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L'editoriale

Non sanno che pesci prendere

Nella sua prima intervista Padoan non dice una parola sulle coperture necessarie a rispettare gli impegni presi da Renzi. Si intuisce solo che ci saranno nuove fregature

7 Marzo 2014

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Desidero esprimere la mia personale solidarietà a Fabrizio Forquet, vicedirettore del Sole 24 ore. Il bravo collega ha pubblicato ieri sul quotidiano confindustriale un’intervista al nuovo ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, da cui traspare tutta la fatica fatta per cavare di bocca all’ex direttore dell’Ocse una notizia una su quanto intende fare il governo. Più che un’intervista si tratta di una caccia all’indizio, con Padoan che, domanda dopo domanda, diventa più sfuggente di un’anguilla. Dove prendete i soldi per fare quanto sta promettendo Renzi, cioè cuneo fiscale, pagamento di 60 miliardi alle imprese, jobs act, edilizia scolastica, credito d’imposta e tutto il resto che esce dalla cornucopia di governo? Risposta: mi faccia dire prima di rispondere che io... E via con una serie di osservazioni fondamentali sulla crescita tipo «servono misure immediate e misure strutturali». Ovviamente, della risposta sollecitata da Forquet, neppure l’ombra. Allora il vicedirettore del Sole ci riprova: che cosa farete come prima cosa? Padoan a questo punto sembra deciso a vuotare il sacco e comincia a spiegare che si devono aggredire le cause di fondo della debole competitività delle imprese: quindi «al primo punto c’è la questione dell’eccessivo cuneo fiscale che pesa su salari e costo del lavoro». Bene, ci siamo, deve aver pensato il collega, che per spingere il ministro a sbottonarsi gli domanda dei dieci miliardi che servirebbero per riuscire a ridurre le tasse sul lavoro. Insisto, affonda senza esitazione Forquet, ci sono le risorse per farlo? Risposta del grande economista: «Stiamo verificando la possibilità dell’intervento e i relativi tempi». Tradotto: non dico una parola. Resosi conto di essere eccessivamente reticente, Padoan però si corregge subito. «Su questo diventa essenziale la spending review».

Ah, ecco, era un po’ che le due paroline magiche inventate da Mario Monti non ce le ricordavano. I soldi li si prende dalla spending review, che dev’essere un po’ come il pozzo di San Patrizio, visto che tutti vi attingono quando non sanno dove mettere le mani e, soprattutto, è un oggetto misterioso dato che il commissario appositamente delegato continua a rinviare il momento in cui svelerà quanto si risparmia con i tagli.
Comunque il bravo Forquet non si dà per vinto e siccome Padoan continua a svicolare, lui ci riprova, puntando dritto proprio sulla spending review. Quanto pensate di poter ricavare dai tagli di spesa per il 2014? Il ministro comincia male, dicendo che «la revisione della spesa è un’operazione complessa perché per essere davvero strutturale deve comportare anche una riforma dell’amministrazione e dei meccanismi di spesa e contemporaneamente offrire un miglior servizio a cittadini». Tuttavia, dopo il fumo viene anche l’arrosto: «Credo sia possibile fare qualcosa in più rispetto ai tre miliardi immaginati dal governo precedente. Diciamo che 5 miliardi su base annua è una cifra non irragionevole». Tradotto: dato che siamo a marzo e un terzo dell’anno se ne è già andato senza che i tagli siano stati fatti, diciamo che nel 2014 siamo più o meno in linea con quello che aveva previsto Letta. Comunque, finalmente una cifra a cui aggrapparsi c’è, deve aver esultato Forquet, il quale pensa subito di utilizzarla come grimaldello per aprire il forziere di notizie riservate custodite da Padoan. Domanda: non basterebbero comunque a coprire un taglio del cuneo di 10 miliardi (maledetti giornalisti: sempre a ricordare la cifra a cui si è impiccato Renzi). Risposta: «Sia il taglio del cuneo sia la revisione della spesa si articoleranno in misure che intendiamo avviare in modo simultaneo, ma che produrranno i loro risultati in tempi diversi». Decrittare le parole del ministro non è semplice, ma aiuta una frase pronunciata subito dopo, in cui il responsabile dell’economia annuncia che ci sarà una fase transitoria, «in cui i risultati della revisione della spesa non saranno ancora a regime, durante la quale potremo anche usare provvisoriamente per le coperture risorse una tantum o da riallocare all’interno del bilancio».

