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L'editoriale

Visco ci vuol mettere a dieta ma non dà il buon esempio

11 Giugno 2014

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La Banca d’Italia è l’ultimo santuario del potere a resistere negli anni a ogni cambiamento. È vero: dal 2005, cioè da quando Antonio Fazio fu costretto alle dimissioni, la carica di governatore non è più a vita e dalla proprietà dell’istituto centrale è uscito lo Stato, lasciando via Nazionale in mano a banche e assicurazioni (da sole Intesa e Unicredit posseggono circa la metà del capitale). Ciò nonostante a Palazzo Koch i riti rimangono immutati nel tempo. Ogni anno a fine maggio si ripete la cerimonia delle prediche inutili: di fronte a banchieri, imprenditori , politici e giornalisti il governatore in carica legge la sua relazione fatta di raccomandazioni e ragionamenti di buon senso su quello che sarebbe necessario fare per migliorare i conti nazionali. Poi si volta pagina e tutto continua esattamente come prima.

I primi a proseguire imperterriti nelle loro abitudini sono però gli stessi uomini di Banca d’Italia, i quali nonostante il ruolo dell’istituto centrale sia cambiato di molto con l’introduzione dell’euro e la perdita del controllo della moneta, predicano il rigore ma si guardano bene dall’attuarlo a loro stessi. Non soltanto i dipendenti sono rimasti gli stessi di quando c’era la lira, cioè più di settemila, ma anche stipendi e benefit hanno subito poche variazioni. È pur vero che il governatore Ignazio Visco l’altro anno ha dato una limata al suo emolumento, scendendo a poco meno di mezzo milione, con un risparmio di oltre 140 mila euro, ma la retribuzione continua a restare abbondantemente sopra la media di quel che guadagnano i colleghi delle altre banche centrali, dalla governatrice dell’americana Fed al governatore dell’europea Bce. Su gli oltre 600 dirigenti in parecchi guadagnano più della simbolica cifra di 240 mila euro lordi l’anno fissata da Matteo Renzi per livellare i compensi dei manager pubblici.

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