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L'analisi

Matteo Renzi, il suo linguaggio ai raggi x

Per gentile concessione del Corriere Fiorentino pubblichiamo un pezzo sul linguaggio renziano a firma di David Allegranti, il cronista che di Renzi ha seguito dall’inizio carriere e ascesa.

Niente, nel renzismo, è lasciato al caso; i libri esposti per le telecamere e i fotografi alla Camera (L’arte di correre, di Murakami Haruki), lo scambio di bigliettini con Luigi Di Maio, perfetto per finire su Facebook, le mani in tasca a sottolineare la distanza fra lui e il Palazzo. Perfino gli errori sono costruiti, in modo tale che a un certo punto, quando la gaffe vera c’è, non capisci più dove finisce l’invenzione e dove inizia la realtà.

Anche il lessico e il frasario renziano sono ormai ben rodati; i due discorsi con cui Renzi ha chiesto la fiducia al Parlamento sono la summa di quello che Renzi ha detto e scritto negli ultimi cinque anni. Comizi, Leopolde, interviste, libri. Un format, praticamente, con la “generazione Erasmus”, Giorgio La Pira, Fatima, la bimba figlia di genitori stranieri che parla fiorentino ma non ha la cittadinanza italiana e che ormai è la nuova casalinga di Voghera, quella del 2030, Don Lorenzo Milani («Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica»), Antoine de Saint-Exupéry, con l’accortezza di citare Terra degli uomini e non il solito Piccolo Principe. Lo storytelling del renzismo è una miscela pop in cui convivono marchi tecnologici, la Apple, Steve Jobs, con la differenza che qui non c’è da stare foolish, ma sereni. E poi Chesterton, «il mondo non finirà mai per la mancanza di meraviglie, ma per la mancanza di meraviglia», una citazione aderente al renzismo come pensiero reversibile. «Voglio un partito pensante, non pesante»; «voglio un partito che non sia terra di conquista per correnti, ma che sappia conquistare i voti di chi non ci ha votato prima».

Insomma un po’ come i calembour di Enzo Trantino e dei suoi manifesti elettorali: il coraggio dell’onestà e l’onestà del coraggio; la forza dell’onore e l’onore della forza. I ragazzi del Msi lo chiamavano, appunto, «pensiero reversibile» e una volta stamparono un manifesto goliardico, con la sua faccia, divenuto celebre: «La presa per il culo e il culo nella presa». E insieme agli slogan e agli scrittori con le maniche di camicia arrotolate, alla Baricco insomma, nella narrazione renziana ci finiscono personaggi che diventano topoi o, se preferite, jingle pubblicitari. Alle primarie fiorentine, nei suoi discorsi c’era la signora Grazia, una centenaria che aveva votato per lui e lo minacciava affettuosamente di andare a cercarlo a casa qualora non avesse rispettato le promesse fatte; oggi, fra le figure preferite, c’è l’Insegnante, con la I maiuscola, che nessuno rispetta più, perché, dice Renzi, stiamo vivendo una «crisi economica, finanziaria, occupazionale, certo, ma anche crisi di un modello di valori». Adesso però sono arrivati i sindaci al governo.

Nella dicotomia renziana «Noi/Loro», dove il «noi» è rappresentato da chi non è stato nel Palazzo, da chi non ha fatto il parlamentare, e «loro» invece sono quelli che stanno lì da vent’anni, sono gli amministratori locali, quelli che stanno sul mitico «territorio», a impegnarsi pedagogicamente perché ciò non accada più. «Fare politica – ripete spesso Renzi con una frase che è stata presa poi da Maurizio Crozza per farne l’imitazione – non è solo fare qualcosa ma anche, talvolta, dare del tu al dolore». Certo, però, per risolvere i problemi bisogna fare #coseconcrete, come dice il segretario del Pd in maniera martellante, con l’hashtag anche quando non è su Twitter.

Nel frasario renziano abbondano l’aggettivo «bello» e il sostantivo «bellezza». È ottimo perché non è troppo impegnativo; non definisce con precisione, è generico e va bene un po’ per tutto, tipo il puffare dei Puffi. I professori di scuola, da giovani, ci dicevano sempre di avere un vocabolario ricco. Perché magari qualcosa che è bello può essere anche affascinante, profondo, abbagliante, stratosferico, fulminante, spiazzante. Bello, no?

di David Allegranti

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Commenti all'articolo

  • assabrina

    02 Marzo 2014 - 22:10

    Un burattino costruito a tavolino!

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  • liberal1

    02 Marzo 2014 - 09:09

    le mani in tasca gestualità?? brutta copia di Fini che ha sempre parlata a Braccio

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