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L'editoriale

L’ammuina delle nomine: aziende di Stato usate per la propaganda

16 Aprile 2014

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Quando vengono annunciati cambi al vertice di una società quotata, di solito la Borsa festeggia. Le novità sono infatti salutate positivamente dal mercato, perché gli operatori ritengono che nei primi mesi i nuovi amministratori non potranno che fare bene e gli investitori non dovranno che trarne i benefici, vale a dire incassare dividendi e capital gain. Tuttavia, ieri, all'apertura di Piazza Affari, non si può dire che gli operatori abbiano brindato alla notizia di un rinnovo dei consigli di amministrazione delle aziende di stato.Anzi: il titolo di Finmeccanica, holding pubblica che opera in settori strategici come gli armamenti e i sistemi di sicurezza (ma che produce anche elicotteri, parti di aerei eccetera), in apertura di seduta perdeva il 3,5 per cento, mentre Eni ed Enel, i due colossi dell'energia ai cui capi Matteo Renzi ha imposto un avvicendamento, perdevano tra l'1 e l'1,5 per cento. Niente di drammatico, intendiamoci, anche perché a causa dei venti di guerra giunti dall'Ucraina non è che le altre Borse ieri siano andate a meraviglia. Un po' ovunque gli indici dei listini sono stati depressi, ma per quanto riguarda le aziende a cui il governo ha messo mano la depressione è apparsa un po' più grave di quanto era lecito aspettarsi.
Proprio per questo motivo una riflessione su che cosa rappresentino per il paese Eni, Enel e Finmeccanica forse a questo punto sarà bene farla. Come è noto l'Italia è un paese privo di grandi gruppi. Se si esclude la Fiat (per altro ora trasferita in Olanda), di vere holding non ne esistono se non nel settore della moda e degli accessori. L'elettronica ce la siamo giocata grazie a Carlo De Benedetti, che contribuì a far sprofondare l'Olivetti. La chimica è morta e sepolta insieme alle spoglie di Raul Gardini, l'ultimo corsaro della nostra industria. Di altri settori rimane poco e di quel poco fanno parte Eni, Enel, Finmeccanica, tre gruppi che non solo consentono allo Stato di incassare una ricca cedola ogni anno, ma fanno anche da baluardo a settori strategici. Fatta eccezione per Finmeccanica, dove alla presidenza è rimasto Gianni De Gennaro, cioè l'ex capo della polizia e dei servizi segreti, negli altri Renzi ha voluto imporre delle signore, rispettando le quote rosa come ha fatto con il suo governo. Ma la parità di genere è una buona cosa anche quando si parla non solo di rappresentanza parlamentare ma anche di buona gestione? Traduco: è così importante che Eni ed Enel siano guidate da donne o non è meglio che a occuparsene siano manager bravi? Cioè, conta di più il merito o il sesso? Non voglio dire che Emma Marcegaglia, Luisa Todini o Patrizia Grieco non siano brave o siano - in quanto donne - inadatte a rappresentare colossi che giocano sul mercato interno e su quello estero. Lungi da me l'apparire misogino. Dico solo che le valutazioni che dovrebbero spingere il governo a decidere a chi affidare i vertici di aziende strategiche dovrebbero essere solo ed esclusivamente professionali e non basate sulle percentuali di donne e maschi che fanno l'amministratore delegato o il presidente. Mi spingo un po' più in là: mettere alla guida di un'azienda che fattura miliardi persone che provengono da settori diversi, che non hanno cioè operato in mercati molto competitivi come quelli degli armamenti e dell'energia, mi pare un tantino azzardato. Lo dico con tutto il garbo necessario, senza voler offendere nessuno, ma dato che da tempo il premier ci fa una testa così con la storia dei migliori, cioè con la necessità di premiare i più bravi, che c'entrano i tre mandati che non si possono superare, l'età e la parità fra uomini e donne con il merito?
Se un manager porta un ritorno per gli azionisti che è sopra la media, riuscendo a battere i concorrenti stranieri, merita di essere lasciato al suo posto oppure di essere mandato a casa? Scaroni e Cattaneo hanno macinato anno dopo anno fior di utili, dunque non si capisce in base a quale regola astratta siano stati cacciati. Ancor più incomprensibile appare la rimozione di Mauro Moretti, gran capo delle Ferrovie, l'uomo che si era urtato con Renzi per la faccenda dei superstipendi. Pur essendo da tutti riconosciuto come un bravo manager e con grande esperienza nel settore dei trasporti, il governo ha deciso di spostarlo in Finmeccanica, liquidando un uomo rispettato e capace come Alessandro Pansa. Qual è la logica di tutto ciò? Cambiare per cambiare. O Moretti è bravo e allora meritava di restare dov'era o è incapace e allora andava cambiato. Mettere chi fa filare i treni a giocare con i carri armati non ci pare un gran disegno strategico, come spostare chi si è occupato di grandi opere a fare il postino. Insomma, non vorremmo che alla fine, il gran riordino delle Partecipazioni statali avesse come obiettivo la sola propaganda, per fingere di essere più femminista delle femmine. Per crescere non ci serve l'ammuina con la giravolta e neppure il populismo con un finto taglio degli emolumenti. Naturalmente ci vorrà del tempo per capire se i nostri sospetti sono fondati. Anche se ci auguriamo che non lo siano. Infatti se si trattasse solo di una sceneggiata napoletana in vista delle elezioni, poi ci rimarrebbe da pagare un conto piuttosto salato per lo spettacolo.

di Maurizio Belpietro
[email protected]
@BelpietroTweet

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