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L'editoriale

Veneto, non è con le manette che si cancella il problema

3 Aprile 2014

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Diciassette anni fa, un trattore travestito da tank fu parcheggiato nella notte in piazza San Marco a Venezia. I Serenissimi - così si facevano chiamare - in divisa grigioverde salirono sul campanile della basilica e sventolarono la bandiera della Repubblica veneta. Per questo affronto all’unità d’Italia e per il sottinteso invito alla secessione che il gesto comportò, il gruppetto di nostalgici (per alcuni in realtà si trattò di avanguardisti), si beccò condanne variabili tra i 4 e i 6 anni. I giudici infatti li ritennero responsabili di attentato agli organi dello Stato, terrorismo, banda armata, interruzione di pubblico servizio e altri gravissimi reati: fra le accuse mancò solo la pedofilia, ma per il resto il codice penale era stato rispolverato in toto.

Adesso, sepolto politicamente Bossi ma non la questione settentrionale, la storia si ripete. Una ventina di secessionisti sono finiti nel mirino della magistratura con le stesse accuse. Anche i nuovi Serenissimi pare volessero occupare San Marco e pure loro si erano dotati di un mezzo blindato per poter arrivare in piazza. Addirittura, dall’inchiesta emerge la volontà di procurarsi delle armi facendole arrivare dall’Albania.Vero? Falso? Oppure semplicemente fantasia? Si vedrà in futuro. Per ora tra gli arrestati c’è Franco Rocchetta, fondatore della Liga veneta e per anni uno degli esponenti più in vista del movimento per l’autonomia della Regione. Da quel che ci è dato capire e soprattutto visti i precedenti, il gruppetto rischia condanne pesanti, perché in Italia tutto si può fare tranne che rivendicare l’indipendenza. Ci si può prendere gioco del Papa e anche del presidente del Consiglio, scherzare con i fanti e pure con i santi, ma mettere in discussione che la Repubblica è unica e indivisibile è un peccato mortale che si rischia di pagare caro. In Scozia tra breve si voterà con un legittimo referendum se porre fine a un’unione centenaria, ma da noi è una bestemmia anche solo sollecitare l’opinione dei veneti sulla materia. Lo si è visto quando a qualcuno è venuta l’idea di fare un sondaggio online per capire l’aria che tira. La consultazione popolare senza alcun scopo scientifico prima è stata ignorata dalla grande stampa (fatta esclusione per Libero), poi quando i click a favore dell’indipendenza si sono fatti numerosi al punto da superare i 2 milioni, i giornali si sono dati un gran da fare per svelare il bluff. I milioni di aderenti al referendum via web non sarebbero stati due ma molti meno. E i votanti in qualche caso non sarebbero stati veneti bensì cileni. Tuttavia, anche ammettendo che al risultato si dovesse far la tara, anche eliminando il cinquanta per cento dei click, è mai possibile che le consultazioni a prova di brogli siano, per definizione soprannaturale, le sole primarie del Pd? È credibile che soltanto i compagni non pratichino la moltiplicazione dei pani e dei voti come sempre è accaduto? Anche dando per buono appena il 25 per cento dei partecipanti, siamo sempre a mezzo milione di persone, che è pur sempre la soglia richiesta per dare via libera a un referendum.

In verità, la crisi, la pressione fiscale sulle piccole imprese, l’immigrazione e la criminalità crescente hanno creato in Veneto un clima di sfiducia contro lo Stato centrale e aumentato la voglia di ribellione. Poi c’è chi sogna un ritorno al passato, con la Repubblica veneta, il Doge e così via. E c’è chi invece per rabbia contro «Roma ladrona» vota Grillo. Ma si tratta di due facce della stessa medaglia (non a caso anche il guru dei Cinque stelle qualche tempo fa ha parlato di secessione) e combatterle con le manette non ha senso. Il problema è soltanto politico e mettere di mezzo i carabinieri serve esclusivamente a surriscaldare gli animi. Se una Regione tra le più vitali del Paese protesta per le troppe tasse, per gli eccessi della burocrazia e per l’assenza di uno Stato che dia risposte certe in tempi certi, il governo deve limitarsi a rispondere, non muovere la magistratura. E invece il nostro esecutivo che fa? Si occupa di cose serie come l’abolizione del reato di clandestinità e di autorizzare la coltivazione delle canne, ma non quelle da zucchero, quello da sballo. Sì, dare via libera a marijuana e immigrati, ecco trovato il modo migliore per far nascere una Marine Le Pen anche da noi. Immaginatevi come a Treviso, Padova e nelle altre province venete reagiranno alla notizia dell’accoglienza che l’Italia si prepara a riservare agli extracomunitari e al via libera alle piantagioni di marijuana. Secondo voi quanti trattori travestiti da carrarmato metteranno in campo la prossima volta? Si accettano scommesse.

di Maurizio Belpietro
@BelpietroTweet

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Commenti all'articolo

  • roberto giuseppe sarzi

    07 Aprile 2014 - 03:03

    Brava Belpietro! Uno Stato e un Governo come il nostro si dimostrano sempre più ridicolmente repressi e dannosamente permissivi! Basta, via da Roma!!

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  • luigifassone

    04 Aprile 2014 - 19:07

    2° INVIO : Dove si dimostra che la galera non serve a far rinsavire chi ha la testa bacata...! I Serenissimi,i Dogi,e finiamola ! Che ci sono pure i Borboni,no ? UNIRSI,MAI DIVIDERSI !

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  • mimmomalagnino

    04 Aprile 2014 - 08:08

    I nostri " politici che vivono al di sopra dei nostri problemi" non hanno ancora capito quanto malcontento c'è alla base , tra i cittadini!! Vivono infischiandosene dei veri nostri problemi!!

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