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Prova del fuoco

Il premier: "Non temo settembre". Ma rischia su 10 scadenze chiave

«A me settembre non fa paura. Non perché sono uno scriteriato ma perché vedo i dati e vedo che gli occupati crescono». Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, nel corso della Direzione del Pd, per la prima volta da quando ha scalato Palazzo Chigi fa i conti con i “gufi” e i freddi numeri che arrivano a raffica (da settimane) dall’economia reale. «I dati economici sono altalenanti», ammette, salvo poi consolarsi/ci con «la disoccupazione va meglio» ma la «crescita è decisamente più bassa di quello che ci aspettavamo», concludendo per la prima volta con un «non siamo in condizioni di avere un percorso virtuoso che avevamo immaginato».

Tralasciando il dettaglio che l’occupazione (per l’Istat a giugno 2014 il tasso di disoccupazione è sceso al 12,3%, - 0,3%), forse ora ha ripreso un pochino a crescere più per fattori stagionali (impieghi estivi, di raccolta e turistici), c’è però da fare i conti, questi sì, con il famoso “cronoprogramma” del governo. E ci sarà da correre.

Tra agosto e la prima parte di ottobre si concentrano una decina di scadenze da far tremare le gambe anche al più tosto dei maratoneti. E la corsa comincia subito. Ieri il governo ha ri-corretto alla Camera il decreto Competitività corretto e approvato dal Senato (con fiducia), giusto la settimana scorsa. Entro il 23 agosto il Senato dovrà a sua volta rivotare il testo emendato dal governo, pena la decadenza.

E che dire del multiforme decreto che dovrebbe riformare la pubblica amministrazione? La neo renziana Marianna Madia sa bene che il timing è in ritardo. Entro il 24 agosto il decreto che dovrebbe un po’ svecchiare, un po’ prepensionare i dipendenti pubblici (sopra i 62 anni, in barba alla riforma Fornero), va assolutamente convertito in legge.

Poi le nomine europee. Dovevamo guidare il Semestre Ue di presidenza imponendo l’era renziana anche a Bruxelles e dintorni. Ci ritroviamo invece con dei commissari a tempo determinato anche perché la proposta di piazzare a capo delle feluche europee l’attuale ministro degli Esteri italiano, Federica Mogherini, ha raccolto più no che sì. Ora che la candidatura è diventata ufficiale non resta che aspettare il 30 agosto per capire se la strategia del premier avrà avuto successo.

Giusto qualche ora dopo, il 1 settembre, il presidente Renzi dovrà leggere e approvare l’impianto generale della Riforma della Giustizia, che il Guardasigilli sta approntando. Andrea Orlando per il momento ne sta discutendo al Senato, ma è più che probabile che tra eccezioni e fronti contrari anche la sola presentazione possa slittare.

Entro il 15 settembre le scuole italiane destinatarie del Piano di Edilizia scolastica (3,7 miliardi di interventi di manutenzione annunciati) dovrebbe essere concluso. Peccato che da Nord a Sud genitori, amministratori locali e sindacalisti denuncino ritardi. Sonerà la prima campanella dell’anno con le tapparelle vecchie e i bagni ancora senza porte? Chissà.. .

Ma fino al 15 settembre si tratta solo di appuntamenti marginali. Dal 20 settembre - non a caso celebrazione della presa di Porta Pia - il governo dovrà presentare alle Camere la Nota di Aggiornamento al Def (obbligo introdotto nel 2011). E qui cominceranno i dolori. Infatti con in mano i numeri veri dell’andamento dei primi 2 trimestri si dovrà ritoccare il bilancio dell’anno: entrate/uscite. Insomma, verranno apportati i correttivi per far quadrare i conti ed evitare che Bruxelles ci tiri le orecchie, o peggio ancora ci sbatta dietro la lavagna. Gli eventuali correttivi del gergo ministeriale dovranno tener conto dell’andamento del Pil (stima del governo + 0,8%, stime aggiornate + 0,2, se andrà bene + 0,3%). Crescendo solo un terzo del previsto ci sarà da rivedere incassi erariali, già in discesa, previdenziali, ecc.

E visto che le cattive notizie non vengono mai da sole giusto il giorno dopo - il 21 settembre - il governo dovrà sbloccare tutti i pagamenti dello Stato alle imprese. Al 21 luglio (dati Mef) sono stati inviati mandati di pagamento per 26,1 miliardi. Ne restano da sboccare 4. Peccato che lo Stato abbia da saldare fatture e lavori per 47,519 miliardi. Poco credibile che in 50 giorni si riesca a pagare tutti. Ci si può sperare, ma nulla di più.

Ricordate Renzi che prometteva che il lavoro sarebbe stato il fulcro dell’attività di questo governo? Sì? Ebbene il famoso Jobs Act - modello Poletti - è e rimane impantanato (per evidente ingorgo parlamentare) fino a settembre. Neppure è stato ancora scandito il calendario per rilanciare il lavoro. C’è chi vorrebbe più flessibilità, chi più contratti stabili, chi denuncia la precarizzazione, chi la poca voglia di lavorare “comunque sia”. Resta il fatto che il famigerato provvedimento principe di tutte le battaglie per rilanciare il Paese è fermo e ci resterà fino all’autunno.

Passiamo alle riforme politiche: entro il 30 settembre l’Italicum - o ciò che ne sarà - dovrebbe sbarcare in aula al Senato. Poi c’è la riforma del Senato (abolizione dei senatori eletti e innesto dei nominati), dovrebbe essere prevista per l’8 agosto. Peccato che uno slittamento sia già stato messo in conto e quindi slitterà. Gran finale il 20 ottobre con la presentazione della Legge di stabilità 2015. A Renzi settembre non fa paura. Agli italiani forse sì.

di Antonio Castro

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