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Vento di secessione

Scozia indipendente, banche in soccorso di Londra: "Lasceremo il Paese"

Scozia indipendente, banche in soccorso di Londra: "Lasceremo il Paese"

A meno di una settimana dal referendum che il 18 settembre può sancire dopo tre secoli il ritorno all’indipendenza per la Scozia, il primo ministro locale Alex Salmond invita i connazionali a «fare la storia» votando Sì. E a non temere che il Paese si isoli: «La Scozia indipendente sarà favorevole a tutte le missioni internazionali, purché abbiano l’avallo dell’Onu, per non ripetere l’errore di Londra nella guerra del 2003 in Iraq».

Non si fa intimorire da un sondaggio contrario che giunge, guardacaso dopo che da giorni il fronte del “sì” viene dato sopra il 51%. Secondo una ricerca del Daily Report, i “no” sarebbero in vantaggio col 53%, ma la rilevazione è “drogata” dall’esclusione degli indecisi. Forte è il sospetto che sia una mossa mediatica provvidenziale per far sperare Londra. Mediatica è pure la minaccia della Royal Bank of Scotland di ritirarsi dalla sua storica sede scozzese, occupata fin dal 1727, per insediarsi a Londra in caso di distacco della nazione dei clans dalla Gran Bretagna, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro scozzesi. Salmond contrattacca: «Chiederemo un’inchiesta per stabilire come il Ministero del Tesoro abbia potuto diffondere queste indiscrezioni riservate, che creano turbativa di mercato».

La Rbs, a dispetto del nome, è per l’81% controllata dal governo di Londra e impiega in Scozia 11.500 dipendenti. Non è il solo colosso finanziario a ricattare gli scozzesi con la minaccia di sloggiare e licenziare per punirli di scegliere l’indipendenza. Anche i Lloyds, che sul territorio danno lavoro a 16.000 persone e che sono per il 25% a partecipazione dello Stato britannico, vagheggiano una mossa simile. E così anche altri istituti di credito, come Clydesdale Bank e Tesco. Il premier inglese David Cameron sa che non basta la promessa di una fulminea concessione di autonomie locali alla Scozia in cambio di una ipotetica vittoria dei “no”. L’iscrizione di oltre 4 milioni di scozzesi alle liste elettorali per il referendum indica che il tema è molto sentito e che molti dei cosiddetti indecisi abbiano in cuor loro già scelto di sganciarsi dal Regno Unito.

E allora, anche sulla salute delle persone si gioca per condizionare l’esito del voto. Il laburista Ed Milliband dimostrava ieri nelle vie di Glasgow in favore del “no”, sostenendo: «Lottiamo per i nostri posti di lavoro e per la nostra salute». E il suo partito ha dichiarato che «l’indipendenza minerà il sistema sanitario nazionale, poiché ben 43.000 scozzesi all’anno scendono in Inghilterra per curarsi». Ma il locale Istituto di Studi Fiscali avverte: «In caso di indipendenza, gli scozzesi potranno spendere meno in sanità, grazie anche ai proventi del petrolio».

Già, l’oro nero celato nel fondo del Mare del Nord è un attore importante della vicenda. Già il Wall Street Journal aveva calcolato che la Scozia può ricavare dal greggio un surplus di 8 miliardi di dollari l’anno senza aumentare le tasse. In più, il ministro scozzese dell’Energia, Fergus Ewing, ha dichiarato nelle ultime ore che «metà delle riserve di petrolio scozzesi sono ancora da sfruttare». E l’esempio farà scuola anche in Catalogna, dove un analogo referendum, osteggiato dalla Spagna, si terrà il 9 novembre.

di Mirko Molteni

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