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L'editoriale

Ecco chi paga le promesse di Renzi

28 Marzo 2014

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Chi conosce Matteo Renzi sa che il suo stile di governo è semplice: lui non sa nulla di regole, coperture finanziarie, iter legislativi. Lui sa dove vuole arrivare, punto e basta. E naturalmente questa è la sua forza, perché va dritto al nocciolo della questione, senza curarsi troppo di come un certo risultato possa essere conseguito. Lo si è visto sin dai suoi primi giorni a Palazzo Chigi, quando annunciò finanziamenti per ristrutturare le scuole, soldi che nessuno sapeva come trovare e soprattutto come erogare. Ancor più se ne è avuta prova con la famosa conferenza delle slide. Invece di discutere con il responsabile dell’Economia di come reperire le risorse e in seguito varare le misure economiche a favore dei lavoratori dipendenti, Renzi si è semplicemente presentato di fronte ai giornalisti con una serie di titoli e disegni, annunciando che chiunque guadagni meno di 1500 euro netti il prossimo mese di maggio troverà 80 euro in più nella busta paga.

Per ottenere ciò che si è prefisso, il presidente del Consiglio usa insomma la tecnica di mettere la burocrazia di fronte al fatto compiuto: ormai l’ho promesso, tocca a voi funzionari l’onere di rendere operativo quel che ho detto. La tecnica del non lasciare scampo ai grand commis dello Stato è senza dubbio efficace e, a giudicare dai sondaggi, incontra il gradimento degli italiani, i quali non ne possono più della lentezza con cui in questo Paese si prendono le decisioni e non vedono l’ora di voltare pagina. Il metodo Renzi, che certamente ha funzionato a Firenze, non è però detto che funzioni alla perfezione anche a livello nazionale, perché alcune decisioni non passano solo da un burocrate che sta dietro una scrivania del ministero, ma sono soggette anche alla verifica di altri organismi, primi fra tutti quelli europei.


Come abbiamo scritto fin dal giorno del suo insediamento, Renzi è un giocatore d’azzardo, cioè un tipo che ama il rischio e che spesso scommette tutto. Peccato che a pagare le puntate siano gli italiani, i quali hanno un desiderio pazzo di credere al Rottamatore, cioè di aggrapparsi ad una speranza di cambiamento, ma forse non valutano tutti i rischi che l’ex sindaco di Firenze porta con sé. Una prova? Proprio la famosa questione degli 80 euro in busta paga per tutti, promessa che a vent’anni di distanza ricorda molto da vicino il meno tasse per tutti di Berlusconi (ma con una differenza: allora non eravamo in crisi nera). Nonostante le rassicurazioni del premier, il quale disse di avere coperture finanziarie per il doppio dei soldi promessi, sin dal primo giorno è apparso chiaro che in cassa non c’era un euro e soprattutto che non c’era modo di recuperarlo. Sfumata l’idea di usare i fondi strutturali europei per finanziare i tagli dell’Irpef, accantonata quella di indebitarsi un po’ perché avrebbe comportato lo sforamento del 3 per cento di deficit con conseguente apertura della procedura d’infrazione da parte di Bruxelles, messo da parte il piano di revisione della spesa predisposto dal commissario Carlo Cottarelli, ecco tornare il tema dei temi: dove si trovano i quattrini? Se Renzi non riduce le tasse e non dà 80 euro in più a dieci milioni di italiani si gioca la faccia e anche la carriera, dunque la ricerca della quadratura del cerchio si sta facendo spasmodica. E qui arriviamo alla novità o, per meglio dire, alla fregatura. Nel senso che l’altro giorno in commissione Lavoro alla Camera si è discusso di come ricalcolare le pensioni utilizzando non il sistema retributivo (quello più favorevole con cui la maggioranza dei pensionati si è ritirata dal lavoro) ma il metodo contributivo. Come è noto il primo prevedeva il calcolo della pensione sulla base degli ultimi cinque anni di lavoro, ovvero presumibilmente i migliori perché verso fine carriera la retribuzione solitamente è gonfiata dagli scatti di anzianità, dalle promozioni e anche dall’inflazione. Il secondo invece calcola la pensione in base a ciò che si è versato: tanto hai dato all’Inps, tanto ricevi con una piccola rivalutazione. Ora, ricalcolare le pensioni in essere con il nuovo sistema (in vigore con le ultime riforme previdenziali), significa stabilire quanto un pensionato prende in più rispetto a quel che ha pagato. E ovviamente apre il varco entro cui potrà infilarsi chi, come ad esempio il presidente del Consiglio, ritiene che le pensioni non siano un diritto acquisito, ma debbano essere soggette a verifica, soprattutto se sono sopra una certa soglia.

In commissione lavoro il direttore dell’Inps, Mauro Nori, ha rassicurato gli onorevoli, sostenendo che il ricalcolo è possibile per i dipendenti delle aziende private, mentre per gli statali è più complicato in quanto non esiste un archivio dei contributi versati. Ciò vuol dire che se c’è da mettere mano alle pensioni - quelle già pagate, non quelle che verranno - l’ente previdenziale sa come fare. Occhio, dunque, perché qui gira che ti rigira o i soldi li prelevano a chi ha qualche risparmio in banca o se li prendono direttamente dalla pensione. Le case hanno già dato, ora resta da scegliere il resto.

di Maurizio Belpietro
[email protected]
Twitter: @BelpietroTweet

 

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Commenti all'articolo

  • uemris

    28 Marzo 2014 - 09:09

    Come al solito chi pagherà il conto saranno i pensionati presenti e futuri. Lui la sua la messa al sicuro, i suoi colleghi si portano a casa i milioni (vedere indennità che si sono incamerati il Trentino.....VERGOGNOSO) ma continuano a mettere le mani in tasca a tutta quella gente che già fa fatica a tirare fine mese. E questo sarebbe il NUOVO, ma torna da dove sei venuto

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