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Il caso

La "moda" del libro sospeso che può salvare l'editoria

La "moda" del libro sospeso che può salvare l'editoria

Accadde come in uno di quei racconti rarefatti di Paul Auster. Un piccolo bancario sconosciuto s’infila in una piccola libreria milanese - Il mio libro - in un giorno di pioggia. Chiude l’ombrello. Lustra gli occhiali appannati. E assiste alla presentazione di un volumetto di culto - David Golder , il capolavoro francese, colpo di sciabola di Irène Némirovsky-. Poi, soddisfatto, con un gesto lento, l’uomo passa alla cassa e compra il libro. In due copie. Sorride, un po’ imbarazzato, alla libraia: «Questo lo acquisto a condizione che domani lo regali a un cliente, a chi vuoi tu. Io ho deciso di regalarlo alla prima persona che sarebbe entrata in libreria e così è stato...». La «prima persona entrata» pochi istanti dopo è una sciura di una certa età. Una di quelle simpaticamente volenterose, che vagano un po’ spesate tra la jungla degli scaffali aggrappandosi allo sguardo del commesso. La sciura si ritrova il David Golder tra le mani inanellate, si commuove del gesto; e, a sua volta, acquista due copie di un altro libro, assicurandosi che venga donato ad un altro sconosciuto avviluppato anch’egli in quella potente catena di Sant’Antonio letteraria.


E così, da una settimana, in quella piccola libreria milanese, talmente minuscola da essere ribattezzata «la scatola di lillà» per le sue pareti catarifrangenti, frotte di lettori compulsivi, o di flaneur della carta stampata, o di semplici passanti, possono essere omaggiate di un libro pagato da un precedente, generoso, cliente. E senza sentirsi in dovere di ricambiare. Anche se, in realtà, dopo ricambiano sempre. Dice Cristina Di Canio, proprietaria di Il mio libro: «Quel giorno l’ho passato a fare da tramite per scambi di libri fra sconosciuti e ho pensato all’hashtag. Ora so che altre librerie lo stanno adottando, benvenga. Da quel mercoledì al sabato ho venduto molti libri sospesi, una primavera della carta». In sei giorni, dunque, i libri passati di mano in mano, con questo sistema di munifica matrice partenopea, sono stati oltre cinquanta. Il quotidiano Italiaoggi segnala che «è proprio come il caffè sospeso, ma la differenza principale è che Il mio libro ha creato un hashtag (la parola chiave su Twitter) diventato un esempio di marketing virale. #librosospeso è apparso fino a due giorni fa in 1.099 tweet in appena sette giorni di esistenza, e ha avuto oltre 3 milioni di impression: è comparso 3 milioni di volte nelle timeline degli utenti. In un momento in cui la crisi ammazza l’acquisto, e in cui le librerie soprattutto indipendenti si liofilizzano; e in un Paese dove i libri sfornati all’impazzata ed invenduti servono ormai a rimpolpare il business della resa per i soli distributori; be’, questo è un evento incoraggiante. Un virus benefico. Che rimanda, per certi versi, all’utopia della letteratura condivisa di J.L.Borges. Il quale Borges, bibliofilo incallito, (nel 44 scrisse, come tributo ai libri sui libri La Biblioteca di Babele: «...a rigore, basterebbe un solo volume, di formato comune, stampato in corpo nove o in corpo dieci, e composto d'un numero infinito di fogli infinitamente sottili») era pure bibliotecario della biblioteca di Buenos Aires. E riteneva che i libri dovessero essere divorati, scorticati, inalati anche e soprattutto dal popolo, dalla povera gente che non poteva acquistarli.

E l’idea del «libro sospeso» è da applauso, potrebbe salvare l’editoria. È fascinosa, anche soltanto per chi - come il sottoscritto - vivrebbe le sue confuse giornate tra risme di carta gioiosamente impilate in scaffali con la mansione di lettini da psicanalisi. Qui non si danno i libri gratis. Te li pagano persone di cui non sai nulla. Di cui non hai mai visto il volto, ignori i gusti, non conosci speranze e delusioni, nè opinioni politiche. Ma si parte sempre dal concetto che chi ami i libri sia comunque abitato da una buona coscienza. Tra l’altro, questa non è un’iniziativa nuovissima. Era nata, anni fa, dalla Libreria Ex Libris Cafè di Michele Gentile a Polla, provincia di Salerno. Ma in quel caso si poteva arrivare al donatore, con la stessa fregola dei bambini adottati alla ricerca del padre naturale. Il «donatore» acquistava due libri, uno per sé, l'altro per un ragazzo «sconosciuto dai 10 ai 18 anni». Il libro acquistato era consegnato dal libraio a un ragazzo che si doveva recare in libreria nei successivi sette giorni. Se il donatore voleva sapere a chi fosse andato il volume «sospeso», poteva chiedere alla libreria, di persona o per mail. Una trafila abbastanza complicata. Meglio non sapere chi ha maneggiato il libro che ti apre il sorriso. Meglio sperare che il contagio si diffonda.

di Francesco Specchia

 

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Commenti all'articolo

  • exlibriscafè

    06 Aprile 2014 - 10:10

    Aggiungo: "Un libro sospeso" non salverebbe solo l'editoria ma, l'intero Paese Italia.

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