Dato però che di grasso che cola, cioè di risorse nascoste tra le pieghe del bilancio, non ce n’è, l’unica interpretazione possibile dell’oscuro messaggio di Padoan è che, se servirà, ci sarà una stangata una tantum destinata, come al solito, a diventare una semper. Ma forse si tratta di una traduzione maliziosa. Infatti, alla perentoria richiesta di Forquet di fornire esempi, il mago dei numeri alla fine cede: «Per esempio le risorse del rientro dei capitali». Ah, ecco, ora siamo tutti più tranquilli: la copertura c’è. Non si sa bene a quanto ammonterà perché, come spiega l’economista, «la somma è difficile da valutare, ma ci sarà». Parola di ministro e di giovane marmotta. E poi ci sono i soliti fondi europei dimenticati in un cassetto. Forquet prova a mettere i bastoni fra le ruote, ricordando che la Ue non permette l’uso di quei soldi per scopi che non siano quelli dichiarati, ma Padoan tira diritto chiedendo a Forquet perché la Ue non dovrebbe autorizzare l’uso di quei fondi: un pezzo di teatro dell’assurdo. Sui pagamenti alle imprese, chiede il vicedirettore, Renzi ha promesso di pagare i debiti, cioè circa 60 miliardi: sottoscrive l’impegno? E come no, replica l’economista, grazie alla Cassa depositi e prestiti risolveremo strutturalmente il problema. Ma l’agenzia Fitch minaccia di declassare Cdp, ribatte il giornalista. Preoccupazioni fuori luogo, secondo Padoan, alla fine della triangolazione saranno tutti felici come pasque. Il povero collega, ormai provato dall’impegnativo corpo a corpo con il più sfuggente degli avversari, prova un affondo sul lavoro: dove li trovate i soldi per pagare l’assegno universale a chiunque perda il lavoro? Risposta dell’imperturbabile ministro: «Le riforme costano, dobbiamo riconsiderare gli strumenti esistenti, utilizzando anche risorse che già vengono impiegate all’interno del sistema di welfare». E allora, ecco la parolina magica: «C’è un lavoro di riallocazione da fare». Qualcuno forse penserà che si tratti del gioco delle tre tavolette, ma sbaglierebbe a crederlo. Riallocare ricorda semmai l’ammuina. Conoscete il famoso comando attribuito ai marinari borbonici? «Tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora». Spostare di qui e spostare di là, avanti e indietro. Perché riallocare serve a fare un po’ di numeri. Sì, ma da circo, e al povero Forquet tocca seguire le acrobazie. Per questo gli rinnovo la solidarietà.

di Maurizio Belpietro
[email protected]
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Commenti all'articolo

  • angryant

    07 Marzo 2014 - 14:02

    caro direttore,non sono "confusi" sono "prudenti",non possono dire quello che faranno ,devono farlo e basta...noi sappiamo bene dove sono le coperture ,nelle nstre tache! il piano e' ramazzare i risparmi di quelli che ancora ne hanno....stanno solo analizzando i dati bancari e decidendo il "tetto" da rapinare....e' nota la filosofia della sinistra : "impoverire tutti" ...

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  • hilander

    07 Marzo 2014 - 11:11

    Questi signori sanno benissimo dove trovare le risorse, patrimoniale in vista..........

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  • Broadway

    07 Marzo 2014 - 10:10

    Siamo ancora, sempre e soltanto fermi alle parole!!!! Un pò come il gioco delle tre carte.......sposti sposti ma sono sempre quelle, con una piccola differenza:<< Qui non si sta giocando!!!>>

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