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Il colore dei soldi

L'arte di diventare milionari, il grande business del talento

L'arte di diventare milionari, il grande business del talento

Pubblichiamo ampi stralci dell’inchiesta sul business del mercato dell’arte realizzata da Giuseppe Frangi. Il pezzo è tratto dal numero 138 del mensile Monsieur in questi giorni in edicola.

 

Scordatevi il vecchio stereotipo dell’atelier d’artista, romanticamente disordinato, epicentro del caos creativo. Oggi l’atelier si è trasformato in laboratorio efficiente e ordinato, con stuoli di assistenti, dove video, schermi, plotter e computer hanno preso il posto dei cavalletti. Quando il successo globale tocca un artista, com'è accaduto a Francesco Vezzoli, bresciano, classe 1971, bisogna saper tener dietro alla domanda incalzante del mercato, o meglio del sistema, senza arretrare in originalità. Dopo che <Maurizio Cattela  si è fermato per un periodo sabbatico dai tempi indefiniti, Vezzoli è diventato l'artista italiano più noto e ricercato nel mondo. Di sé dice: «Io non sono moralista, assolutamente; sono solo molto realista sia nel mio approccio intellettuale sia in quello produttivo. Quindi penso che l'artista-produttore sia un'onesta risposta a quello che la nostra industria culturale ci richiede».
Nel nuovo atelier-laboratorio l’artista difficilmente «fa». Per lo più pensa, progetta, controlla. Accade così anche nello studio di un'altra star come Luca Pignatelli. Rispetto a Vezzoli, che usa tecniche di ogni tipo, Pignatelli, classe 1959, è artista in senso più tradizionale. Nel suo immenso studio milanese, una ex fabbrica riconvertita, infatti si vedono ancora i quadri: a decine spesso di grandissime dimensioni, sistemati ordinatamente in attesa di partire per una delle tante mostre in agenda. Vezzoli si ispira a Hollywood, Pignatelli alla grande arte antica, ma l'uno e l'altro fanno leva su una capacità cinematografica di attirare i riflettori sul proprio lavoro. (..) Spiega sempre Vezzoli: «Negli anni 70 e 80 avevamo il mondo dell'arte, tra i 90 e 2000 il sistema dell'arte, oggi dobbiamo essere tutti sinceri e ammettere che navighiamo a vista nel grande mare dell'industria dell'arte». Tra le figure che frequentano con più assiduità questi grandi laboratori dell’arte, c'è il gallerista. È una figura un po' d'altri tempi, che presidia il rapporto one-to-one con l’artista, che sceglie, discute, organizza mostre e presenze nelle fiere. Il gallerista è un ponte prezioso e insostituibile verso il collezionista. (...) Ogni gallerista ha una sua squadra di artisti, scelti coerentemente secondo linee precise. C'è chi segue una linea più classica, mixando grandi nomi del '900 con autori di oggi che sono nel solco di quella tradizione. È il caso di Massimo Di Carlo, presidente dei galleristi italiani e titolare della Galleria dello Scudo a Verona: assieme a Burri, Vedova e Fontana, ha in portafoglio nomi affermati di oggi come Gianni Dessì, Piero Pizzi Cannella o il giovane Alessandro Roma.

Il quasi omonimo <Massimo De Carlo, titolare di una grande galleria di tendenza a Lambrate, Milano, segue invece una linea diversa: fa parte di quella categoria che cavalca l’innovazione, con scelte che a volte possono sembrare spregiudicate (è stato lui a lanciare il fenomeno Cattelan). La sua squadra di artisti è globale; tra i pochi italiani, ci sono Massimo Bartolini e Paola Piv e soprattutto la nuova star, il meranese Rudolf Stingel Eppure, dice, «l'Italia è ancora una delle forze più propositive in termini di idee. È meno legato a fattori sistemici e più alle singole individualità, ha prodotto molto, diversi buoni artisti, qualche buon critico». (...)


