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L'editoriale

Crepe nel muro di Berlino

5 Luglio 2014

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Matteo Renzi mi sembra il protagonista di quella famosa storiella dei due tizi che fanno a botte. Quello dei due più malconcio dice dell’altro: «L’ho fatto nero di parole». Ecco, il nostro presidente del Consiglio è così. Mostra i muscoli, fa la voce grossa, ma alla fine rischia di portare a casa solo una scarica di botte. Come si sa, in patria tutto è più facile: basta una battuta o una risposta brillante e il gioco è fatto. I giornalisti ti riprendono, i politici commentano e l’opinione pubblica va in visibilio. All’estero e in particolare nei paesi del Nord, le cose sono invece un po’ complicate perché quelli non sanno ridere. Non basta un tweet e nemmeno un hashtag per ottenere qualcosa: ci vuole altro. Soprattutto ci vogliono dei risultati. Le riforme virtuali in Germania non esistono e neppure in Olanda.

Ciò detto e volendo spronare Matteo Renzi a passare dalle parole ai fatti, non possiamo che essere lieti se il presidente del Consiglio alza la voce con la signora Merkel e i suoi funzionari. Se le cose in Italia vanno male non è certo colpa dei tedeschi, ma di ciò che non abbiamo mai fatto, compreso dare una stretta agli sprechi e a un sistema assistenziale un po’ troppo generoso. Ma osservato che se siamo nel pantano è più merito nostro che degli altri, bisogna pur dire che con l’euro e i vincoli di bilancio la Germania e i paesi nordici ci hanno dato una spinta per farci avvicinare sempre di più al burrone del fallimento. Si sa, i tedeschi sono quadrati, vedono le cose in bianco e nero e non colgono le sfumature. Loro amano le linee rette, noi quelle che procedono a zig zag. Per cui una decisione non è mai una decisione, ma lo è appena appena. È andata così diverse volte nel passato. Ci siamo presentati a Bruxelles o a Berlino prendendo degli impegni e appena rientrati in patria li abbiamo disattesi. Perché all’estero abbiamo una posizione e in patria un’altra, un po’ più accomodante.

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