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Cosa c'è dietro i gamberetti? Dagli antibiotici all'impatto ambientale

Slow Food: "Sceglierli 'bio' ma consumarli solo in occasioni particolari"

Cosa c'è dietro i gamberetti? Dagli antibiotici all'impatto ambientale
Non esiste ad oggi un'etichettatura utile per il consumatore. Pesce fresco ma solo all'apparenza, è allarme 'cafados'

Roma, 21 ago. - (Adnkronos) - Sono alla base di tantissime ricette, dagli antipasti ai primi piatti, e il loro consumo non è mai passato di moda. Ma dietro ai gamberetti, soprattutto quelli già sgusciati o surgelati che si trovano ovunque nei supermercati, c'è spesso una storia meno gradevole del sapore di questi piccoli crostacei che va dall'utilizzo di sostanze chimiche al forte impatto ambientale delle acquacolture, "un'attività che in Italia è rimasta sempre modesta, perché ha bisogno di ampie zone costiere che nel nostro Paese sono dedicate alla balneazione o occupate da insediamenti antropici", spiega all'Adnkronos Silvio Greco, biologo marino e presidente del consiglio scientifico di Slowfish.

Da dove arrivano quindi, i gamberetti che consumiamo? Principalmente dal sud est asiatico dove, "su input della forte richiesta proveniente da Stati Uniti ed Europa, si è sviluppata una grande industria di gamberetti da allevamento che crea altrettanto grandi danni ambientali - spiega Greco - a partire dalla distruzione delle mangrovie lungo le coste tropicali per ospitare le vasche destinate all'allevamento, fino al forte impatto chimico che ha sull'ambiente e sulla salute umana la grande quantità di antibiotici e di promotori della crescita utilizzati".

Le mangrovie non solo ospitano una ricchissima biodiversità animale e vegetale, ma sono anche un baluardo contro l'erosione dei suoli e proteggono le regioni costiere da uragani, maremoti e dal fenomeno della salinizzazione delle terre arabili, che trasforma in deserti regioni produttive. Molte economie tradizionali di sussistenza sono in pericolo, denuncia Slow Food, perché gli impianti di allevamento dei gamberetti spesso "privatizzano" terreni e vie navigabili pubbliche e attentano alle attività locali di pesca, devastando gli habitat e limitando le possibilità di accesso alle acque. Centinaia di migliaia di abitanti delle regioni costiere si sono spostati dopo aver subito la confisca forzata delle terre.

C'è poi la questione dell'utilizzo delle sostanze chimiche: ammoniaca, urea, diossido di carbonio e fosforo, antibiotici e altri composti chimici come disinfettanti, pesticidi e fertilizzanti. In particolare, gli antibiotici vengono utilizzati per tenere sotto controllo le patologie che minacciano i gamberetti nelle vasche sovraffollate, "ma il problema è che questi prodotti poi arrivano sulle nostre tavole e assumendoli alziamo la soglia di resistenza agli antibiotici del nostro organismo", sottolinea l'esperto. Antibiotici e altri prodotti chimici possono rivelarsi tossici anche per la fauna e la flora selvagge circostanti. Si tratta di sostanze inquinanti e persistenti, che stimolano la resistenza e potenzialmente hanno effetti sulla salute degli allevatori e dei consumatori.

La maggior parte dei gamberetti tropicali, poi, proviene dalla pesca a strascico, tecnica dall'alto tasso di catture accidentali perché spazza via tutto ciò che trova sul suo passaggio: pesci, squali, tartarughe, soggetti giovani, barriere coralline. Alcuni pescatori hanno adottato sistemi che permettono alle tartarughe marine di scappare dalle reti, ma non esiste un'etichettatura che consenta al consumatore di differenziare questi prodotti al momento dell'acquisto.

La soluzione? "Cambiare abitudini alimentari", anche perché "non esiste ad oggi un'etichettatura utile per il consumatore e che riporti tutte le informazioni necessarie - spiega Greco - Da questo punto l'Unione Europea sta facendo degli sforzi per cambiare le cose, ma ancora più forte è lo sforzo fatto dalle lobby che non hanno nessun interesse a fornire al consumatore troppe indicazioni". Insomma, il consumatore deve un po' aiutarsi da sè, e può essere utile seguire i consigli di Slow Food: non mangiare gamberetti di acque calde, selvaggi o allevati che siano; scegliere quelli provenienti da allevamenti biologici, meglio ancora se del commercio equo. Soprattutto, però, il consiglio di Slowfood è di mangiare gamberetti soltanto in occasioni particolari.

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