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Mondiali, perché tifare Olanda: l'eterna seconda che stavolta ci crede

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Mondiali, perché tifare Olanda: l'eterna seconda che stavolta ci crede

Un colore, un destino. Quasi che l’arancione, oltre a essere semplicemente il colore della divisa, stesse a indicare il legame con qualche setta orientaleggiante, di quelle che si privano dei piacere materiali. Sembra quasi che l’Olanda viva sublimando, si neghi il godimento scientemente o per qualche strano meccanismo che scatta nel cervello. O, alla fine dei conti, per via del nemico più temibile: la sfiga.

Arrivano sempre lì, a un passo dalla vetta. Giocano bene, fanno divertire. Sono anche simpatici, con quei colori addosso e con le immagini stereotipate che richiamano nello spettatore italiano: le olandesine con gli zoccoli, le zoccole di Amsterdam, i tulipani che sbocciano e quelle città placide su grandi vie d’acqua. Eppure, quando manca un soffio, un mezzo respiro, perdono. Sono arrivati secondi nel 1974. La volta dopo, altra finale, altra sconfitta. Senza contare che si giocava in Argentina, dove allora comandava un signore chiamato Videla, capo della junta militare. Uno che a vincere il Mundial ci teneva abbastanza. E magari farlo rosicare battendo i padroni di casa in finale sarebbe stato spiacevole: roba da sparire misteriosamente chissà dove.
Poi c’è stato il mondiale 2010, e una nuova sconfitta all’ultima gara, per altro contro gli insopportabili spagnoli, maledetti loro e il tiki taka.

Dunque, questo potrebbe essere il loro anno. Se lo meritano. E, forse, c’è il caso che la cattiva stella si sia girata dall’altra parte. Almeno per il povero Robben, uno che fa paura solo a guardarlo, ma che fino a un anno fa si era sempre bloccato a un centimetro dai trofei. E invece poi ha vinto due campionati di fila con il Bayern e pure una Champions. Gli manca giusto il mondiale. Ma se lo meritano anche gli altri, tipo quello spettacolo di van Persie.
Io tifo per loro. Se non altro perché ancora ci credono, nonostante le sfighe. Tanto, in circolazione non mi pare di vedere nulla di azzurro che valga il disturbo.

di Francesco Borgonovo

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