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Cultura

E Dylan Dog pensionò Tiziano Sclavi

E Dylan Dog pensionò Tiziano Sclavi

«Mio papà non sarebbe stato d’accordo, avrebbe borbottato, ma ci avrebbe dato il via libera, purché i fumetti rimangano il core business...». Nell’annuciare sottovoce la «rivoluzione» della sua casa editrice, Davide Bonelli mi guarda col sorriso bonario e un po’ imbarazzato del padre Sergio che fu il più grande editore di fumetti italiano di sempre, oltre che un amico di cui sento ferocemente la mancanza.

Anche se «Sergio è sempre con noi...» come dice il direttore editoriale Mauro Marcheselli, non è un caso che la Bonelli Editore annunci grandi cambiamenti nel sottofondo jazz del Blue Note, giusto a tre anni dalla morte del suo mentore. La Bonelli, da settant’anni, è un indiscusso patrimonio nazionale. Sono enormi, le potenzialità del più grande portafoglio delle sue serie. Edita circa 300 pubblicazioni all'anno in Italia, (da Tex a Dylan Dog, da Le Storie a Dampyr, da Orfani a Dragonero, da Zagor a Nathan Never); opera con 400 collaboratori per 20mila tavole l’anno (e continua ad assumere, anche i coloristi con le edizioni di Dylan Dog e Orfani); vanta il mensile di settore più venduto al mondo - Tex - e personaggi penetrati nell’immaginario pop della nazione. Quindi la prima notizia è l’arruolamento dal settore audiovisivo De Agostini di Vincenzo Sarno a capo di un nuovo dipartimento entertainment della casa editrice la cui «volontà strategica è quella di entrare nel campo delle produzioni multimediali - serie televisive, film, videogiochi, merchandising - direttamente o con partner italiani e internazionali», sottolinea Marcheselli.

Tradotto: finalmente si avrà lo «sfruttamento e il controllo totale dei personaggi Bonelli», non la mera licenza; tanto che è già prodotto e tradotto in inglese il motion picture del fantascientifico Orfani di Recchioni e Mammucari, per la regia di Armando Traverso. È una svolta. Finora si era assistito al sistematico massacro degli eroi a fumetti tradotti in fiction cinematografica, da Tex di Tessari alla versione americana di Dylan Dog (al punto che la riduzione filmica migliore è il fan movie in crowfunding Dylan Dog vittima degli eventi, un cult su Youtube con Alessandro Haber...).

La seconda notizia è la palingenesi proprio dell’indagatore dell’incubo. Ho rivisto, dopo vent’anni, Tiziano Sclavi, misantropo e papà di Dylan, mentre, trascinando un sorriso, abbandonva per raggiunti limiti d’età e creativi il personaggio che lanciò il 26 settembre ’86. Ho ancora il primo numero di Dylan, facevo il liceo, era come se, tra quelle tavole avessero fatto irruzione, insieme a mano armata, Camus, Hitchcock e Magritte. Mi s’è un po’ stretto il cuore, ma non per Sclavi, nell’angolino, sguardo più onirico del solito. Per me. Mi accorgo che il tempo passa. Sclavi, comunque, porgeva il testimone all’enfant prodige romano Roberto Recchioni - da ora responsabile della testata - che annunciava, nell’ordine: una sorta di reboot nell’albo Spazio profondo (che poi, letto, è tutto tranne che un reboot); nuove avventure di Dylan che perde l’appoggio dell’ispettore Bloch finalmente in pensione, e si guadagna il livore del nuovo ispettore Carpenter; la cancellazione di tutte le nemesi e gli eroi sclaviani con la creazione di nuove nemesi ed eroi; l’introduzione di nuovi «cicli tematici» e serie (una, Old boy, cristallizza Dylan negli anni 80, un’altra lo fa muovere in futuri alternativi).

Mi sembra un buon programma, anche se di geni - come il primo, solo il primo, Sclavi - non ne nascono di continuo. Dopodiché la terza e la quarta notizia: l’annuncio di due nuove testate. Adam Wild del sempre ottimo Gianfranco Manfredi sulle avventure di un eroe antischiavista alla Errol Flynn che opera nell’Africa nera ottocentesca (nel primo episodio ancora da rodare) ; e di Ringo, spin off di Orfani, linguaggio crudo molto da telefilm, ambientazione postapocalittica. «Mio padre sarebbe contento», dice Davide, «anche se da ragazzino io leggevo solo Diabolik...».

di Francesco Specchia

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