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Gli azzardi di Matteo

Matteo Renzi si fa pagare la pensione da noi: il trucco sui contributi

Matteo Renzi

Martedì le agenzie hanno rilanciato la notizia dell’iscrizione da parte della procura di Ravenna sul registro degli indagati dell’ex ministro Josefa Idem e del marito-allenatore Guglielmo Guerrini per truffa aggravata. A dicembre i due hanno ricevuto un avviso di chiusura indagini in merito a una vicenda rivelata da Libero l’anno scorso. Idem è indagata per circa sei mesi di lavoro da assessore distribuiti tra il giugno 2006 e il maggio 2007.

Per l’accusa il marito l’aveva assunta nella sua società poco prima della nomina, trasferendo al Comune l’onere del pagamento dei contributi previdenziali. Una piccola astuzia che sembra spopolare tra i politici e che avrebbe fatto incassare alla Idem 8.642 euro di «marchette». Ma ora il gioco si fa duro e l’accusa di truffa aggravata, per cui è prevista una pena sino a 5 anni, rischia di agitare il sonno di molti amministratori pubblici che per anni hanno banchettato grazie al Testo unico sull’ordinamento degli enti locali.

Certo la cifra ottenuta dalla Idem è modesta se confrontata con i 35 mila euro di contributi annuali minimi (17 mila per l’Inps e 18 mila per i fondi previdenziali e assistenziali) a cui ha oggi diritto, in base al contratto nazionale, un dirigente del commercio. È il caso di Matteo Renzi, che dal 2004 (quando è stato eletto presidente della Provincia) al 2014 è costato alla comunità non meno di 300 mila euro.

A permetterglielo è stato il decreto legislativo 267 del 2000 che all’articolo 86 recita: «L’amministrazione locale prevede a proprio carico, dandone comunicazione tempestiva ai datori di lavoro, il versamento degli oneri assistenziali, previdenziali e assicurativi ai rispettivi istituti». Quindi elenca tutte le cariche comprese nella norma. Tra queste anche quelle ricoperte da Matteo e Josefa. La legge dice anche che il trattamento di fine rapporto non viene pagato direttamente dall’amministrazione locale, ma viene rimborsato all’azienda il cui dipendente è andato a ricoprire una carica elettiva, mettendosi in aspettativa. Regole che non valgono per chi non ha un posto fisso: «Agli amministratori locali che non siano lavoratori dipendenti» è garantito solo «il pagamento di una cifra forfettaria annuale, versata per quote mensili». Per anni Renzi è stato socio e lavoratore parasubordinato dell’azienda di famiglia, la Chil srl. Forse perché il co.co.co ha una contribuzione Inps bassa, non ha fondi previdenziali aggiuntivi e non matura Tfr.

Il 27 ottobre del 2003, però, due giorni prima dell’annuncio della sua candidatura da parte della Margherita a presidente della Provincia, viene assunto come dirigente. La Chil gli paga i contributi sino all’elezione del giugno del 2004. Quindi tocca alla Provincia versargli le «marchette», parametrate sullo stipendio da dirigente e non su quello da precario. Versamenti per i fondi compresi. Il consigliere provinciale di Forza Italia Guido Sensi ha recuperato un documento da cui si evince, per esempio, che nel periodo compreso tra l’1 aprile e il 21 giugno del 2009 (fine del mandato) vengono versati per Renzi 2893,94 euro per il fondo di previdenza per dirigenti «Mario Negri», 906,61 per il Fondo assistenza sanitaria e 1185,27 euro a titolo di contributo per l’associazione «Antonio Pastore», altra ’assicurazione contrattuale. Terminato l’incarico in Provincia Renzi torna al lavoro dal 22 al 24 giugno 2009, periodo in cui usufruisce di tre giorni di ferie, quindi ripiomba in campagna elettorale.

L’1 marzo e il 28 marzo 2013 il consigliere comunale di Fratelli d’Italia Francesco Torselli chiede lumi al vicesindaco di Firenze Stefania Saccardi sulla posizione previdenziale del Rottamatore. La donna elenca i rimborsi versati sino a quel momento per il Tfr alla Chil da Provincia (quasi 19 mila euro) e Comune (15 mila euro): in tutto circa 34 mila euro dal 2006 al 2013 con un picco di 5112 euro per l’anno scorso. Siccardi deve anche ammettere che «se al momento dell’assegnazione della carica fosse stato occupato con un rapporto di co.co.co il dottor Matteo Renzi non avrebbe avuto diritto ai contributi figurativi». Torselli ne trae una morale: «Sembra proprio che finché i contributi del "dipendente" Renzi li pagava l’azienda del padre, il premier aveva un contratto super-economico, mentre non appena il peso dei suoi contributi è passato sulle spalle dei cittadini, in famiglia hanno deciso di garantirgli una ricca pensione».

di Giacomo Amadori

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Commenti all'articolo

  • crazybull78

    20 Settembre 2014 - 02:02

    Matteo è immensa la tua CATTIVERIA

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  • Estero1

    20 Marzo 2014 - 21:09

    tutti ladri, e provate a vedere il bilancio di Firenze,sarà la prossima sull'orlo del fallimento,che non verrà,perchè pagheremo noi (tipo salvaroma)

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  • gregio52

    20 Marzo 2014 - 19:07

    Ma che bella figura. Perché non incominciamo con il togliere del tutto la pensione a Renzi e a tutti quelli che hanno fatto i furbetti in quanto i nostri governati inetti hanno dato mille possibilità ai propri amici di merenda ma non ai lavoratori. Anzi a loro non si può toccare perché diritto acquisito mentre le nostre pensioni possono essere toccate e giocarci sopra come si vuole.

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  • elmar

    20 Marzo 2014 - 17:05

    Che schifo, che vergogna, sono tutti uguali, ma noi poveri cittadini come possiamo fare per liberarci da tutti sti parassiti sia di dx che di sx, possibile che possano fare tutto quello che vogliono? Possibile che nella Costituzione non ci sia proprio niente per fermarli? Basta essere politici e si diventa milionari e non sono ancora contenti, si aumentano lo stipendio come ridere. Indecenti!

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