante sia impopolare, devono rassegnarsi a tagliare gli sprechi e vendere i beni di famiglia.

Che è poi ciò che Marino si rifiuta di fare. Da quasi un anno alla guida del Campidoglio, il sindaco ciclista non si rassegna all’idea che non esista bacchetta magica per rientrare da un debito che supera il miliardo e si somma ai venti accumulati nel passato e di cui si sono fatti carico i contribuenti di tutta Italia. Marino sa bene che privatizzare le aziende municipali, smetterla con lo stipendificio comunale e ridurre gli sprechi è la sola via per risanare il bilancio del Comune, tuttavia per non perdere consensi continua a sperare che ci sia una scappatoia e che la legge per Roma Capitale gli consenta di fare altri debiti senza guardare in faccia alla realtà.
Se Renzi al contrario si dimostrerà inflessibile, se cioè rimbalzerà le scomposte reazioni dell’allegro chirurgo (il quale pensava che a risollevare i conti della città bastassero le sue gite sulle due ruote), sarà chiaro a tutti che chi sgarra deve pagare. Naturalmente non vogliamo attribuire le colpe di quanto accaduto al solo primo cittadino di Roma: se si è arrivati a un debito record la responsabilità è anche dei sindaci che lo hanno proceduto negli ultimi decenni. Ma se i buchi di bilancio cominciano con Rutelli, Veltroni e proseguono con Alemanno, ora Marino è chiamato a colmarli e non può tirarsi indietro. Roma non ha i soldi per sostenere i principali servizi pubblici come strilla dal Campidoglio il suo primo cittadino? Bene, anzi male: venda le quote che detiene nelle società municipalizzate, partendo dall’Atac, dall’Ama e dall’Acea. Chi l’ha detto che i trasporti debbano essere comunali? Se il Comune non è capace di far funzionare tram, autobus e metro senza perdere soldi, ceda la società ai privati. Stesso ragionamento per rifiuti, acqua e gas, che altrove erogano il servizio senza essere in mano pubblica.

Non basta? E allora metta mano ai dipendenti del Comune, che tra diretti e indiretti sono sessantamila, cioè un vero esercito. Solo di stipendi ogni anno si spendono un miliardo e cento milioni, una cifra che non ha eguali. Di fronte al bilancio della Capitale chiunque capirebbe che non esiste alternativa ai tagli della spesa. Chiunque ma non Marino, il quale vive ancora nel mondo dei fumetti e continua a confidare nell’arrivo di un Superman che gli eviti di usare le forbici. Ma da quel che viene fatto filtrare dalle segrete stanze di Palazzo Chigi, non c’è nessun eroe pronto a intervenire per togliere le castagne dal fuoco al Pd locale. Anzi, le dichiarazioni minacciose del sindaco hanno irritato Renzi al punto da indurlo a emanare una nota di disappunto. Al presidente del Consiglio non sarebbe piaciuto il tono «ricattatorio» usato e il ventilato blocco della Capitale. Se le cose stanno così, se cioè a Renzi non sono piaciute le minacce dell’allegro chirurgo, allora vada fino in fondo. Dimostri che l’Italia è un Paese normale e che la festa è finita. E lo dimostri, prima che agli altri, ai suoi amministratori, cioè a quelli di sinistra, quelli che per non cambiare si mettono d’accordo con il sindacato. Se lo farà, se avrà il coraggio di tener testa ai suoi, noi saremo i primi ad applaudire. Vorrebbe dire che il suo programma non è tutto chiacchiere e promesse.

di Maurizio Belpietro

 

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Commenti all'articolo

  • carlo5

    04 Marzo 2014 - 13:01

    Senza ulteriormente ricordare gli sperperi delle municipalizzate, una vergogna planetaria, ora che i soldi sono stati dati che si controlli l'andamemto dell'operato del sindaco, che cosa sara' capace di fare anche sotto la spinta che viene da tutta la popolazione italiana. Non ha piu' alibi.

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  • carlo5

    04 Marzo 2014 - 13:01

    Senza ulteriormente ricordare gli sperperi delle municipalizzate, una vergogna planetaria, ora che i soldi sono stati dati che si controlli l'andamemto dell'operato del sindaco, che cosa sara' capace di fare anche sotto la spinta che viene da tutta la popolazione italiana. Non ha piu' alibi.

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  • Visani44

    28 Febbraio 2014 - 18:06

    Ma se questo Marino era quel genio della chirurgia che si vuol far credere, perché ha mollato la professione per buttarsi in politica?

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