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L'editoriale

Lo strano silenzio sui furbetti dell'affitto

16 Marzo 2014

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In attesa che Matteo Renzi concluda il suo viaggio in Europa che lo ha portato a incontrare François Hollande e decida di rispondere alla lettera aperta che gli abbiamo inviato ieri, chiedendo delucidazioni circa l’affitto di un’abitazione che ha occupato per tre anni nel centro di Firenze all’epoca in cui era sindaco, ci sia permesso di fare qualche riflessione a proposito dei colleghi. In questi giorni, mentre Libero insiste per avere una risposta non equivoca sulla locazione dell’attico di via degli Alfani, la maggior parte della stampa è distratta. Tranne un articolo uscito su Repubblica e un pezzo su il Sole 24 Ore, nessun quotidiano pare appassionarsi al caso. Eppure si tratta di un ex sindaco, oggi presidente del Consiglio, che dal 14 marzo del 2011 al 22 gennaio di quest’anno trasferisce la propria residenza nella casa affittata da un amico, che incidentalmente è anche l’amministratore delegato di una società del comune, oltre che uomo di molti interessi, alcuni dei quali economici.

Escludendo profili di illiceità – peraltro da Libero mai evocati – appare evidente che il caso solleciti degli interrogativi, in particolare sull’opportunità di quel trasloco in un alloggio il cui canone di locazione era a carico di un imprenditore che intratteneva rapporti con il comune di cui Renzi era sindaco. Ciò nonostante nessun cronista pare davvero interessato a saperne di più. Anzi, gli articoli di Libero sono accolti dai colleghi con stupore e perfino con un certo fastidio, quasi che non fosse consentito disturbare il Rottamatore. Che senso ha tutto questo can-can, mi ha chiesto una giornalista di sinistra, «in fondo loro sono amici». Stessa reazione da parte della stampa cosiddetta indipendente, quella che non guarda in faccia a nessuno se il nessuno si chiama Berlusconi. Secondo gli autorevoli terzisti della categoria, quella di Libero sarebbe la solita campagna scandalistica, che prende a pretesto un fatto in sé irrilevante per montare una cagnara infinita.


Peccato che chi oggi si indigna per le reiterate richieste di chiarezza ritenendole strumentali, sia poi lo stesso che fino a un anno fa saliva in cattedra per chiedere conto a Roberto Formigoni delle sue vacanze con l’imprenditore Pierangelo Daccò. Chi ha pagato il soggiorno? Il governatore o l’imprenditore? E il viaggio? Chi dei due ha messo mano al portafogli? Non meglio è andata a Giulio Tremonti, il quale quando era ministro dell’Economia ebbe la malaugurata idea di farsi ospitare da un suo collaboratore che aveva preso una casa in affitto nella capitale. Quante sere trascorreva nell’appartamento e come mai il contratto era intestato al suo assistente? Quanto ha pagato e quando? Fuori le ricevute. Per mesi i giornali si sono interrogati e hanno interrogato Formigoni e Tremonti a proposito delle loro relazioni con Daccò e Milanese. Qualcuno potrebbe obiettare che i due “amici” erano nei guai fino a collo. Vero, ma Formigoni all’epoca non era accusato di alcunché e Tremonti ad oggi continua a non avere indagini a suo carico. Tuttavia l’estraneità a qualsiasi pasticcio non ha impedito ai cronisti di chiedere conto all’ex ministro dell’Economia dei suoi rapporti con Marco Milanese e delle ragioni di un appartamento in pieno centro a Roma affittato dal collaboratore ma parzialmente nella disponibilità del numero uno di via XX settembre.

Ma se allora era lecito domandare, se era giusto e professionale scandagliare ogni anfratto delle due vicende, perché adesso non lo è? Perché i colleghi tacciono dando la sensazione di essersi adeguati alla congiura del silenzio imposta intorno alla vicenda? Non c’è nulla da nascondere, è solo un atto di generosità fra amici? Bene. E quindi perché non parlarne liberamente senza dare la sensazione di nascondere qualcosa? Perché non mostrare il contratto d’affitto, rivelando la cifra pagata e l’intestatario del contratto? Dopo la nostra richiesta di delucidazioni si è fatto avanti Marco Carrai, il quale ha rivelato di essere lui il locatario di via degli Alfani, rispondendo però picche alla richiesta di rendere pubblico il contratto. Non voglio contribuire alla campagna contro di me, è stato più o meno il senso della motivazione con cui ha opposto un secco no alla richiesta. Campagna? Contro di lui? Ma se dal primo giorno in cui l’abbiamo interpellato ci avesse chiarito i contorni della questione, mostrando i documenti o anche solo rispondendo alle nostre domande, non ci sarebbe probabilmente stata nessuna inchiesta giornalistica. Se tutto fosse stato chiaro fin dal principio non ci sarebbe stato bisogno che né lui né il nostro Giacomo Amadori perdessero altro tempo e il nostro giornale impiegasse tanto spazio. Noi naturalmente confidiamo sempre in un ripensamento, di Carrai o del presidente del Consiglio una volta rientrato alla base. E, perché no, anche di tutti quei colleghi che da quando Berlusconi non è più a Palazzo Chigi si sono fatti così distratti da sembrare cronisti a loro insaputa. 

Ps. Adesso è spuntato anche un pm con l’appartamento pagato. È il figlio del giudice che ha condannato il Cavaliere. Proprio vero, in certi ambienti, chi trova un amico più che un tesoro trova la casa. Gratis.

di Maurizio Belpietro
[email protected]

Twitter: @BelpietroTweet

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Commenti all'articolo

  • bangrazifiorella

    20 Marzo 2014 - 18:06

    Ulteriore dimostrazione che i cinque stelle sono l'unica opportunità di pulizia e non si può e non si deve perderla: si vedrà alle europee.

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  • tonytony1981

    18 Marzo 2014 - 17:05

    libero diamo il merito della notizia a chi l'ha messa alla luce cioè alessandro maiorano!! non prenderti meriti che non ti competano....

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  • george.arte

    17 Marzo 2014 - 17:05

    questo paese con codesti soggetti non cambierài. siamo in piena campagna elettorale per L'Europa, gli slogan vanno dai carrelli della spesa, ai pesci rossi, cosa pretende di più, mentre la gente muore di fame c'è chi pensa a sistemarsi in Europa, faccia un po lei, alla vergogna non c'è mai fine. dimenticavo il PD scomparirà dopo le Europee. Renzie era l'ultima carta, non avevano altro

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