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La proposta

Perché non rinviare le scadenze fiscali delle aziende?

Pier Carlo Padoan

Lo stato di salute dell'Italia, fedelmente rappresentato dal report annuale dall'Istat, è perlomeno precario, malanni gravi lo affliggono a livello sociale, oltre che economico. Ci sono sempre più anziani e meno giovani e ancor meno sono le nascite nel 2013, l'acculturamento è inferiore a quello medio, a livello comunitario, con i laureati che sono quasi il 10% in meno di quelli europei, i disoccupati o precari raggiungono i 6 milioni, pari ad oltre il 20% della popolazione attiva, la burocrazia è imperante, le tasse sono oltre ogni limite e il potere d'acquisto, ogni anno che passa, diventa sempre più striminzito. Un quadro tutt'altro che incoraggiante, conosciuto e stra conosciuto da tutti i governi, degli ultimi 30 anni, e per il quale non si è messo in atto alcuna correzione a cominciare dalle basi, che sono la formazione, in ogni stagione della vita, e gli investimenti pubblici in modernizzazione dello Stato, sia tecnologica che formale.

La maggioranza delle università italiane non è nella condizione, per carenze strutturali, finanziarie e di sistema, di formare classe dirigente. Le poche imprese, tutte grandi, che investono in ricerca sono restie a farlo da noi e puntano molto di più sugli atenei anglosassoni. I concorsi per docenti ordinari, sono sovente gravati di irregolarità e altrettanto sovente son ritardati per anni. Mancano totalmente i campus universitari in grado attrarre studenti e invogliare docenti esteri a voler insegnare da noi. Sarebbe bastato istituire lo status di fondazione per gli atenei migliori e riconoscere a chi vi investe la totale deducibilità dalla tasse di quanto conferito, sia in patrimonializzazione, che per le esigenze di ordinaria e straordinaria gestione.
La carenza di classe dirigente, sia a livello pubblico che privato, e i ritardati cambi generazionali, sono componenti altamente negative per lo sviluppo del paese e la sua modernizzazione. In ogni settore con l'accelerazione dei processi innovativi, e internet a farla da padrone, noi siamo sempre più una cenerentola, mentre gli altri, giorno dopo giorno, occupano spazi che ci appartenevano. L'industria manifatturiera ha perso, in questi ultimi 6 anni, un quarto della sua produttività, quella attrattiva turistica e culturale non è cresciuta, anzi in molte territori si è ridimensionata, solo l'agroalimentare e alcune nicchie di alta specializzazione, come il farmaceutico, hanno impresso un accelerazione.

La dimensione media delle nostre imprese e la loro patrimonializzazione sono assolutamente inadeguati alla stagione che stiamo vivendo, così come l'elevato indebitamento pone a serio rischio la vita di una moltitudine di piccole e medie imprese, eppure il Paese da almeno trent'anni aspetta una politica industriale in grado di fissare tempi, modi, risorse e settori su cui costruire il presente e il futuro. La pressione fiscale, mai alleggerita e sempre cresciuta, è all'origine della carenza di fiducia degli investitori esteri, i benefit concessi ovunque per chi investe in innovazione, apre nuovi siti, produce formazione permanente per gli addetti, da noi non solo non esistono ma la burocrazia fa di tutto per bloccare ogni cosa. Il governo Renzi ha ottenuto un consenso fin ora mai raggiunto da nessuno. Gli annunci, tradotti in fatti, per ora, si sono limitati all’esborso in busta paga degli 80 euro per i redditi fino a 25 mila euro, per il resto siamo lontani dagli obiettivi e soprattutto resta la mancanza di una politica industriale. Le scadenze fiscali di metà giugno, saranno un pesante fardello per le piccole partite Iva, che, bene ripeterlo sono oltre i 5 milioni. Il governo per loro ad oggi non ha fatto nulla, eppure ne ha ottenuto la fiducia, agisca ora e rinvii la scadenza almeno per quella parte che proprio non ha guadagnato e grazie, agli studi di settore, deve comunque pagare.

di Bruno Villois

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