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L'editoriale

La lezione di Marine: chi spara sull’euro vince

25 Marzo 2014

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Uno spettro si aggira per l’Europa, ma non si tratta di Marine Le Pen, come molti quotidiani in questi giorni hanno scritto e scriveranno. A girovagare da un Paese all’altro del Vecchio Continente è il malcontento degli europei, che a ventidue anni dal trattato di Maastricht e a dodici dall’entrata in vigore dell’euro non ne possono più di regole che stabiliscono la curvatura delle banane, ma vorrebbero una legge che stabilisse una volta per sempre che a piegarsi sotto il peso dell’euroburocrazia non deve essere la vita dei cittadini. I quali non sono sudditi, non sono numeri e non sono neppure contribuenti: sono persone, con una vita, una storia, delle aspirazioni e delle abitudini che non possono essere asfaltate dalla sera alla mattina per compiacere oscuri funzionari che rispondono a un algoritmo più che alle loro coscienze.

La ragione del successo di Marine Le Pen, la figlia dell’orco della destra francese , sta tutta lì, nell’insuccesso europeo. Se Marine cresce è perché l’Europa decresce. Non c’è lavoro, non c’è futuro, non c’è prosperità. Al contrario ci solo tasse e leggi sempre più astruse. Ma purtroppo, invece di interrogarsi sul fallimento dell’idea che doveva dare vita agli Stati uniti d’Europa, i partiti dei principali Paesi inseguono il mito del rigore e dei parametri, discutendo di accoglienza (degli stranieri) senza discutere di tolleranza (nei confronti di chi dell’Europa è tra i fondatori). Risultato, dilagano i Front National. Marine Le Pen in Francia sbaraglia i socialisti e minaccia di diventare il primo partito transalpino, conquistando parecchie città. L’Ukip di Nigel Farage in Gran Bretagna è dato al 20 per cento. L’Alternative fuer Deutschland nella patria della Merkel sfiora il 5 per cento. E poi ci sono il Fpoe in Austria e il BVV in Olanda, che, morti i loro fondatori, sono vivi e vegeti.

Insomma, il fronte anti europeista si allarga un po’ ovunque. Fa eccezione l’Italia, ma solo perché ad oggi non c’è nessuno che con convinzione si sia fatto interprete dello scontento. Non che non ci siano le ragioni per inveire contro l’Europa e la sua Casta. Da quando abbiamo messo piede nella Ue e abbiamo sostituito la nostra moneta con quella comunitaria, le cose sono andate di male in peggio. Le colpe, a onor del vero, non sono tutte dei travet di Bruxelles: anche noi ci abbiamo messo del nostro. Anzi, più che agli scaldasedie europei la responsabilità è da attribuire agli scaldasedie italiani, i quali hanno la capacità di complicare le cose semplici. Sta di fatto che oggi abbiamo battuto ogni record: le tasse più alte del Continente, il debito più elevato d’Europa, la disoccupazione giovanile più pesante che altrove, la recessione più lunga del cosiddetto G8. In pratica non c’è un parametro che vada bene.

Se di fronte a un quadro così negativo non ci sono un Front National che dilaga e una Marine Le Pen che stravince è solo perché siamo momentaneamente sprovvisti dell’uno e dell’altra. Le ragioni per favorire una rivolta popolare nelle urne ci sono, manca qualcuno che la possa incanalare senza sbraitare e senza spaventare. Settimane fa, prima che l’attenzione dei giornaloni fosse attirata dal referendum per l’indipendenza del Veneto, scrivevamo della questione settentrionale, sottolineando come, morta la Lega, non fosse affatto morta la questione che l’aveva spinta al successo. La caduta di Bossi poteva infatti indurre qualcuno a spegnere i riflettori sul Nord, ma questo non avrebbe spento il fuoco che covava sotto la cenere. E infatti due milioni e forse più di veneti hanno votato per l’indipendenza della Regione. Vogliono staccarsi dall’Italia e se potessero si unirebbero alla Svizzera o all’Austria, in subordine forse perfino alla Slovenia. Pur di non dover più fare i conti con le astruse leggi italiane e con una delle più ottuse burocrazie dell’Occidente.

Se la rabbia dei veneti e dei lombardi (a cui presto si unirà quella dei romani, dei campani e perfino dei siciliani) finora non ha ancora trovato uno sbocco è solo perché la politica non glielo ha offerto. Ci ha provato la Lega, ma si sa come è finita. Ci ha provato Grillo, ma insulti a parte non è andato molto lontano. Ora c’è Renzi e pare voglia trascorrere un po’ di giorni tra Milano e il Veneto. Servirà per sbloccare qualcosa? Dubitiamo. Finora il Rottamatore ha parlato molto, ma di fatti se ne sono visti pochi (l’annunciato taglio dell’Irpef ora pare trasformarsi in un bonus, cioè in un contributo una tantum, perché la moltiplicazione dei soldi al premier non è ancora riuscita).

Insomma, per poter cambiar qualcosa - anche nei nostri rapporti con l’Europa - ci vorrebbe una Marine e, se proprio non c’è, almeno una Marina. Berlusconi, se ancora ci sei, se non ti sei arreso ai giudici e a Renzi, batti un colpo e dacci un erede. Meglio se è in linea diretta, ma se proprio non c’è ne accettiamo uno anche per linea traversa. L’importante è che capisca che c’è da rianimare un partito. E anche un Paese. Che quello sì, è ridotto a uno spettro.

di Maurizio Belpietro

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Commenti all'articolo

  • eaman

    01 Aprile 2014 - 01:01

    Potevano metterci "Ladroni a casa nostra".

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  • ninoscollo

    26 Marzo 2014 - 08:08

    Perchè quando un'opposizione avanza la chiamano protesta? Solamente chi è al potere è unto dal Signore e gli altri sono solo incazzati e non hanno diritto di volere un'altra politica?

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  • profpietromelis

    26 Marzo 2014 - 05:05

    Si dice che traducendo un euro in una lira questa si deprezzerebbe con una svalutazione del 30%. E se anche così fosse che capiterebbe? Avrebbe un valore pari a quello del dollaro. E non è vero che il debito pubblico aumenterebbe perché da un interesse dei BTP decennali al 4% si passerebbe ad un rendimeno superiore al 10%. Ciò dipende solo dalla capacità di un governo di controllare l'inflazione

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