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"A difendere i cieli d'Italia" di Marco Petrelli: "Do voce ai piloti della RSI"

"A difendere i cieli d'Italia" di Marco Petrelli: "Do voce ai piloti della RSI"

"Li avevano mandati in guerra nel 1940 contro gli Alleati. Hanno continuato a farlo per coerenza", spiega Marco Petrelli, autore di A difendere i cieli d'Italia (Ed. Ciclostile, 2014) in merito ai "protagonisti" del suo libro dedicato ai "cacciatori" dell'Aeronautica Nazionale Repubblicana, forza aerea della Repubblica Sociale Italiana. Ternano, trentuno anni, Petrelli è un giornalista che collabora anche con Libero e che al suo primo volume ha voluto dare un taglio, appunto, molto giornalistico: in esso sono infatti contenute le interviste agli ultimi piloti dell'ANR.

Quale la genesi del libro?
"Fu osservando il cielo e facendo ricadere lo sguardo su una vecchia cartolina: una pin up disegnata sulla fusoliera di un B17, il Boeing fortezza volante che martellava le città italiane e tedesche nella Seconda Guerra Mondiale. Dietro a quella nose art si celava una macchina di morte letteralmente imbattibile per armamento e quota operativa. Mi sono domandato: se davvero è esistita un'aviazione della RSI, come diavolo avranno fatto in così pochi ad affrontarne così tanti?". 
Tutto nasce da una domanda?
"Non solo. Andando a documentarmi sull'argomento mi accorsi che il materiale bibliografico a disposizione non era enorme. Pensai allora di risalire direttamente alla fonte, cercando ed intervistando gli ultimi protagonisti delle vicende della caccia repubblicana". 
Come ha fatto a trovarli?
"Il lavoro di ricerca si fonda su due pilastri: documentazione e studio da un lato, occasioni fortuite dall'altro. Alcuni piloti erano sull'elenco telefonico e, tolti i casi di omonimia, componendo un numero ho avuto la fortuna di avere come risposta storie dimenticate di ali e uomini a migliaia di metri d'altezza. Poi ci sono stati alcuni incontri che hanno davvero fatto la differenza".
Con chi? 
"Il generale Mario Arpino (che firma la prefazione), ad esempio. Stavo scrivendo un libro di storia aeronautica senza aver mai conosciuto il contesto aeronautico e confrontarmi con il generale mi ha consentito in primis di capire chi è un pilota di caccia: un professionista di alto livello, ma molto discreto, che al millantare grandi imprese preferisce mantenere un profilo basso".
L'esatto contrario dell'icona cinematografica! 
"Esatto. Le dirò di più: è stata proprio la discrezione degli intervistati il maggiore ostacolo a raccontare alcune vicende. Nessuno di loro si sentiva pentito della propria scelta. In fondo, perché pentirsi? “Cacciavano” i B17 e i B25, non ebrei e partigiani. Con la Guerra civile del '43-'45 non c'entravano. Eppure parlare di medaglie, meriti e abbattimenti creava loro imbarazzo: non era quello il motivo per il quale parlavano con me".
E cosa volevano dirle? 
"Li avevano mandati in guerra nel 1940 contro gli Alleati. Hanno continuato a farlo per coerenza e perché gli anglo-americani, anche dopo la nostra resa, non hanno smesso di compiere incursioni aeree sulle città della Penisola. Qualcuno doveva fronteggiarli e, se è vero che il militare giura di difendere la Patria, quel giuramento loro non lo hanno disatteso".
Se la coerenza c'è stata perché subire decenni di oblio? 
"Le ragioni di chi perde non interessano a nessuno, specialmente al termine di un conflitto dominato dalla contrapposizione ideologica. Il senso di appartenenza ad una nazione e l'identità nazionale, che potrebbero essere chiavi di lettura di scelte diverse, vengono automaticamente polverizzate dalla diatriba fascismo-antifascismo. Ritengo, ma è una mia personale opinione, che i seicentomila italiani e italiane che servirono nella RSI rappresentassero per l'Italia post 1945 il riflesso di colpe, responsabilità e compiacenze di un Popolo, il nostro, che era andato in guerra sognando l'impero e aveva gettato le armi quando il gioco s'era fatto troppo duro. I soldati che, dopo l'Armistizio, hanno continuato a combattere con i tedeschi non ci sono stati e si sono battuti fino all'ultimo, pagando sulla propria pelle responsabilità che erano anche di altri. L'Italia il conflitto lo ha perso comunque, anche se per due anni si è battuta contro il nazifascismo. Siamo stati trattati da sconfitti, ma i piloti che ho intervistato la vedono diversamente: sconfitti, almeno, sapendo di aver fatto il proprio dovere".

di Giulio Bucchi

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