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Intervista al re dei produttori

David Zard e i segreti delle popstar: "Quando Lucio Dalla mi salvò la vita"

David Zard e i segreti delle popstar: "Quando Lucio Dalla mi salvò la vita"

David Zard, 71 anni, è la musica della nostra vita. Tutta. Quella che abbiamo ascoltato, visto, vissuto. I più importanti concerti degli ultimi 45 anni li ha organizzati e prodotti lui, da Madonna a Dylan, da Elton John ai Rolling Stones, da Branduardi a Baglioni (ora è in scena con Romeo e Giulietta. Ama e cambia il mondo: fino al 16 marzo a Roma, poi Napoli, Torino, Firenze e Verona). Aneddoti, vizi e segreti: David si racconta e racconta le grandi star.

Zard, quanti dischi.
«Qui a casa ne tengo il dieci per cento: in totale ne ho un migliaio».
Uno cui non riesce a rinunciare?
«Harvest di Neil Young, credo il più bel lavoro mai fatto in assoluto. Ma ora non ce l'ho: quando incontro qualcuno che non lo possiede, glielo regalo».
Bello il pianoforte laggiù. Lo suona spesso? Perché ride?
«Io non so suonare. Né leggere musica».
Scusi, sta dicendo che lei, il più grande produttore musicale, non è capace di solfeggiare uno spartito?
« Da ragazzino non ho avuto tempo di studiare, la mia vita era movimentata».
Torniamoci, all'infanzia.
«Nasco a Tripoli il 6 gennaio ’43 da famiglia ebraica, siamo quattro fratelli e resto orfano di padre a 14 anni».
Il ricordo più forte della Libia?
«La mancanza di libertà, la corruzione. E divento pignolo, testardo».
Cosa intende? Può fare un esempio?
«Nel '67, in Italia, ho un'idea rivoluzionaria: utilizzare il Flaminio per un concerto dei Genesis. Non me lo concedono. Allora mi impunto, recupero i documenti originari dello stadio e analizzo lo statuto: c'è scritto che la struttura deve essere polivalente, sport e spettacoli».
Che fa?
«Invento un trucco. Chiedo lo stadio per giocare una partita di calcio tra la comunità ebraica e blocco due date. Quando mi presento con lo statuto e dimostro che non possono negare il Flaminio per un concerto, si giustificano: Purtroppo è già impegnato per una partita di calcio!. E io: No, l'incontro è saltato per questioni di sicurezza».
Piccole bugie che fanno la differenza. Ne ha altre?
«Annuncio il secondo concerto italiano di Michael Jackson e i giornalisti mi stroncano: Andrai in rovina. L'altra volta cantava in playback, è di plastica. Mancano sei mesi, ho venduto solo 4.000 tagliandi su 40mila. Capisco che se non monto l'evento sarà un flop».
Come fa?
«La sparo grossa: conferenza stampa e annuncio che è quasi tutto esaurito. I giornalisti si incuriosiscono e ogni giorno, d'accordo con l'ufficio stampa americano, invento bugie enormi, notizie strane tipo: E' stato noleggiato un aereo russo per trasportare i vestiti di Jackson. I giornali abboccano e scrivono, scrivono, scrivono. A pochi giorni dall'evento, così, dico che verranno messi in vendita gli ultimi 4.000 biglietti rimasti il tal giorno nel tal posto».
E che succede?
«Ressa, caos: in 6 ore 36 mila tagliandi».
Fantastico. David, raccontavamo della Libia e della sua adolescenza. I ricordi più intensi?
«Le partite di basket. Nella squadra Takaddem, che significa Progresso, c'è un giocatore che si chiama Muammar. Credo proprio fosse Gheddafi».
Lui? Buon cestista?
«Scarso, zero canestri, ma tante bestemmie».
Primi lavori?
