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L'editoriale

Pure a Renzi danno i compiti a casa

8 Marzo 2014

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Fino a ieri Pier Carlo Padoan stava in cattedra e appioppava le insufficienze agli alunni indisciplinati, invitandoli a studiare di più. Ma da quando è diventato ministro dell'Economia del governo Renzi è lui ad essere sotto esame e ad essere invitato a impegnarsi di più. Il curriculum da professore infatti non lo mette al riparo dalle tirate d'orecchie, così come non aveva messo al riparo Monti e Saccomanni prima di lui.
In un'intervista al Sole 24 Ore pubblicata giovedì, l'uomo dei conti aveva dichiarato che per finanziare la riduzione del cuneo fiscale non c'erano ostacoli all'uso dei fondi europei. E all'obiezione dell'intervistatore circa la contrarietà della Ue al diverso impiego dei finanziamenti aveva tagliato corto, lasciando intendere di aver già in tasca il lasciapassare. Neanche il tempo di crogiolarsi all'idea che i soldi per tagliare le tasse sul lavoro non sono un problema che ecco però arrivare direttamente da Bruxelles la doccia fredda. La portavoce del commissario alle politiche regionali in una nota ha precisato il pensiero europeo.

«La Commissione vuole chiarire che le risorse della politica di coesione devono essere utilizzate per finanziare nuovi progetti che hanno vocazione a contribuire allo sviluppo». Fin qui tutto bene, perché anche la riduzione delle tasse può dare una mano allo sviluppo. Tuttavia, per non essere fraintesa, Shirin Wheeler ha anche aggiunto: «Non possono pertanto essere usati per coprire riduzione di imposte, come quelle potenzialmente legate al cuneo fiscale, cioè alla differenza tra imposte sul lavoro e il costo del lavoro, come suggerito da alcuni osservatori». Capita la lezioncina? Il ministro Padoan, quello che fino a ieri dava i voti agli altri spiegando che cosa era giusto e che cosa era sbagliato fare, richiamato come un alunno un po' indisciplinato che fa il furbo e cerca qualche scorciatoia pur di non fare i compiti a casa.

Ieri è però anche stato il giorno del grande sfogo. Rimandato a casa dopo solo dieci mesi di governo e con un brutto voto in pagella, cioè con il sospetto di aver truccato i conti e nascosto qualche trappola nelle pieghe del bilancio, il predecessore di Padoan non ci sta e con un'intervista al Corriere della Sera ribatte a Matteo Renzi, garantendo la propria correttezza contabile. Nel colloquio con Sergio Rizzo, Saccomanni però si leva anche qualche sassolino dalle scarpe, mettendo in dubbio la strategia del rottamatore, in particolare riguardo alla possibilità di ottenere da Bruxelles un allentamento del cappio che stretto intorno al collo della nostra economia rischia di strozzarla. Secondo l'ex direttore della Banca d'Italia non esiste una possibilità su un milione che le norme capestro sui bilanci pubblici vengano cambiate. «Per ottenere questo risultato è necessaria l'unanimità, che non ci sarà mai», commenta Saccomanni: «È vero che le regole si possono pure infrangere, andando però incontro alle sanzioni della Commissione e dei mercati».

Insomma, sia Bruxelles che l'ex ministro a Renzi e a Padoan mandano lo stesso messaggio: rassegnatevi, non c'è una terza via, siete condannati a tagliare oppure a fallire. Certo, nelle parole di Saccomanni c'è il risentimento dell'ex, cioè di colui che di dimettersi non aveva alcuna voglia e dunque non si rassegna al licenziamento. Ciò nonostante è indubbio che quando parla della contrarietà europea all'allentamento dei vincoli dica il vero. La Germania e i Paesi del Nord sono nemici di qualsiasi concessione e dunque di propria iniziativa non cederanno. Per loro i compiti a casa non finiscono mai e se potessero non solo non concederebbero all'Italia nemmeno un filo di respiro, ma stringerebbero ancor più il cappio, obbligando il governo a varare la patrimoniale e nuove tasse. Ma se Saccomanni dice il vero è altrettanto certo che la sfida di Matteo Renzi può essere vinta solo se si ottiene il rinvio del fiscal compact, ovvero degli obblighi di bilancio e riduzione del debito più stringenti. Siccome, a differenza di Padoan, noi non ci aspettiamo molto dai tagli, l'unica possibilità di invertire la rotta viene dalla crescita, cioè dal ritorno ad un clima economico meno nero. Se c'è lo sviluppo si riduce la disoccupazione, crescono i consumi e di pari passo anche le entrate dello Stato. Ma come sempre si tratta di stabilire se viene prima l'uovo o la gallina: si ripaga prima il debito facendo fare penitenza a tutti gli italiani oppure si fa ripartire l'economia così da guadagnare di più e restituire i prestiti?
Ecco, se Matteo Renzi vuole dare prova di carattere lasci perdere le gite in bicicletta, i tweet e le passerelle nelle scuole. Quella roba serve all'immagine ma non a riempire la pancia della gente. Si concentri invece sul sistema per uscire dalla gabbia europea. Ormai anche a sinistra hanno capito che le regole che abbiamo accettato ci mandano in malora e non ci fanno uscire dalla crisi. Entrare nell'euro senza avere un'uscita di sicurezza o un paracadute è stato un errore. E allora si dia da fare. Rifiuti i compiti a casa che i cosiddetti alleati ci vogliono obbligare a fare e cambi verso davvero. Se lo farà, il nostro appoggio non mancherà. Alle balle non crediamo, alla voglia di riscatto sì.

di Maurizio Belpietro

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Commenti all'articolo

  • encol

    09 Marzo 2014 - 08:08

    Guardi Belpietro che in Europa dicono : " RENZI CHI"

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