Una volta esisteva il critico che si prendeva carico di un artista e lo seguiva nel suo percorso. Il curatore ne rappresenta l’evoluzione, che al tradizionale know-how aggiunge una grande capacità di iniziativa e di progettualità. E molta spregiudicatezza. È in sostanza il nuovo guru, che transita da un’istituzione all'altra in forza di un brand personale che può decidere, nel bene e nel male, i destini di un artista o di una corrente. L'Italia è un Paese fertile di curatori, a cominciare da Germano Celant, genovese, 74 anni, grande manovratore, capace di tenere sotto il suo ombrello sia istituzioni ricche (come la Fondazione Prada) sia artisti molto coccolati dal mercato (tutta l'Arte povera, ma anche Mimmo Rotella, Piero Manzoni, Carla Accardi, Enrico Baj.  Di Celant non conta quello che scrive, conta chi sceglie. Dietro di lui è cresciuto uno stuolo di quarantenni oggi piazzatissimi. Il primo è Massimiliano Gioni, più giovane curatore di sempre di una Biennale veneziana (del 2013), legato da lunga storia a Fondazione Trussardi, di cui è direttore artistico. Oggi è curatore del New Museum di New York. Seguire le sue scelte, come quelle dei vari <CF7102>Sarah Cosulich Canarutto  (Artissima), Andrea Lissoni (Hangar Bicocca), Andrea Villani (Madre di Napoli), è sempre un'avventura, perché difficilmente si avrà a che fare con un artista in senso tradizionale.

(...) In Italia il 90% delle compravendite passa dalle case d’asta. Le aste sono lo strumento che droga il sistema, portando alla luce del sole quotazioni che sono tanto spettacolari quanto folli. (...) . Ma il mondo delle aste è fatto di tantissime sigle, vero fenomeno è certamente Meeting art, con sede a Vercelli, il cui fatturato è ormai superiore a quello che in Italia fanno Sotheby's e Christie's (19 milioni contro, rispettivamente, 15 e 11 milioni). Fondata da Mario Carrara 5 anni fa, è stata tra le prime ad aver usato la tv come mezzo per raggiungere un pubblico più vasto, come spiega Pablo Carrara, 38 anni, oggi amministratore delegato (oltre che vicepresidente dell'Associazione Case d'asta). Poi c’è il collezionista. Un tempo rappresentava un'élite, ricca, con tante risorse . Il nuovo collezionista segue con intelligenza le tendenze più che dettarle. I coniugi Olgiati, Giancarlo e Danna, avvocato lui e originariamente gallerista lei (della Galleria Fonte d'Abisso, specializzata in opere del Futurismo) che a partire dal 1985 hanno iniziato a mettere insieme una straordinaria raccolta di arte contemporanea: «Abbiamo sempre fatto acquisti in galleria, mai dagli artisti, poco in asta», racconta Olgiati. «Un bravo collezionista deve creare relazioni privilegiate con i galleristi». Poi bisogna essere tempestivi, senza però farsi prendere dalla frenesia di inseguire le mode. (...)

Lo hanno fatto a Reggio Emilia gli eredi di Achille Maramotti lo ha fatto Isabella Seragnoli a Bologna, per la sua eccezionale collezione di fotografia. E in particolare lo ha fatto Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, piemontese, che ha reso fruibile al pubblico la sua raccolta, destinandola a una fondazione che ha preso il suo nome, e che oggi è uno dei centri più attivi in Italia sull'arte contemporanea (di cui è direttore artistico un altro ascoltatissimo curatore, come Francesco Bonami. A differenza della coppia Olgiati, spiega di acquistare in galleria «ma la scelta nasce prima attraverso il dialogo con l'artista. Una collezione è un racconto, un filo rosso che unisce la biografia del collezionista a quella degli artisti». Ottimo viatico per ogni appassionato.

Giuseppe Frangi

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