«Nella libreria di famiglia. Nel frattempo però organizzo feste e piccoli spettacoli musicali».
Quando la fuga?
«Due giorni prima della Guerra dei 6 giorni: capisco che mi vogliono prendere e scappo in tempo».
In Italia inizia subito a produrre musica.
«Nel '70 mi chiedono di organizzare il tour europeo di Aretha Franklin, che in quel momento ha cinque pezzi nella top ten. Come per magia riesco a farla esibire all'Olympia di Parigi».
Impatto con Aretha?
«Difficile».
Per la droga?
«Capisco che si fa quando ci pianta in asso a metà del tour per correre dietro al suo uomo. Che le fa anche da pusher».
Già, rock e droga. Come mai quel sorriso?
«Questa le piacerà. C'è da organizzare il tour europeo di Ike e Tina Turner. Il contratto è stravagante: pretendono due suite comunicanti, una con la tappezzeria rosa, l'altra color champagne».
Impegnativo.
«Anche perché sono in programma 50 date, quindi dovrei trovare 50 alberghi così! Li guardo perplesso. Sorridono: Signor Zard, lei sa che ci sono delle cose che fanno vedere quel che si vuole...».
E lei?
«Li mando a quel paese: Avessi voluto fare il pusher non sarei imprenditore».
A proposito di strane clausole contrattuali: altri vezzi da star?
«I Rolling Stones dopo ogni concerto chiedono di organizzare, a loro spese, party a base di aragoste, ostriche e champagne».
Sballi da vip?
«Macché, tutto a disposizione di tecnici e maestranze!».
Generosi con gli altri, poco tra loro. Verità o leggenda?
«Keith Richards è un grande stronzo: gli Stones viaggiano ognuno con il proprio aereo e non dividono nulla. Una volta si guasta il mezzo privato di Ronnie Wood, chiediamo a Richards se può dargli un passaggio e lui fa una smorfia come per dire: Siete scemi?. E lo lascia a terra».
Torniamo all'inizio della carriera. Dopo il boom con la Franklin, un flop.
«Nel ’74 organizzo a Misano il Santa Monica rock festival, una Woodstock italiana ma ancora più in grande: quattro giorni con artisti già famosi come Rod Steward, Deep Purple, Lou Reed e altri. Manifesti stampati, 55mila biglietti venduti. Ma pochi giorni prima dell'evento bloccano tutto: il previsto arrivo di 500mila persone da tutta Europa fa paura. Risultato, ci perdo 400 milioni di lire».
Urca. Per fortuna si riprende subito e diventa il numero uno. Zard, lei ha organizzato i concerti di tutti i più grandi artisti. Facciamo un giochino. Un aneddoto ad ogni nome. Partiamo da Elton John.
«Nel ’72 annulla all'ultimo il tour con la scusa di una tonsillite. Vado a Londra e richiedo una visita fiscale, lui rifiuta di farmi entrare in casa. Il giudice mi dà ragione e accetta le richieste: sei concerti e l’impegno a venire in Italia due settimane prima per fare promozione. Sarà un successo».
Bob Dylan.
«Dicono abbia un brutto carattere, invece è solo timido. Una sera a Verona, prima del concerto, mi chiede: David, vuoi che canti qualcosa per te?. Sììì, Mr. Tambourine Man, la mia preferita!. A fine serata, nei camerini, gli dico: Bob, ti sei dimenticato la mia canzone. E lui: Ma no, l'ho fatta!. Io: Non prendermi per il culo!. Si fa dare la registrazione e riascoltiamo, effettivamente c'è. Ma è stravolta, non si riconosce. Bob, perché l'hai cambiata? L'hai cantata male. Risposta: Non sono un cantante, io recito le mie poesie».
Genesis.
«Sono il primo a portarli in Italia nei Palasport. Facciamo il pieno, ma dopo il concerto vedo Peter Gabriel che parla col manager: ha problemi col mutuo. Lo chiamo in disparte: Quanto è?. E gli stacco un assegno di 2.000 sterline».
