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MotoGp Argentina, Marquez come Agostini. Ma la Yamaha c'è...

Valentino Rossi e Marc Marquez

Doveva essere una replica in terra sudamericana del Gp di Austin, invece la prima uscita in Argentina dal 1999 ha raccontato altro. D'accordo, il "cabroncito" Marquez, tre pole e tre vittorie come Agostini nel 1971, ha giocato al gatto col topo, ha mosso un po' le acque per poi mollare gli ormeggi nel momento in cui ha voluto, ma la Yamaha c'è o, almeno, non è così lontana.

Sia Lorenzo che Rossi, al di là delgi errori commessi o subiti, hanno mostrato una consistenza e una competitività nei confronti dei piloti Hrc, che alla luce del precedente texano e delle prove della vigilia apparivano quanto meno impensabili e improbabili. Il passo del maiorchino, tra il 1'39" alto e il 1'40" basso, ha permesso alla Yamaha numero "99" di prendere vantaggio all'inizio e di gestire alla fine, di tenere botta all'arrivo dei suoi connazionali e di cogliere un podio fondamentale per il campionato e il morale. La moto non è poi così "malaccio", la concorrenza non è così distante e Jorge sorride rinfrancato, conscio che pure qualche demone insistente (e pericoloso) nella sua testa se n'è andato.

Molta più rilevanza, tuttavia, ha la prestazione del suo compagno di squadra, capace di tenere un ritmo che sarebbe valso forse il secondo posto. Valentino, quando ha recuperato le posizioni perse nell'uscita di curva, pagava da Pedrosa circa un secondo e mezzo e aveva avanti ancora dodici giri, mentre rispetto a Lorenzo, in quel momento in testa, accumulava un gap di poco meno di cinque secondi. L'italiano ha fatto registrare di lì in poi tempi record, migliorandosi di volta in volta, rispondendo a quasi tutti i tentativi di allungo di Dani, fino ad inanellare una serie di 1'39"3/1'39"4 consecutivi, che solo i primi due al traguardo sono riusciti a mettere in pista. Alla bandiera a scacchi la classifica vedeva Rossi a circa un secondo e mezzo da Jorge e a circa tre secondi dalla piazza d'onore. Valentino nel post gara dichiara che senza intoppi avrebbe potuto tener dietro Pedrosa e, se i numeri non sempre dicono la verità ma danno un'idea plausibile, c'è a credergli.

Di ulteriore conforto per la casa del diapason è poi la constatazione che le tanto problematiche gomme stavolta hanno retto, non hanno mostrato cedimenti esclusivi e anzi hanno reso meglio sul finale. I pneumatici Bridgestone è constatato che non calzano a pennello alle proprie moto e non sappiamo se verrà sempre trovato il bandolo della matassa, ma pare che con un po' di ingegno e piccoli dettagli la situazione possa riequilibrarsi e soprattutto soddisfare tutti.

Tra una settimana parte la campagna europea e si avrà la vera prova del nove, perché arrivano circuiti tradizionalmente favorevoli a Iwata. Nel frattempo, gli italiani si godano Fenati, Corsi e un manipolo di ragazzotti in crescita, confidando, perché no, in un triplice inno di Mameli al circuito del Mugello.

di Giulia Volponi

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Commenti all'articolo

  • tiumario

    29 Aprile 2014 - 20:08

    non si può fare nessun commento su questa farsa. primo perché non si corre ad armi pari,secondariamente non mi piace essere preso per il ...... se la moto di quell'individuo definito campione del mondo la dovesse guidare qualsiasi altro piloto della moto gp vedi dovizioso craclel ed altri meno bravi farebbe quello che fa il buffone di turno alla honda perché non ha niente di normale ,

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