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L'editoriale

di Giampaolo Pansa

Chiudere bottega. Sciogliersi. Sparire e diventare un’altra cosa. È quello che sento dire sempre più spesso da molti amici che votano per il Partito democratico. Non parlano degli avversari, ma di se stessi, della loro parrocchia politica. La sconfitta nelle regionali è la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Adesso non credono più che il partito possa salvarsi. Non credono più nella forza di Bersani. Non credono più nell’utilità di far rientrare in gioco i vecchi santoni post-comunisti, come Massimo D’Alema o Walter Veltroni. E soprattutto non credono più che il Pd sia in grado di sopravvivere nella Terza repubblica appena iniziata. A sentire questi credenti diventati miscredenti, le condizioni del Pd sono all’incirca quelle della Juventus. La magica Zebra bianconera è alle corde. Proprietà in stato confusionale. Manager sempre più inadatti al compito. Allenatore bravo, ma senza autorità. Giocatori spompati, incerti sul campo, con poca stima di se stessi, sgomenti per quanto sta accadendo. Certo, una società di calcio non può chiudere, perderebbe il capitale. Ma un partito, se vuole, può farlo. Per non perdere del tutto il capitale che lo riguarda, i voti. E per rinascere e conquistare nuovi elettori. La fine del Pd può sembrare una soluzione drastica che cancella tutte le speranze. Ma non è così. E comunque è...
[continua]

05/04/2010

 
 

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