Cerca

Il colloquio

Natan Gambirasio: "Così sono sopravvissuto all'omicidio di mia sorella"

Natan Gambirasio: "Così sono sopravvissuto all'omicidio di mia sorella"

Dopo quasi quattro anni è stato fermato il presunto killer di Yara Gambirasio, la ragazzina uccisa a Brembate Sopra nel 2010. Vi riproponiamo il colloquio con il fratellino di Yara, Natan, 13 anni, pubblicato su Libero di giovedì 8 maggio 2014. Natan raccontava: "Senza la psicoterapia non ce l'avrei fatta. Era il mio angelo, solo ora non ho più incubi".

Natan Gambirasio è ancora troppo piccolo per capirlo,ma lui ha bisogno di una morte.Una nuova morte, simbolica, che scacci via la morte reale che l’ha preceduta. Natan è il fratello minore di Yara Gambirasio e ha, attualmente, tredici anni, l’età che aveva sua sorella quando, il 26 novembre del 2010, è stata massacrata a Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo, da un efferato omicida di cui conosciamo il dna ma, per una serie di coincidenze incredibili, non l’identità. Colui che, per la salvezza del Natan di oggi, dev’essere simbolicamente ucciso è il Natan di ieri, cioè il Natan che nei quasi tre anni e mezzo che ci separano dall’assassinio di Yara non ha avuto davanti a sé altro orizzonte se non l’immagine terrificante della sorellina ammazzata. Quel Natan lì, il bambino sopraffatto da un lutto intollerabile e abnorme, va progressivamente «eliminato » e sostituito con un Natan nuovo, un Natan ormai adolescente e in grado di tirarsi fuori dal cono d’ombra in cui la sorte orribile di Yara lo ha finora costretto.

GLI PSICOLOGI
È questo il risultato che stanno cercando di ottenere gli psichiatri che, già da tempo, hanno preso Natan in cura: far sì che il ragazzino abbandoni dietro di sé il Natan che gli eventi hanno obbligato a vivere in un mondo di tenebra. Ieri Natan ha raccontato alcuni frammenti di questa sua vita oscura e insopportabile, una vita con un prima (quando c’era ancora Yara) e un dopo (quando Yara non c’è stata più) talmente netti e inconciliabili da rendere necessario che venga tracciato un nuovo solco che isoli e allontani gli anni spaventosi della convivenza con lo spettro di Yara. «La terapia mi è stata utile», ha detto Natan, «non ho più gli incubi che avevo di solito». Parla con una lucidità che quasi inquieta, il fratellino di Yara, e ascoltandolo non ci si può che augurare una cosa, soprattutto: che quanto riferisce sia vero. Che sia vero che adesso non è più visitato ogni notte, implacabilmente, da sogni che fa paura soltanto immaginare. Ma l’augurio è anche che questa non sia una situazione transitoria e che il Natan di adesso stia davvero togliendo di mezzo, definitivamente, il Natan del passato. La speranza è che gli stia riuscendo di portarla a termine, quell’uccisione simbolica che lo potrebbe guarire dal troppo male inflittogli dall’uccisione reale di sua sorella Yara. La tecnica che i medici stanno utilizzando per curare Natan si chiama Emdr (Eye Movement Desensitizationand Reprocessing) ed è un trattamento psicoterapeutico finalizzato ad agevolare la sparizione dei sintomi e del disagio emotivo causati da esperienze fortemente traumatiche e stressanti. Proprio ieri se n’è discusso a Roma, dove è stato presentato uno studio realizzato dall’Associazione Emdr Italia, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dall’università capitolina di Tor Vergata. Il metodo, a sentire Natan, è efficace: «La nostra psicologa ci ha fatto un gioco delle dita e io dovevo seguire queste dita con gli occhi. A un certo punto, quando questi occhi erano chiusi, era come se vedessi mia sorella che mi faceva lei questo gioco delle dita insieme ad altri angeli, e in quel momento mi sentivo rilassato come se ci fosse ancora lei in casa e mi diceva di non preoccuparmi, di andare avanti, di non arrendermi mai ». Suggestione? Forse. Ben venga, però, se può contribuire a togliere dalla scena il vecchio Natan, quello assediato dagli incubi e da visioni atroci, il Natan privato di uno dei suoi principali punti di riferimento, il Natan rimasto senza Yara. 

IL RICORDO DI YARA
«Era come se mi sentissi da solo. Non avevo nessuno con cui parlare ma a volte, quando chiudevo gli occhi, pensavo che ci fosse ancora lei in casa e mi veniva di chiamarla. Ma quando riaprivo gli occhi non riuscivo a dire il suo nome. Non ci riuscivo mai». Natan non riusciva neppure a pronunciarlo, il nome di sua sorella, perché se lo avesse fatto sarebbe accaduta una cosa tremenda: Yara non avrebbe risposto. E questo avrebbe messo Natan, in modo ancor più spietato e categorico,di fronte all’inammissibile: al fatto che Yara non c’è - e non ci sarà -mai più. Al fatto che Yara è morta. «Quando io stavo con lei era come stare con un angelo», dice Natan,e l’impressione è che non sia un racconto addolcito dal ricordo ma che lui lo pensasse anche quando lei era in vita, che sua sorella era un essere in grado di proteggerlo. «Dovunque andavo, per esempio se c’erano degli amici che mi prendevano in giro, lei mi difendeva. O se mi facevo male lei mi aiutava sempre, in qualsiasi momento…». Ad aiutare Natan sono rimasti i genitori, i due fratelli maggiori e anche quei medici che, grazie a dei sapienti giochi con le dita, contribuiranno in maniera forse decisiva all’indispensabile soppressione del vecchio Natan, a cui deve fare spazio il Natan nuovo, quello che di incubi non ne ha più. 

IL DOLORE DA VINCERE
L’auspicio è questo, in effetti: che Natan abbia iniziato a costruirsi, con un processo irreversibile, un’identità rinnovata, solida, non irreparabilmente menomata dalla mancanza di Yara. Quella di Yara Gambirasio è la storia di un atto abominevole e dell’immenso amore che lega tra loro i componenti di una famiglia italiana di esemplare dignità. Ma è, anche, una storia di identità. Forse l’identità del mostro che ha tolto la vita alla giovane Yara non la si troverà mai. Ma Natan deve trovare la sua: liberandosi del vecchio Natan e del fantasma, pur amato, di sua sorella. Ce la deve fare.

di Giuseppe Pollicelli

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog