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L'intervista

Crisi Crimea, il generale Arpino: "Putin rischia la vittoria di Pirro"

Crisi Crimea, il generale Arpino: "Putin rischia la vittoria di Pirro"

"La Crimea è al centro della peggiore crisi tra Occidente e Russia dai tempi della Guerra Fredda", titolava l'11 marzo scorso la Bbc. Che il verdetto del referendum nella penisola sul Mar Nero abbia acceso nuove tensioni tra Washington e Mosca non ci sono dubbi, ma che la cosa possa degenerare non convince il generale Mario Arpino, ex Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica Militare Italiana e analista geopolitico. "Se la cosa si ferma qui - spiega il militare a Libero - e il dialogo nell'ambito del Nato-Russia Council (Nrc) resta aperto, le divergenze potrebbero attenuarsi. Quanto all'Ue non mi pare abbia carte da giocare".

La Crimea alla Russia: referendum popolare o mossa politica di Mosca?
"A mio avviso, entrambe le cose. Va però detto che la questione, prima di manifestarsi nella sua evidenza, ha covato a lungo sotto la cenere, la Storia ne è testimone. Tuttavia, è probabile che la rivolta di Kiev, assecondata ed applaudita dall'Occidente, sia stata la causa scatenante dell'anticipo dei tempi di qualcosa che in Crimea, prima o poi, sarebbe comunque accaduto. Occasione d'oro, della quale la Russia di Putin non ha mancato di trarre immediato vantaggio".
Quanto accaduto in Crimea influenzerà, secondo lei, l'ingresso dell'Ucraina nella Ue?
"Indubbiamente sì e non in senso positivo. Ora l'Unione, dopo tanti anni di corteggiamento, è obbligata a prendersi cura dell'Ucraina, ma si rende anche conto che un'adesione formale – per non fare altri torti alla Russia – si è allontanata. Si troverà a dover necessariamente assistere un paese impoverito dall'interruzione del rapporto con l'ingombrante vicino, senza trarne alcun vantaggio: l'Ucraina, ora, sarà solo un costo".
Vede un nesso tra le primavere arabe e la "primavera" di Kiev? Se sì, quale?
"Non mi sembra di poter fare accostamenti: è già arduo farlo tra una primavera araba e l'altra. A fattor comune, forse, c'è solo il ruolo giocato dai social media, all'interno e all'esterno".
La vittoria di Putin in Crimea è stata eclatante. Questa potrebbe dare a Mosca maggiore sicurezza in politica estera?
"I risultati del referendum in Crimea non danno adito a dubbi, tanto che – a cose fatte – tutti i discorsi sulla legittimità del processo referendario mi sembrano di lana caprina. Quando un evento, come in questo caso, diviene irreversibile, è ozioso – per non dire ridicolo – cercare di tornare indietro. Chi mai oserebbe andare a dire agli entusiasti russi e russofoni di Crimea che è stato tutto uno scherzo? Ciò detto, la vittoria di Putin potrebbe essere solo tattica. Se questa, infatti, lo portasse all'isolamento (Consiglio di Sicurezza, G.7, ecc.), con una sensibile riduzione dei proventi da gas e petrolio e, quindi, con qualche problemino in più anche all'interno, sul piano strategico sarà una vittoria di Pirro. In questo caso, un più stretto legame con l'Iran e, quindi, un maggiore supporto ad Assad potrebbero costituire una sorta di rivalsa".
A suo avviso che effetti avrà il referendum sulla politica mondiale e sui rapporti tra Mosca, Bruxelles e Washington?
"Se la cosa si ferma qui e il dialogo nell'ambito del Nato-Russia Council (Nrc) resta aperto, magari con la partecipazione della Nato-Ucraine Commission ed, eventualmente, di altri partners non-Nato, con il tempo le divergenze potrebbero attenuarsi e gli effetti geostrategici essere minimi. Ho parlato solo di Nato, perché non mi sembra che la Ue, così com'è, abbia molte carte da giocare".

di Marco Petrelli

 

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Commenti all'articolo

  • collezionista

    29 Marzo 2014 - 04:04

    La Russia è lo Stato più grande del mondo e l'Armata Rossa è il migliore esercito. Cosa va blaterando un generale provinciale di un piccolo paese??? Vogliamo mandare i bersaglieri in Crimea come fece il Cavour???Basta essere servi degli Stati Uniti che non hanno il DIRITTO di fare il gendarme del mondo e SOPRATTUTTO NON NE SONO CAPACI

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  • antonimo

    20 Marzo 2014 - 18:06

    L’Europa si deve rendere conto di avere interessi molto differenti dagli americani e di non poter più sacrificare se stessa in favore delle convenienze di un parente lontano ed invadente. L’influenza americana deve essere rinegoziata, senza neppure un eccessivo impegno in tal senso, basta soltanto che l’Europa non s’immoli più per gli USA e badi finalmente alla tutela dei propri interessi vitali.

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