Michael Jackson.
«Nel '92 viene in Italia con il Dangerous Tour. Un giorno lo vedo triste. Michael, che c'è?. Mi piacerebbe tanto visitare Roma. Ci penso io: dribbliamo la security, lo faccio vestire normalmente e andiamo a piazza del Popolo. Tutto in incognita, finché una signora lo riconosce: Michael!, e sviene. Al ritorno Jackson è felice come un bambino: È stata una delle più belle giornate della mia vita».
Già, i bambini... Lei l'ha sempre difeso.
«E' rimasto ragazzino, non ce lo vedo ad avere rapporti sessuali con minori. Al massimo avrà fatto la sfida di chi ce l'ha più lungo. Come da adolescenti».
La sua morte resta un mistero.
«L'hanno lasciato morire».
Madonna.
«Portofino, 1988, conferenza stampa e ho paura per quello che potrebbe dire. Fila tutto liscio, allora le faccio i miei complimenti. Il manager le chiede cosa sto dicendo e lei: Mi sta leccando il culo. Non ci vedo più: Ah sì? E tu sei una gran stronza. Ora è una signora, ma ai tempi rispecchiava la famosa canzone della Bertè».
A proposito, e gli artisti italiani?
«Viziati. Ne sento molti dire: Io sono il più grande. Quando succede vuol dire che sono arrivati a fine carriera».
Lei ha lavorato con Branduardi, Baglioni, Cocciante, Dalla. Ne racconti uno.
«Lucio mi ha salvato la vita».
Cioè?
«Nel 2006 devo sottopormi al trapianto di fegato. Ho paura, rimando, non accetto l'idea di avere l'organo di un estraneo dentro di me. Un giorno, a Bologna, siamo per strada e arriva un tizio. Lucio lo ferma: Vedi David, lui ha avuto i tuoi stessi problemi e gli hanno trapiantato il fegato. Si rivolge all'uomo: Raccontagli come è andata. Lui: Mi hanno operato cinque settimane fa e sto già benissimo. Certo - aggiunge Dalla - perché ormai è una cosa quasi ambulatoriale!».
Lei si fa convincere e si opera. Scusi, perché questo sguardo?
«Lo scorso anno vado al funerale di Dalla e rivedo lo stesso tipo. Lo fermo. Hei, come stai?. Lui: Bene, bene. Io: E il fegato?. Lui: Quale fegato?. Io: Beh, quello nuovo.... Ride: Ma come, credi ancora a quella storia? Non l'ho mai fatto il trapianto, Lucio mi aveva chiesto di stare al gioco!».
Zard, ora come sta?
«Un anno e mezzo fa sono stato investito da un'auto e mi sono rotto la spalla. Poi mi hanno tolto un pezzo di polmone per un tumore. Ma sto bene e non mollo».
E lavora ancora.
«Io e mio figlio Clemente stiamo portando in giro Romeo e Giulietta. Questa produzione è in gran parte sua, io mi preparo al passaggio di testimone».
Zard, ultime domande veloci. 1) Ha guadagnato molto in carriera?
«Meno di quello che si possa pensare».
2) Rapporto con la religione?
«Credo in Dio».
3) Paura della morte?
«No, è il coronamento della vita».
4) Musica e donne: la scena più imbarazzante vista in carriera?
«Una mamma disposta a pagare pur di far andare a letto la figlia tredicenne con Simon Le Bon dei Duran Duran».
Ultima: David Zard, lei ama inventare slogan. Quello della sua vita?
«Non ho mete, guardo all'orizzonte».

di Alessandro Dell'Orto

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Commenti all'articolo

  • andrea.mazzottir

    17 Maggio 2014 - 18:06

    Mi piacerebbe sapere come possa essere possibile che abbia organizzato un concerto a Roma dei Genesis, visto che, nel 1967, i Genesis ancora non esistevano...

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