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Il caso

La finanziaria della Fiat condannata per il fallimento di un fornitore

La finanziaria della Fiat condannata per il fallimento di un fornitore

A Torino c'è un giudice che si occupa di galassia Fiat. O meglio, della finanziaria dell'azienda degli Agnelli, già Savafactoring e ora Fidis spa. Condannata a pagare circa 10 milioni di euro per aver contribuito a far fallire un'azienda dell'indotto senza averne avuto il diritto. La R.el.co Industriale, assieme alla collegata Relco sas, era negli anni '80 un fiore all'occhiello dell'automotive piemontese. Deteneva importanti brevetti per gli specchietti retrovisori del gruppo. Poi nel 1991, la Gilardini, che poco dopo si fonderà con Magneti Marelli, comincia a contestare a Relco una serie di fatture. In tre anni vengono chiesti storni complessivi per 5 miliardi di vecchie lire. I proprietari di Relco a loro volta contestano, ma continuano a stare sul mercato perché la finanziaria della Fiat concede gli anticipi sulle fatture, trattenendosi una percentuale a compensazione.
Nel 1994 la finanziaria stoppa tutto. Notifica l’8 giugno a Relco Industriale un decreto ingiuntivo.

Il 14 giugno deposita istanza di fallimento, il 21 ottiene il pignoramento dei beni. Stesso iter per la sas. Le sentenze di fallimento vengono pronunciate i primi di luglio del 1994. La titolare, Elettra Parbuoni, subisce un processo per bancarotta fraudolenta che non supera la fase istruttoria. Nel frattempo risponde in solido con i suoi beni. Mentre ciò che rimane dell'azienda, asset, stampi e i famosi brevetti, viene acquisito in gran parte dal gruppo Magneti Marelli. Ne nascono lunghissimi contenziosi e azioni revocatorie. Un processo penale avviato nel 1999 che coinvolge di striscio Savafactoring perché diretto ai clienti di Relco (non supera le indagini preliminari). Inizialmente l'obiettivo della Parbuoni è dimostrare che gli storni che hanno dato il via al suo perosnale calvario non sarebbero mai dovuti avvenire e sostiene tale tesi anche nel processo civile istruito a Milano. Il risultato è incompetenza territoriale. Nel precedente processo penale la finanziaria di Fiat aveva però depositato un prospetto contabile che indica i profili creditizi dal 1988 e il 1993 con un frontespizio che ne sintetizza i risultati. I conti dicono «che l'azienda della Parbuoni era addirittura a credito».

Recuperato il documento solo alla chiusura del fallimento, a quel punto la difesa di Relco, affidata agli avvocati Massimiliano Vallini e Franco Biagetti e per l'assistenza tecnica al commercialista Filippo Vidossich, porta il processo a Torino e si concentra contro Savafactoring. E' qui che arriva la svolta attesa per venti anni. Come sancisce il giudice, Relco Industriale era a credito di 5 miliardi e 140 milioni di lire e Relco Sas per 1,8 miliardi di lire, per una cifra complessiva quindi di 3.584.000 euro. Mentre tutte e due le società furono ammesse ai fallimenti nel 1994 più o meno per 3 miliardi di lire. Anche considerando del tutto legittimi gli storni di fatture praticati da Gilardini, la finanziaria di Fiat, come sostengono gli avvocati, non avrebbe dovuto chiedere il fallimento. «Ciò premesso gli accordi transattivi intercorsi tra i curatori dei fallimenti», sentenzia il giudice, «sono da considerarsi invalidi perché i fallimenti stessi sono stati pronunciati su presupposti erronei». Gli avvocati di Fidis rispondono che il fallimento è stato sancito e tutto è fuori tempo massimo. Ma il giudice ributta la palla al centro. Il processo s'ha da fare. «La transazione stipulata dal fallimento Relco Industriale», si legge nella sentenza, «riguardava i contenziosi dell'epoca in essere tra le parti, né si può attribuire a essa una portata universale». Anche sul fatto che tali documenti sarebbero «gestionali e non contabili», il giudice rimbalza e ricorda che «tale distinzione non ha rilevanza perché in una contabilità corretta non può esservi divergenza tra gli importi gestionali e contabili». Come dire, la finanziaria di Fiat «non vantava alcun credito né aveva titolo per chiederne il fallimento».

La titolare, Elettra Parbuoni, contattata da «Libero» cede alla commozione. «Sono venti anni che lotto perché venga riconosciuta la verità», spiega, «ciò che mi ha fatto soffrire maggiormente non è stato essermi trovata spogliata dei miei beni, ma vedere sciogliersi l'azienda costruita con immensa fatica da me e mio marito. Se non si fosse trovata in un angolo, Relco non avrebbe mai ceduto i brevetti e gli stampi. Invece sono stati portati via per cifre molto al di sotto del valore». Lo scorso lunedì c'è stata udienza per decidere la sospensiva. Il giudice ha trovato una soluzione mediana, imponendo alla finanziaria una garanzia fidejussoria di 10 milioni. La totalità dell'importo. A novembre si terrà il primo appuntamento dell'Appello. Vedremo come andrà a finire.

di Claudio Antonelli

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