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L'editoriale

L'errore di Dell'Utri e il coraggio di Berlusconi

13 Aprile 2014

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La fuga di Marcello Dell'Utri in Libano un primo risultato lo ha già prodotto. In attesa che la Corte di Cassazione si pronunci confermando o revocando la pena comminatagli in appello dai giudici di Palermo, contro di lui è già stata emessa dalle pagine dei giornali una sentenza di condanna definitiva. Aver preso un volo per raggiungere il Paese dei Cedri nell'imminenza della decisione dei supremi magistrati, rischia infatti di apparire come un'ammissione di colpa, quasi una confessione a distanza. Cercare di sottrarsi alla giustizia come un Corona qualsiasi ha infatti spazzato via i dubbi dei garantisti e confermato le certezze dei giustizialisti.

Indipendentemente da come andrà a finire - che ci sia oppure no la conferma dei sette anni di carcerazione e che sia concessa oppure no l'estradizione dal Libano - la breve latitanza dell'uomo che affiancò Silvio Berlusconi prima nella costruzione di Pubblitalia e poi nella formazione di Forza Italia è dunque un grave errore. Con questo non vogliamo dire che Dell'Utri avrebbe dovuto accettare con rassegnazione il proprio destino e lasciarsi sbattere senza protestare dietro le sbarre. Né ci rifiutiamo di capire che cosa passi nella testa di un uomo di 74 anni che rischia di finire i propri giorni in una cella dell'Ucciardone. Di fronte alla prospettiva di anni di prigionia, soprattutto se ritenuti ingiusti, forse anche a un uomo senza macchie (anzi, probabilmente proprio a un uomo innocente) verrebbe voglia di espatriare, lasciandosi alle spalle le cervellotiche ricostruzioni giudiziarie. Per questo a Dell'Utri va la nostra comprensione. Tuttavia, al suo voltare le spalle preferiamo la fermezza di Silvio Berlusconi, il quale pur potendo prendere un volo per una qualsiasi capitale estera a prova di estradizione, ha scelto di rimanere qui a testimoniare l'ingiustizia che lo ha colpito.

Lo scorso anno, qualche giorno prima che la Corte di Cassazione si pronunciasse a proposito dell'accusa di frode fiscale, chiedemmo al Cavaliere che intenzioni avesse e se avesse preso in esame la possibilità di essere condannato. Il capo del centrodestra prima rispose nel merito, ripetendo che una sentenza che riconoscesse la sua colpevolezza sarebbe stata un'assurdità perché non solo non aveva commesso alcuna frode, ma altri giudici prima di quelli che dovevano pronunciarsi lo avevano già assolto per le medesime accuse. Tuttavia, dopo essersi professato innocente, Berlusconi aggiunse di non avere nessuna intenzione di scappare. «Resterò qui», disse, «e se occorre andrò in carcere». C'è chi dice che in questi mesi qualcuno gli abbia fatto balenare la possibilità della latitanza. Anche senza disporre del passaporto (gli è stato ritirato immediatamente dopo la sentenza della Cassazione), grazie ad amici e buoni rapporti con i capi esteri, primo fra tutti Vladimir Putin, il Cavaliere avrebbe potuto chiedere e ottenere asilo fuori dall'Italia.
Eppure, per non venir meno al proprio ruolo, per non smentire la sua fama di combattente che si rialza dopo ogni sconfitta e non smette di lottare, Berlusconi è rimasto qui. Non è andato in Libano a nascondersi in un hotel a cinque stelle, né ha raggiunto una delle sue numerose residenze estere, come in fondo molti si auguravano per poter così fargli fare la fine di Bettino Craxi. Il leader della più importante forza politica moderata all'esilio ha preferito l'umiliazione dell'affidamento ai servizi sociali e alla sua libertà ha anteposto la testimonianza di un'ingiustizia condanna.
Sul capo di Marcello Dell'Utri pende una pena pesante per concorso esterno in associazione mafiosa. In pratica i giudici lo accusano non di essere stato mafioso, ma di aver conosciuto e frequentato dei mafiosi. Non c'è un reato preciso che gli viene ascritto, ma la colpa consiste nella vicinanza, nel non aver denunciato chi davvero mafioso lo era. Una legge che definisca chiaramente come si faccia a partecipare all'azione di una banda criminale pur non facendone parte e non avendo commesso un preciso reato ancora non c'è, in compenso la magistratura da anni applica il concetto, mandando in carcere le persone, in particolare i politici. Giulio Andreotti la fece franca grazie alla prescrizione e a una curiosa accusa in due tempi, Calogero Mannino pagò con il carcere preventivo prima di essere ritenuto innocente, Totò Cuffaro per la stesse motivazioni è ancora dentro.

L'errore di Dell'Utri e della classe politica è tutto qui. Di fronte alla vischiosità del reato di concorso esterno in associazione mafiosa, invece di affrontare la questione a viso aperto, dichiarando con coraggio che così si spianava la strada a cervellotiche ricostruzioni giudiziarie che in nessun altro paese trovano accoglienza nei tribunali, hanno preferito le scappatoie, sperando di sfuggire all'inseguimento della magistratura. Purtroppo, nel caso dell'ex senatore del Pdl, la fuga si è conclusa in un albergo di Beirut, di fronte al mare.
Ps. Ma se da mesi la magistratura sapeva che Dell'Utri voleva prendere il volo e se gli uomini della Dia non lo hanno mai perso di vista, tanto che da giorni si trovavano a Beirut, non è che si aspettasse proprio la sua fuga disperata per legittimare la condanna e buttare la chiave?

di Maurizio Belpietro
[email protected]
@BelpietroTweet

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Commenti all'articolo

  • fabio

    15 Aprile 2014 - 07:07

    Ma... stiamo scherzando? È un mafioso, punto. La sentenza è già stata scritta, e non dai giornali! Ma di cosa stiamo parlando? (Ok, ci provo eh ... ma so che non pubblicherete)

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  • imahfu

    15 Aprile 2014 - 07:07

    Non é stato coraggio. E' stata osservanza della legge. Smettiamola di considerare il dovere come un pregio: é ciò che si deve fare pere vivere in comune.

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  • angelapiscitelli

    14 Aprile 2014 - 20:08

    Non condivido; in un paese dove è in atto, e non da oggi,un regime onnipotente,bisogna solo scappare.Non v'è alcuna possibilità di difesa,il diritto è morto, la politica è morta.E noi Italiani,non ci sentiamo troppo bene.

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