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L'analisi di Filippo Facci

Riforma della Giustizia, se Pd e M5S si mettono d'accordo non si farà mai

Riforma della Giustizia, se Pd e M5S si mettono d'accordo non si farà mai

Fa capolino una riforma della giustizia - sui giornali - che semplicemente non riforma la giustizia: si limita a darle una lucidata, a revisionarla, a farle un tagliando che ne lasci intatti i chilometri e le usure, le cause che l'hanno ridotta com'è. Ma era già tutto scritto, non c'è da stupirsi: Matteo Renzi aveva parlato di «pacchetto organico di revisione» e il termine era appunto quello, «revisione», non riforma: quindi ecco che i giornali parlano di interventi sulla giustizia civile (smaltimento arretrati, cause composte dall'avvocatura, spazio agli arbitrati) e interventi sulla giustizia amministrativa (modifica del Tar) e poi eccoci finalmente al penale, cioè al nulla o quasi: gli interventi annunciati sul penale sono mera attività legislativa, cioè nuove leggi. Quali? Eccole: sull'autoriciclaggio, sui beni confiscati, sui comuni infiltrati dalla mafia, poco altro.

 Nessuna riforma in senso stretto né largo. Era già tutto scritto nei famosi «otto punti» con cui Bersani cercava una possibile convergenza con Grillo, laddove si auspicava una generica legge sulla corruzione e imprecisati interventi sul riciclaggio, sul falso in bilancio, sul voto di scambio e su altri temi «anticasta». Era tutto «scritto» anche nei programmi elettorali di Gianni Cuperlo (22 pagine) e Pippo Civati (70 pagine) e Matteo Renzi (18 pagine) che sulla giustizia non spesero una parola, al pari di Renzi che annunciò il suo programma di governo e non pronunciò la parola «giustizia» neppure una volta. Però mancava una vera saldatura politica: e quella, ieri, ha tentato di ufficializzarla Felice Casson, vicepresidente piddino della Commissione giustizia del Senato.

n un’intervista alla Stampa ha parlato di «riforma possibile grazie all'asse Pd-M5S» e con questo ha detto praticamente tutto. La riforma sarebbero dei meri provvedimenti, i soliti: contro la corruzione, autoriciclaggio, falso in bilancio, conflitto d'interessi, una sorta di riflesso anti-Berlusconi senza più Berlusconi. Casson, in un paio di casi, ha annunciato cose praticamente già fatte: come una legge anticorruzione (che cos'è la Legge Severino?) oppure una commissione di depenalizzazione come ce ne sono già state tante: la Pagliaro, la Grosso, la Pisapia e la Nordio. In altri casi, invece, Casson è liquidatorio. Gli stipendi dei magistrati? Dice: quelli che guadagnano tanto «saranno 5-6 in tutto». I magistrati che passano in politica? Dice: «Due mesi fa il Senato ha fissato regole chiare». Sì, ma - a parte che manca l'approvazione della Camera - quel provvedimento si limita a escludere che un magistrato possa candidarsi dove ha lavorato nei cinque anni precedenti: un problema che tante toghe passate in politica non avrebbero avuto, compreso Casson che era magistrato prima di candidarsi col Pd. Ma il tratto surreale dell'intervista di Casson - che allarga la saldatura sulla giustizia anche a Sel e al centro di Monti - è la soavità con cui rovescia lo schema riformista e inaugura il non-riformismo: non è che adesso la riforma è scongiurata perché Berlusconi non c'è più, al contrario, adesso si può farla perché Berlusconi non c'è più. «Ora che è saltato il tappo, si può riformare la giustizia» dice infatti Casson, prima di annunciare delle semplici leggi. Traduzione: i pur maldestri tentativi berlusconiani di riformare la giustizia per davvero - la separazione delle carriere, la responsabilità civile dei magistrati eccetera - vengono scambiati per ostacoli a una riforma, non il contrario.

In una sola cosa ha senso il discorso di Casson: ora, senza centrodestra al governo, potrà essere reimpostato - che non significa riformato - l'indirizzo politico dell'attività legislativa: dunque abbandonare certa postura sicuritaria, rendere realmente eccezionale la custodia cautelare, estendere le misure alternative al carcere, abrogare quelle fabbriche di detenuti che sono la Fini-Giovanardi e la Bossi-Fini. Ma non sono riforme: è ordinaria attività legislativa, inserita in un sistema che resta lo stesso.
Riformare la giustizia significa separazione delle carriere, sdoppiamento del Csm, modifiche dell'obbligatorietà dell'azione penale, inappellabilità delle sentenze di assoluzione, responsabilità civile dei giudici, meritocrazia anziché automatismo delle carriere, limiti alle intercettazioni o perlomeno alla loro pubblicazione: che non sono manie berlusconiane, ma consolidate realtà in Europa, la famosa Europa. La quale Europa attende ancora le famose «riforme strutturali» contro il sovraffollamento carcerario: non i decreti svuota-carceri fatti dagli ultimi tre governi. E che, peraltro, hanno svuotato poco.

Filippo Facci

 

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Commenti all'articolo

  • spalella

    29 Aprile 2014 - 12:12

    La giustizia è uno dei peggiori cancri della nostra società civile... e non per berlusconi. NON crederò MAI che i giovani 5 stelle possano mettersi di Traverso su una RIFORMA VERA, Utile e Civile, di questo cancro sociale che vede degli ''impiegati statali'', definiti giudici, tirarci addosso una simile miserabile bassa qualità di giustizia. Se lo faranno SARA' CERTO PER MOTIVI GRAVI.

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  • fonty

    fonty

    29 Aprile 2014 - 11:11

    E' la solita storia che si sente ripetere da venti o trent'anni, riforme, riforme, controriforme, questi sono come il gattopardo, parlano sempre di riforme per non riformare nulla, la casta dei magistrati non lo permetterà mai, si sono creati una stato nello stato con enorme potere e privilegi, perché cambiare ?

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  • jetstream

    23 Aprile 2014 - 17:05

    questo è il classico esempio di come il pci infiltrava la magistratura a tutti i livelli. Poi dopo aver svolto il compito contro gli avversari ritornano a casa pci o pds o ds che si voglia dire.

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