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"Il mio gatto è indemoniato", show tv già diventato cult. Ma i problemi sono dei proprietari

"Il mio gatto è indemoniato", show tv già diventato cult. Ma i problemi sono dei proprietari

Tutti gli amanti dei gatti saranno disposti a credere che abbiano un’anima, logico quindi che possano essere indemoniati. I casi più gravi finiscono invariabilmente in un episodio del reality Il mio gatto è indemoniato, di cui Realtime ha trasmesso i primi due episodi, altri sei andranno in onda ogni lunedì alle 23, ognuno dura un’ora e vede l’eroe dello show, Jackson Galaxy, alle prese con un gatto che sembra venuto dall’inferno, come recita il titolo originale: My cat from hell.

Le puntate hanno avuto ottimi ascolti soprattutto presso il pubblico femminile compreso tra i 15 e i 54 anni, e basta guardarle per spiegarsene la ragione. Jackson, «musicista di notte e comportamentista di gatti di giorno» (ma quando dorme?), il simpatico omone acconciato come un rocker degli anni ’60 che risolve i problemi di coppie afflitte da gatti sull’orlo di una crisi di nervi, ufficialmente si propone come strizzacervelli felino ma in realtà è un terapeuta di coppia.

Dopo varie esperienze alternative quali un diploma in recitazione, la «veterinaria olistica» e l’elaborazione di una dottrina al cui centro c’è il Cat mojo, il carisma felino, Jackson ha capito che i gatti danno i numeri non perché invasati dal loro equivalente del demone babilonese Pazuzu, ma perché nella famiglia che lo ospita, spesso una semplice coppia, c’è un’incrinatura, una disarmonia che si riflette negativamente sulla serenità dell’animale. Come nella seconda puntata, in cui Jackson affronta il temibile Coco detto «la pantera» e al primo incontro ne esce con le mani sanguinanti, tanto da scherzare col padrone di casa, Brandon, coraggioso pompiere di Los Angeles: «Ho bisogno di un dottore».

E ci vuol poco a capire che il punto debole è Tawny, la moglie di Brandon. Lui, che ogni giorno sfida la morte spegnendo gli incendi, ha il fegato di avvicinarsi a Coco, di prenderla in braccio, a Tawny viene la tremarella anche solo a sapere che è acquattata sotto alla credenza vicino all’ingresso. La parola magica quindi, quella che farà presa sul pubblico e soprattutto su quello femminile, è insicurezza. Tutti i problemi dei gatti, infatti, così spiega il saggio Jackson, derivano dal fatto che sono sensibilissimi agli stati d’animo dei padroni, e in particolare alla loro paura, diffidenza, che traducono in questo messaggio: «Non ho voglia di tenerti in questa casa, togliti dalle scatole». Cosa che tra l’altro Tawny pensava veramente, dunque bene faceva Coco la pantera a farla a strisce ogni volta che poteva. Ma come, Brandon, il tuo eroico marito che sembra uscito da un film di Ron Howard, mi raccoglie cucciola davanti alla caserma dei pompieri, mi allatta col ciuccio, mi accoglie in casa, e tu diffidi di me? Già, perché il «trauma infantile» di Coco era proprio questo: che in fondo Tawny non la voleva, «non voglio che la nostra vita ruoti attorno al gatto», dice, e Jackson subito corre ai ripari: «Voglio che gattizziate la casa». Gattizzare significa spargere lettiere un po’ ovunque, far sentire a Coco che il territorio è comune, che non è un’intrusa. Come sempre nei reality c’è il lieto fine: lacrimucce negli occhi di Tawny quando Coco arriva a mangiare la scatoletta di tonno dalle sue mani.

Lo show è ben confezionato e qualche dritta i possessori di gatti la apprenderanno. Ma dubitiamo che sia questo il motivo del successo: il gatto è solo un pretesto per far sì, come dice Jackson, «che marito e moglie si incontrino a metà strada». A voler essere sinceri, a noi Coco piaceva di più quando faceva gli appostamenti tipo Rambo e massacrava il fratello di Tawny. Ci sembrava più selvaticamente gatto. Meraviglioso sarebbe stato se avesse costretto i due smancerosi padroni di casa a sloggiare, ma cose di questo genere accadono solo nei cartoni animati o nei racconti di Cortázar, non nei reality.

di Giordano Tedoldi

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